
di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*
Anche quest'anno il cielo del 2 giugno verrà attraversato dalle Frecce Tricolori. Solcheranno l'azzurro con la loro perfezione geometrica, lasciando dietro di sé lunghe scie verdi, bianche e rosse che per qualche istante sembreranno disegnare l'orgoglio di una nazione.
Eppure, osservandole, non riesco a vedere soltanto una festa.
Vedo piuttosto uno squarcio.
Un cielo terso che viene inciso da colori che vorrebbero raccontare l'unità, ma che finiscono per evocare una domanda sempre più difficile da ignorare: dove si trova oggi la Repubblica che stiamo celebrando?
Le scie tricolori durano pochi minuti. La realtà resta.
Resta un mondo ancora attraversato dalle guerre, dai bombardamenti, dalla violenza che continua a devastare popoli e territori. Resta un'Europa che pensava di aver archiviato per sempre certi fantasmi e che invece si scopre nuovamente fragile. Restano conflitti che riempiono i telegiornali e svuotano le coscienze. E allora quei colori che attraversano il cielo assumono quasi un significato diverso: non il simbolo di una pace conquistata, ma il richiamo a una pace che ancora fatichiamo a costruire.
Il 2 giugno del 1946 gli italiani scelsero la Repubblica. Non fu soltanto una scelta istituzionale. Fu un atto di fiducia. La speranza di edificare uno Stato fondato sulla libertà, sul lavoro, sulla giustizia e sulla dignità della persona.
Piero Calamandrei ricordava che la Costituzione non è un pezzo di carta che cammina da solo. Per vivere ha bisogno del nostro combustibile, delle nostre idee, del nostro impegno.
E allora la domanda che oggi dovremmo porci non è quanto sia bella la celebrazione, ma quanto siamo fedeli a quella promessa.
La Repubblica, secondo la Costituzione, è fondata sul lavoro. Ma quale lavoro stiamo costruendo?
Viviamo una stagione in cui la tecnologia, che dovrebbe rappresentare uno strumento di emancipazione, rischia sempre più spesso di trasformarsi in sostituzione dell'uomo. Intere professionalità vengono ridimensionate, il lavoro perde centralità e sicurezza, mentre la politica sembra incapace di immaginare un nuovo equilibrio tra innovazione e dignità della persona. Una Repubblica che smette di garantire il lavoro non tradisce soltanto un principio economico: indebolisce il proprio fondamento morale.
La Repubblica dovrebbe poi essere il luogo della libertà.
Ma la libertà non è l'assenza di limiti. Non è il diritto di fare qualsiasi cosa. Non è la legittimazione dell'abuso. La libertà autentica vive dentro il rispetto delle regole e delle responsabilità. Quando il confine tra diritto e arbitrio si fa incerto, quando il senso del dovere arretra e prevale la pretesa individuale, ciò che viene celebrato come libertà finisce spesso per essere soltanto una sua caricatura.
Da avvocato non posso non osservare con preoccupazione il progressivo affievolirsi della fiducia nel diritto e nella giustizia. Il diritto dovrebbe essere il presidio dei cittadini contro l'arbitrio, la garanzia che i più deboli possano trovare tutela e che le responsabilità possano essere accertate. Quando invece il cittadino percepisce che le garanzie si assottigliano, che la certezza del diritto vacilla, che la giustizia fatica a svolgere il proprio compito, si incrina uno dei pilastri fondamentali della convivenza democratica.
E vi è poi il tema dell'accoglienza, spesso ridotto a slogan contrapposti e incapaci di affrontare la complessità del problema.
Accogliere non significa rinunciare a governare. Non significa ignorare le conseguenze sociali dell'immigrazione incontrollata. Significa integrare, educare, creare comunità, pretendere il rispetto delle regole comuni. Senza integrazione non esiste accoglienza; esiste soltanto l'abbandono. E dall'abbandono nascono marginalità, tensioni sociali, criminalità e insicurezza, fenomeni che finiscono per colpire tanto chi arriva quanto chi accoglie.
Per questo il 2 giugno dovrebbe essere qualcosa di più di una ricorrenza.
Dovrebbe essere una giornata di verifica collettiva.
Dovremmo chiederci se stiamo davvero difendendo i diritti o se talvolta li stiamo sacrificando. Se stiamo davvero proteggendo la libertà o se ne stiamo smarrendo il significato. Se stiamo davvero creando lavoro o se ci stiamo limitando ad assistere alla sua progressiva erosione. Se stiamo costruendo una comunità nazionale o se stiamo semplicemente gestendo le conseguenze della sua frammentazione.
La Repubblica non vive nelle parate.
Non vive nelle fanfare.
Non vive nei discorsi ufficiali.
Vive nella forza delle sue istituzioni, nella credibilità della giustizia, nella dignità del lavoro, nella sicurezza dei cittadini, nella capacità di trasformare le differenze in una comunità coesa.
Quando questi valori si indeboliscono, resta la forma ma si svuota la sostanza.
E così, mentre le Frecce Tricolori completano il loro passaggio e le scie verdi, bianche e rosse lentamente si dissolvono nell'aria, quello squarcio nel cielo continua a parlare.
Parla di una verità che non può più essere nascosta dietro la retorica delle celebrazioni.
Parla della distanza crescente tra la Repubblica che ricordiamo e quella che stiamo vivendo.
Forse il senso più autentico del 2 giugno non è applaudire ciò che siamo diventati, ma avere il coraggio di domandarci che cosa stiamo diventando.
Perché la Repubblica non è quella che per qualche minuto colora il cielo sopra le nostre teste.
La Repubblica è quella che rimane quando il fumo si disperde, quando il rumore dei motori tace e quando i colori svaniscono.
Ed è lì, sulla terra e non nel cielo, che ogni giorno siamo chiamati a dimostrare di meritarla.
*Avvocato
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