A Catanzaro la voce di Guy, attivista israeliano contro l’occupazione della Palestina

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  07 febbraio 2026 12:27

di IACOPO PARISI

Un attivista israeliano che attraversa l’Europa per denunciare il proprio Paese e l’occupazione dei territori palestinesi non è una notizia qualunque. È, di per sé, una presa di posizione politica che incrina narrazioni consolidate e mette in discussione l’idea di un consenso interno compatto. È da questo dato, prima ancora che dalle parole, che va letta la serata che si è svolta ieri a Catanzaro, presso il Centro Polivalente di via Fontana Vecchia, su iniziativa del Coordinamento provinciale a sostegno del popolo palestinese.

L’ospite dell’incontro si fa chiamare Guy. Nessun cognome, nessuna fotografia. Non per scelta comunicativa, ma per necessità. Su sua esplicita richiesta non è stato consentito scattare immagini né registrare video che ne rendessero riconoscibile il volto. Un dettaglio che restituisce con immediatezza il livello di rischio e di isolamento e che accompagna chi, da israeliano, sceglie di fare attivismo contro le politiche del proprio Stato. Guy è membro di Ta’ayush, un movimento nato nel 2000 da attivisti israeliani e palestinesi che operano insieme, in modo non violento, a fianco delle comunità palestinesi. La loro azione è concreta: presenza fisica, accompagnamento delle popolazioni colpite, documentazione sistematica di abusi, violenze, espulsioni forzate.

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Guy non ha offerto un racconto edulcorato, né rassicurante. Al contrario, la sua testimonianza ha colpito per radicalità e chiarezza: “Penso che la società israeliana sia completamente complice. Sostengono il genocidio. Questo avviene a causa di un enorme lavaggio del cervello, di una sistematica deumanizzazione dei palestinesi.”

Secondo Guy, non si tratta di derive individuali o di responsabilità limitate all’attuale governo, ma di un meccanismo strutturale, che attraversa il sistema educativo, le istituzioni, l’apparato statale nel suo complesso. Un razzismo interiorizzato e normalizzato, che definisce come “una malattia molto forte, molto pesante”, destinata a peggiorare e non a guarire. Una diagnosi durissima, che porta l’attivista a una conclusione altrettanto drastica: “Io non vedo come la società israeliana possa cambiare dal di dentro.”

Parole che, pronunciate da un israeliano, rompono uno dei principali alibi del dibattito pubblico occidentale: l’idea che la critica radicale a Israele sia sempre esterna, ideologica o pregiudiziale. Qui, invece, la denuncia nasce dall’interno, da chi ha scelto consapevolmente di collocarsi in opposizione frontale al proprio Stato. Ma questa scelta ha un prezzo altissimo. Interrogato su ciò che ha perso, sul piano umano e relazionale, Guy ha descritto una condizione di isolamento quasi totale: "Ti vedono come un traditore, come una minaccia. Diventi un nemico della struttura sociale e politica.”  Le relazioni personali si restringono a una “piccola bolla” composta quasi esclusivamente da attivisti. Il distacco dalla famiglia è pressoché totale – “il 99,9%” – e la quotidianità è segnata da criminalizzazione, attacchi, insicurezza fisica. Una marginalità che Guy non rivendica come eroica, ma che colloca sempre in prospettiva: “Non è nulla rispetto ai prezzi che i palestinesi pagano.”

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L’iniziativa è stata introdotta da Alessandra Liccardo, del Coordinamento provinciale a sostegno del popolo palestinese, che ha richiamato l’attenzione su un punto centrale spesso rimosso dal dibattito pubblico: il silenzio quasi totale sulla Cisgiordania occupata.
Qui, ha sottolineato, le violenze quotidiane e gli abusi sistematici passano sotto traccia, mentre decine di comunità palestinesi vengono progressivamente espulse dai propri villaggi. I media nazionali raramente riportano queste aggressioni, che assumono sempre più la forma di veri e propri pogrom impuniti contro villaggi palestinesi, compiuti da coloni con la complicità – o l’inerzia – dell’apparato statale e militare.

Nel corso della serata è intervenuta un'altra voce del Coordinamento, Lara Colace, inquadrando l’iniziativa come il frutto di un lavoro politico collettivo maturato nel tempo. Colace ha spiegato come l’obiettivo dell’incontro fosse quello di sensibilizzare sulla questione palestinese nel suo complesso, tenendo insieme quanto sta accadendo a Gaza con ciò che da anni – e con un’intensificazione significativa dopo il 7 ottobre – si verifica in Cisgiordania. In particolare, ha richiamato l’attenzione sull’aumento esponenziale delle violenze contro i palestinesi, esercitate sia dai coloni sia dallo Stato e dall’apparato militare israeliano. Centrale, ha sottolineato, è anche la volontà di portare una narrazione diversa, che provenga “dall’interno”, capace di restituire con maggiore giustizia la realtà di ciò che accade in quella terra.


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