Addio a Denise Cosco, don Ciotti: "La sua morte ci insegni qualcosa"

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images Addio a Denise Cosco, don Ciotti: "La sua morte ci insegni qualcosa"


  21 settembre 2026 17:40

  "Non lasciamo che questa morte diventi l’ennesima notizia presto dimenticata, facciamo in modo che ci insegni qualcosa. A vedere le persone dietro i simboli.  A proteggere chi ha servito la giustizia senza che si senta condannato a un ergastolo delle proprie speranze ed emozioni”. Lo ha detto don Luigi Ciotti, presidente di Libera, durante la cerimonia religiosa, svoltasi oggi, voluta dalla Diocesi di Crotone-Santa Severina in memoria di Denise Cosco, la figlia di Lea Garofalo, la testimone di giustizia uccisa nel 2009 dal marito e da altri appartenenti alla cosca contro la quale aveva testimoniato.

“Denise  - ha detto don Ciotti - non è stata soltanto testimone del martirio della madre, uccisa per aver scelto la giustizia contro l’omertà e la sottomissione. È stata una giovane donna che ha avuto la forza di scegliere a sua volta la verità, puntando il dito contro un padre che aveva trasformato l’amore in violenza criminale. Io so che nemmeno per un attimo, malgrado le difficoltà successive, le paure e a volte le contraddizioni, ha messo in discussione questa scelta. Abbiamo celebrato il suo coraggio, l’abbiamo trasformata in un’eroina civile. Dimenticandoci però che dietro il simbolo, dietro l’icona, si nascondeva l’anima fragile di una ragazza costretta a caricarsi una croce così gravosa. Ora io  - ha precisato - non voglio accusare nessuno, sia chiaro. Perché va detto con sincerità che, nella storia di Denise, lo Stato è intervenuto senza esitazioni, con competenza e spesso anche con umanità. C’è stato, lo Stato, si è fatto vicino, ha messo persone di valore al suo fianco. Denise non è stata abbandonata. Eppure a un certo punto si dev’essere sentita comunque incredibilmente sola, incapace di reggere ancora. Se ha scelto di morire non è perché non amasse la vita, ma perché la vita che stava vivendo era diventata troppo complessa e dolorosa. Non ha tradito la vita, ma rifiutato un’esistenza che non le apparteneva più, perché la costringeva a mentire ogni giorno, a nascondersi, ad avere paura”.

 “La criminalità- ha proseguito Luigi Ciotti - non uccide soltanto nel momento in cui spara, soffoca o elimina un corpo, come è stato per Lea Garofalo. Esiste una violenza mafiosa “differita” che agisce sottotraccia per anni, insinuandosi come un veleno nei meandri dell’anima. Recide le radici, avvelena i ricordi, instilla sensi di colpa per la presunta “infedeltà” alla propria stirpe, nel nome della giustizia. Per questo abbiamo parlato tante volte di “morti vivi”, riferendoci alle vittime indirette delle mafie. E per questo possiamo forse spingerci a definire il suicidio di Denise come un omicidio lungo 17 anni: il tempo che è passato dal delitto della madre. Chiediamoci: “In che cosa abbiamo mancato? Che cosa manca al nostro modo di accompagnare le vittime, i testimoni, le persone che portano un peso che noi non vediamo? Quale sensibilità, quali strumenti in più possiamo e dobbiamo sviluppare?”. Siamo di fronte a qualcuno - ha detto ancora - che per sopravvivere ha dovuto recidere ogni legame con la propria terra di origine, le amicizie, la memoria dei luoghi e persino il proprio nome. Questa “morte civile” preventiva rischia di trasformare la salvezza in una reclusione invisibile. Non possiamo chiedere ai testimoni di giustizia di sacrificare la propria vita per il bene comune, e poi lasciarli soli a fare i conti con i propri fantasmi, che spesso li ammalano, nel corpo e nello spirito. Se la morte di Denise non smuove le nostre certezze, se non segna l’inizio di una revisione profonda delle politiche di protezione dei testimoni, allora abbiamo perso tutti. Dobbiamo invece trasformare questo lutto in una responsabilità collettiva e non negoziabile. Lea e Denise non ci chiedono celebrazioni e retorica. Ci chiedono una giustizia che non lasci indietro nessuno. Ci chiedono una Chiesa che sappia stare accanto a chi porta i segni della croce. Ci chiedono uno Stato - conclude - che si faccia carico dei corpi ma anche dei sentimenti di chi gli si affida, affiancando al rigore delle regole il calore della cura"