Addio a Gerardo Pagano, Cimino: "L'uomo delle grandi passioni e dell'immenso amore"

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  19 settembre 2026 14:44

di FRANCO CIMINO

Non chiamatelo intellettuale, ché anche lo era. Non chiamatelo Professore, ché anche lo era. Non chiamatelo Preside, ché anche lo era. Non chiamatelo Amministratore e Consigliere Comunale della sua città, quella che scelse  giovanissimo per viverci e donare tanta parte di sé, ché anche lo era.

Non chiamatelo Sindaco, ché anche lo era della sua città, quella dalla quale non si separò mai effettivamente, anche quando gli affetti familiari lo portarono a Milano o da quelle parti. Non chiamatelo politico, se anche lo era, e di che livello di intelligenza e di attivismo! Non chiamatelo il democristiano, anche se questo egli era sin da giovanissimo, conservandosi tale anche quando la Democrazia Cristiana fu costretta a scomparire dalla scena politica.

Non chiamatelo neppure oratore intenso, anche se davvero lo era, per quella sua parola vibrante di cultura e di onestà. Perché si è onesti anche quando si usa la parola per aiutare il dialogo e la comprensione tra le persone, per contribuire a realizzare le decisioni più unitarie e maggiormente benefiche per gli interessi della gente.

In particolare, della povera gente, quella povera anche di rappresentanza in quanto povera di voti da scambiare, anche se ricca del consenso personale nel quale si depositano sofferenze e bisogni.

Chiamatelo solo uomo appassionato e innamorato.

Appassionato di ciò di cui si innamorava, ché la passione è il fuoco che accende l’amore e, come il vento, lo porta dove l’amore vuole andare, perché ne sente il dovere più che il bisogno per sé stesso.

La passione per gli studi. Ampi, articolati, diffusi, poliedrici, multidisciplinari erano i suoi. Ha sempre studiato di tutto, quasi quanto la filosofia, il latino, il greco, l’italiano.

E in quest’ambito della conoscenza studiava con passione e si innamorava di Dante Alighieri e della Divina Commedia, della quale conosceva tutto e alla quale donava il pensiero critico che egli si formava dentro quei versi, quei canti, quelle parti, unendole tutte e tre, pur tenendole distinte.

Perché l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso non erano soltanto la scala che avrebbe condotto al cospetto di Dio, portato per mano dalla sua Beatrice: erano anche gli spazi, indipendenti e dipendenti, nei quali l’uomo vive la sua sofferta umanità e le sue contraddizioni. E la sua più grande aspirazione, la vita infinita nella Pace. 

Passione, amore per il sapere, che lui raggiungeva spaziandovi al suo interno attraverso quella curiosità che, per lui, non era soltanto di carattere intellettuale, ma era proprio insita nella sua persona: fuoco sempre acceso nella sua spiccata intelligenza.

Quella intelligenza straordinaria con la quale, e io posso documentarlo per averlo visto all’opera nelle riunioni del suo e mio partito negli anni belli della politica, che a Soverato, oltreché in Calabria, erano particolarmente vivaci.

Passione, la sua e quella degli altri ai quali si rapportava, che egli sapeva moderare o frenare quando avrebbero potuto disturbare il dibattito e la scelta democratica, trovando sempre, ma proprio sempre, un punto di equilibrio che lo portava a far valere le ragioni degli altri e anche le sue quand’erano contrastanti, arretrandole di un passo ma senza perdere la sostanza che le animava.

Passione per la politica in generale e amore, amore grande, per la democrazia. E passione, amore per la Costituzione, spirito autentico e intenso della democrazia, alito di libertà di cui la democrazia si sostanzia.

Passione e  amore per la gente, che sollecitava con vigore anche intellettuale all’impegno politico e alla partecipazione, da qualsiasi parte ideale o ideologica essa volesse provenire.

Passione, amore per questa nostra terra, per le sofferenze che le venivano inflitte dai ladri delle sue ricchezze e dagli insipienti della politica. Passione, amore per questa terra che, nonostante la sua asciuttezza voluta e imposta, aveva straordinarie prospettive.

Quelle individuate e sostenute dai migliori uomini di questa terra, in particolare da quello che lui ha amato maggiormente e che ha seguito fedelmente come allievo, studiandone il pensiero e l’azione politica e proseguendola nella sua propria attività, quando un tragico destino quell’uomo straordinario se l’è portato via.

Quel gigante del pensiero e della politica, come egli lo definiva, si chiamava Tonino Guarasci, primo presidente della Giunta regionale.

Tanto amore e passione aveva per lui che gli fece intitolare l’edificio nuovo del Liceo Scientifico che presiedeva e ha presieduto fino al pensionamento, come ancora si usa dire dalle nostre parti.

Passione e amore incondizionati per Soverato e per quel suo maestro, diciamo, della città, che fu l’indimenticato e indimenticabile sindaco, che con la sua alta visione aveva trasformato un piccolo borgo diviso tra la marina dei pescatori e la sua parte antica, posta leggermente in alto: Tonino Calabretta.

Passione, amore per questa città che lui ha servito con dignità e onore da Consigliere Comunale, poi da assessore e, anche se brevemente, da Sindaco, costretto a un tempo breve di durata proprio perché la sua visione della città era troppo alta e troppo coraggiosa perché potesse essere compresa da la maggior parte  chi faceva politica, mentre lo era esattamente per quei pochi, che temendo per i propri interessi, contrastarono quell’alta visione legata a quell’antica idea di quel primo Sindaco, che fu fermata  troppo presto.

Passione e amore per due ambiti che la forza della sua cultura seppe tenere ben distinti, non lontani, non separati, ma distinti e autonomi: la fede nella sua chiesa e la laicità dell’azione politica.

La fede, usandola come ispirazione al buon agire in politica; la laicità, per conservare la forza straordinaria delle libere istituzioni democratiche.

Passione e amore che portarono  quest’uomo semplice e umile, da allievo dei più grandi, a farsi Maestro grande per tutti noi.

Lo abbiamo ammirato e rispettato sempre, anche quando, con quasi timidezza e modestia, tornato da Milano, partecipava ai convegni di cultura  ai quali veniva invitato.

Alcune volte l’ho visto seduto, quasi rannicchiato in quel suo corpo che si faceva sempre più esile  e più piccolo, in una delle sedie in fondo alla sala.

Questo piccolo grande uomo, dall’intelletto robusto, dall’intelligenza coraggiosa, dalla cultura vasta, dalle grandi passioni e dall’amore immenso, si chiama Gerardo Pagano: il Professore, l’intellettuale, il politico, il Sindaco, l’innamorato della vita, delle persone, del mondo e di Soverato.

È morto poche ore fa a Milano.

E noi lo vedremo presto tornare nella sua Soverato, dove ha scelto di far riposare il suo corpo stanco e malato, ma dove vivranno per sempre le sue passioni e il suo amore.