
di SABINA BARRESI
La terra del sole, delle arance e delle clementine nutre l'Italia, ma non garantisce un reddito dignitoso a chi la coltiva. In questi giorni, tra i blocchi stradali in Calabria, Puglia, Sicilia, la cartolina turistica del Sud si strappa, lasciando spazio alla realtà.
Le proteste di questi giorni sono il sintomo di una crisi strutturale: carburanti, energia, fertilizzanti, trasporti e manodopera sono alle stelle, mentre i prezzi riconosciuti ai produttori restano al palo. Per gli agricoltori, lavorare non significa più creare ricchezza, ma rischiare il fallimento.
In Calabria, dove l'agricoltura è parte essenziale dell'economia e dell'identità territoriale, il paradosso assume contorni quasi surreali. Benvenuti nel capitalismo al contrario: più lavori, più ti indebiti.
Il caso delle clementine è emblematico. Al produttore vengono riconosciuti appena 20 centesimi al chilo e al supermercato il prezzo arriva a 2 euro e 50. Un ricarico del 1.150% dodici volte e mezzo il prezzo d'origine. Nemmeno i cartelli del narcotraffico viaggiano su questi margini.
Quando il prezzo di vendita non copre i costi, l'impresa agricola entra in una zona pericolosa. C'è chi resiste intaccando i risparmi personali o sfruttando il lavoro familiare non pagato, e c'è chi accumula debiti, blocca gli investimenti o chi abbandona i campi. Senza un equilibrio contrattuale, la pressione economica schiaccia la legalità e alimenta il capolarato. Il cortocircuito è totale: chi produce il cibo rischia di fallire, chi lo compra paga sempre più caro e chi lo raccoglie finisce, troppo spesso, sfruttato e qualche volta ammazzato.
A rendere il quadro più intollerabile è la retorica politica su "sovranità alimentare" e "difesa delle radici". Radici che, nei fatti, sono avvelenate da una produzione che si regge su braccianti costretti a turni massacranti per meno di 20 euro per dodici ore di lavoro, sotto il sole della Piana di Gioia Tauro o di Sibari.
E' la piramide della miseria: il consumatore fatica ad arrivare a fine mese; il piccolo produttore rischia di restare schiacciato dai debiti; il bracciante è ridotto in schiavitù. La filiera alimentare si è trasformata in un'economia circolare del dolore.
La soluzione però non consiste nel contrapporre agricoltori e consumatori, lavoratori italiani e migranti, produzione nazionale e importazioni. Significherebbe dividere proprio coloro che hanno interesse a una filiera più trasparente e sostenibile. Occorre invece rafforzare il potere contrattuale dei produttori, contrastare le pratiche commerciali sleali, rendere verificabili i margini lungo la filiera e garantire che il lavoro agricolo sia regolare, dignitoso e correttamente retribuito.
Occorre pretendere che il prezzo del cibo rifletta in modo più equo il valore del lavoro.
Difendere l'agricoltura non è una questione di bilanci, ma di sopravvivenza del territorio. Agrumeti, oliveti, vigneti e colture ortive non sono solo merci: sono cultura, paesaggio e presidio contro il dissesto idrogeologico. Quando un'azienda agricola chiude, non scompare soltanto un'attività commerciale, vengono meno occupazione, servizi, presidio del territorio e opportunità per le generazioni più giovani.
Per questo la rabbia degli agricoltori non può rimanere soltanto la rabbia di una categoria. Deve diventare una domanda collettiva di giustizia economica e sociale.
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