



di VITTORIO PIO
Alborosie arriva a San Pietro Magisano con gli Shengen Clan e impiega poco a chiarire la direzione della serata: reggae giamaicano nelle fondamenta, dub, una sezione ritmica che spinge parecchio e nessuna intenzione di trattare la tradizione come materiale da museo.
L’unica data calabrese del tour 2026 lo porta al LuceFest, manifestazione arrivata alla settima edizione e capace negli anni di trasformare il piccolo centro della Presila catanzarese in un museo diffuso di arte urbana. Una dimensione particolare per accogliere un musicista italiano di nascita, giamaicano per scelta e ormai da molti anni pienamente inserito nella cultura musicale dell’isola.
Prima di lui Raggamatty & The Rootical Fam, formazione di Catanzaro, che ha preparato bene il terreno, mostrando familiarità con il linguaggio reggae e con i suoi codici senza ridurli a semplice imitazione.
Quando arriva Alborosie il cambio di passo è evidente. Gli Shengen Clan costruiscono un suono robusto, con basso e batteria inevitabilmente in primo piano, chitarra in levare e due coriste che completano un impasto molto vicino alla scuola classica del reggae. Il riferimento alla old school è continuo, anche quando il repertorio torna agli esordi discografici di Soul Pirate, ma dentro una produzione che negli anni ha assorbito dub, elettronica e una maggiore pressione ritmica.
Il reggae, del resto, per Alborosie non è soltanto una grammatica musicale. Dentro le canzoni riaffiora continuamente la cultura rastafariana e con essa quella contrapposizione fra Zion, luogo spirituale e simbolico di liberazione, e Babylon, il sistema del potere, dell’oppressione e dell’alienazione. Parole entrate da decenni nel vocabolario del reggae che qui conservano il loro significato originario senza diventare decorazione.
Sul palco Alborosie parla molto, coinvolge il pubblico e tiene insieme musica e racconto. A un certo punto riflette anche sul rapporto con la Giamaica e sul tempo: passarvi un giorno, dice in sostanza, significa averne regalato uno alla propria vita, non averne perso uno. È una frase che racconta bene quanto la scelta compiuta molti anni fa abbia inciso non soltanto sulla sua musica ma sulla sua identità.
La band lo segue con grande precisione e il concerto cresce senza perdere compattezza. Sotto il palco si balla, a tratti si poga, mentre il ritmo in levare mantiene una funzione quasi fisica. Alborosie sa perfettamente quando allentare e quando aumentare la pressione, evitando che la continuità ritmica si trasformi in monotonia.
Verso la fine “Still Blazing” riporta in primo piano una delle pagine più riconoscibili del suo repertorio. Poi il suono viene progressivamente smontato e ricostruito attraverso il dub: bassi profondi, riverberi, sottrazioni e improvvise riapparizioni della materia sonora. Per qualche momento l’orizzonte si allarga oltre il reggae più ortodosso e fa pensare alle contaminazioni radicali che hanno attraversato il lavoro di Mark Stewart e Adrian Sherwood.
Nel finale torna sul palco anche Raggamatty, prima che tutto converga su “Get Up, Stand Up”. Il brano di Bob Marley e Peter Tosh diventa canto collettivo e riporta il concerto direttamente a una delle matrici della musica che Alborosie ha scelto ormai da quasi trent’anni come propria.
Alborosie non scopre una strada nuova e non sembra interessato a farlo. Conosce profondamente quella che ha scelto, ne rispetta storia, linguaggio e cultura e continua a percorrerla con una personalità ormai definita. A San Pietro Magisano ne è venuto fuori un live molto potente e centrato, accolto con entusiasmo e con pieno merito.
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