
di CARLO MIGNOLLI
Prosegue la stagione teatrale di Ama Calabria del direttore artistico Francescantonio Pollice, che si arricchisce di una serata di grande musica e intensità emotiva: protagonista Alessandro Quarta con il suo progetto “I Cinque Elementi”.
L’artista sarà in scena il 20 marzo a Catanzaro, al Teatro Comunale, e il 22 marzo a Lamezia Terme, al Teatro Grandinetti, sempre alle ore 21:00. Con lui sul palco Giuseppe Magagnino al pianoforte, accompagnati dall’Orchestra Filarmonica Franco Caracciolo sotto la direzione di Cristian Lombardi.
“I Cinque Elementi” è un viaggio immersivo nel mondo creativo di Quarta, violinista e compositore capace di fondere tecnica, energia e profondità espressiva. Il suo stile, mai prevedibile, attraversa registri diversi: potente e quasi rock, ma anche intimo, sensuale, capace di toccare corde profonde dell’animo.
L’opera si sviluppa come una vera e propria narrazione musicale - “La Creazione”, “Terra”, “Acqua”, “Aria”, “Fuoco”, “Etere” - in cui le note si trasformano in immagini, emozioni e riflessioni. La musica “cola dentro”, avvolge lo spettatore senza lasciargli scampo, alternando delicatezza e impeto, malinconia e tensione, fino a diventare grido o pioggia battente.
Al centro del progetto emerge una visione quasi filosofica: ogni elemento contiene in sé una duplice natura, positiva e distruttiva, in un equilibrio che richiama il principio dello Yin e Yang. Quarta riesce a tradurre in suono questa ambivalenza, spingendo il pubblico a interrogarsi sul rapporto tra uomo e natura, tra creazione e distruzione. Non si tratta soltanto di un’esperienza estetica, ma di una vera chiamata alla consapevolezza: un invito a riconoscersi parte di un pianeta fragile, da rispettare e proteggere.
L’INTERVISTA
Arrivi in Calabria, a Catanzaro e Lamezia, con “I Cinque Elementi”. Quando hai sentito per la prima volta l’esigenza di trasformare gli elementi della natura in musica?
«È stato qualcosa che sentivo da dentro. Alla fine si parla di emozioni, si parla di autobiografia, ma non solo la mia: quella di tutti noi. Ogni elemento richiama qualcosa, la voglia di rivivere emozioni molto forti. Per esempio, “Terra” rievoca i nostri avi, i genitori, i nonni, il profumo delle cose autentiche di una volta. In “Acqua” ci sono le lacrime, di gioia o di dolore. Sono emozioni legate agli elementi della natura, gli stessi che ci fanno vivere, nel bene e nel male. L’ho scritto di getto, nel vecchio stile: foglio pentagrammato, penna, matita e gomma. Scrivo lontano dal pianoforte, spesso in viaggio o sul divano di casa».
L’opera inizia con “La Creazione” e c’è un riferimento al numero cinque. Ce lo racconti?
«È come quando si scrive un libro: prima lo scrivi, poi fai la prefazione per spiegare cosa contiene. “La Creazione” è proprio questo incipit. Ci sono cinque note - la, do, si, sol, la - cinque modulazioni, cinque variazioni, cinque temi modulanti, e soprattutto dura cinque minuti. Tutto richiama il numero cinque, il numero perfetto, Fibonacci. La prima voce è la viola. Anticamente tutto si chiamava “viola”: è il primo strumento ed è da lì che nasce il mondo sonoro».
Questi brani raccontano ciò che siamo: i bei momenti, il passato, la nostalgia, ma anche i fallimenti. C’è un ricordo che ti è tornato in mente riascoltandoli?
«Ce ne sono tanti. È una musica molto evocativa, quasi cinematografica, che parla di tutti e a tutti. L’ascolti e ti chiedi: “Come fa a conoscere i miei ricordi?”. “I Cinque Elementi” sono una chiave che apre un cassetto dove custodiamo cose bellissime o dolorosissime e ti fanno rivivere ciò che sei, nel bene e nel male».
Il tuo violino è spesso definito “rock”, ma allo stesso tempo estremamente lirico e intimo. Come riesci a tenere insieme questi due mondi?
«Io odio le etichette. La gente dice “rock”, ma dimentica che anche i Beatles e John Lennon con “Imagine” lo sono. Rock non significa chitarra elettrica, come “classica” non significa qualcosa di noioso: pensiamo all’inizio della Quinta di Beethoven o al Requiem di Verdi. Non esistono generi: esistono emozioni».
Quanto spazio lasci all’improvvisazione quando porti la tua musica sul palco?
«Sempre. L’improvvisazione è la vita: sappiamo cosa dobbiamo fare, ma non come. Non sappiamo cosa accadrà durante la giornata e che gente avremo difronte. Io seguo le note che ho scritto, - che corrisponde alla quotidianità di una normale giornata - ma c’è sempre molta improvvisazione, sia musicale che tecnica. È la cosa più bella, nella musica come nella vita».
Il violino è stato il tuo compagno di viaggio per tutta la vita. Come descriveresti il rapporto che hai con lo strumento? Che cosa ti permette ancora di scoprire dopo tanti anni?
«Ha due facce. La prima: è la mia donna, c’è un rapporto sensuale. La seconda: è un prolungamento di me stesso. Dipende da ciò di cui ho bisogno in quel momento».
Qual è oggi la difficoltà maggiore per un musicista che vuole mantenere una forte identità?
«È difficile perché molti giovani non conoscono sacrificio e dedizione: vogliono arrivare subito. Quello che sono io oggi è il risultato di anni di sacrifici e sofferenza. Oggi la gente mi riconosce, ma quello che conta non è essere fermati per strada. La cosa più bella è quando qualcuno ascolta il violino e si ferma, anche senza sapere chi sono».
Nei tuoi concerti spesso il pubblico rimane molto coinvolto a livello emotivo: c’è stata una reazione o un momento in sala che ti ha particolarmente colpito?
«Assolutamente si. Con “I Cinque Elementi” volevo che la gente ascoltasse a occhi chiusi. In brani come “Terra” e “Acqua” ho visto persone piangere. La cosa più bella non è sentirsi dire “quanto sei bravo”, ma “ho rivisto mia madre, mio figlio, mia nonna, ho rivissuto quelle emozioni”. Questa è la cosa più bella, ma soprattutto è il risultato che cercavo».
Nel progetto emerge anche una riflessione sul rapporto tra uomo e natura. La musica può davvero aiutare a sviluppare una maggiore consapevolezza?
«Purtroppo non credo. Si dice che la musica porti pace o amore, ma non è così automatico. Il problema è che oggi la musica è consumata distrattamente: tutto è gratuito, accessibile. Una volta si comprava un disco al mese e lo si ascoltava per davvero. Oggi, con le tante piattaforme, si ha tutto subito e non si sceglie più cosa ascoltare consapevolmente, non ci si sofferma più su cosa ci piace realmente. Non c’è il peso della scelta. Quindi quando un giovane mi dice che si è emozionato con la mia musica, per me è il complimento più bello».
Recentemente hai dichiarato che ti preoccupa molto la prepotente entrata dell’intelligenza artificiale nel mondo della musica. Perché?
«Sì, perché fare qualcosa di perfetto non significa renderla unica - è un qualcosa di perfetto, ma fino a un certo punto. L’intelligenza artificiale può aiutare in determinate cose (e ben venga), ma non può sostituire l’essere umano, la mente umana è insostituibile. Tutto ciò che di bello si poteva creare è stato già creato. L’Intelligenza Artificiale non potrà mai creare opere come il David di Michelangelo o la Gioconda. Non potrà essere mai Bernini, né scrivere musica come Bach, Mozart o Beethoven».
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