
di AURELIO FULCINITI
Una parola che entra in un film leggendario come uno pseudonimo e finisce nel vocabolario di tutti e in quello, soprattutto, del “jet-set” internazionale, dal quale non è più uscita. Un “jet-set” che potremmo descrivere con le strofe dell’omonima canzone di Rino Gaetano, dove la starlette di turno “quando incede è una gazzella, sotto il sole non si spella” e “sta bene dove la sbatti, nell’interno o in copertina”, purché ci sia, dunque, una foto sul giornale.
Il paparazzo, nasce per identificare il fotografo nel film “La dolce vita”, e poi diventa il nomignolo e infine la definizione universale per tutti i fotografi del mondo. Quelli, per dire, che non hanno velleità d’artista – almeno consapevolmente, visto che alcuni scatti sono entrati di diritto nella leggenda – ma sgomitano fra folla e guardie del corpo per scattare una foto da vendere e far entrare appunto in cop, armati di spalle larghe e disposti a prendere calci o a guadagnarsi (si fa per dire) costole rotte, che per loro sono come una medaglia al valore. Amati e odiati, ma redditizi anche per le star, che se non ci fossero i paparazzi rientrerebbero automaticamente nella schiera dei “signori (o signorine) nessuno”.
Fotografi come il notissimo “The King” Rino Barillari, altro calabrese celebre, da Limbadi, che a leggere la sua biografia ufficiale ha “collezionato” in oltre cinquant’anni di carriera “162 visite al pronto soccorso, 11 costole rotte, 1 coltellata, 76 macchine fotografiche fracassate, 40 flash divelti, numerose manganellate durante i tumulti di piazza e coinvolto in diverse sparatorie (terrorismo, rapine, rapimenti e fatti di cronaca nera)”. Una vita dura, ma in compenso è stato nominato Commendatore della Repubblica Italiana.
E il paparazzo, da fotografo che accompagnava il giornalista Marcello Mastroianni (Marcello Rubini, nel film) in “La dolce vita”, è uno pseudonimo che nasce da un cognome calabrese di fine Ottocento e ancora oggi diffusissimo a Catanzaro, la città in cui il tal Coriolano Paparazzo visse e ispirò alla lontana Ennio Flaiano, sceneggiatore del film. Sulla genesi dei termine “paparazzo” ci sono state varie versioni, accreditate da Federico Fellini, che oltre ad essere stato regista di film leggendari come “La dolce vita” ed altri, ha avuto la fama, ben meritata, di essere stato il più grande bugiardo della storia del cinema, e non solo di quella. Fu lui a diffondere, per esempio, la voce del tutto infondata che Paparazzo fosse il cognome di un suo compagno di scuola a Rimini, oltre a diverse altre corbellerie menzognere che circolarono negli anni sullo stesso argomento, da parte del regista.
Ma la verità arrivo puntuale con oltre trent’anni di ritardo, quando usci postumo uno dei tanti diari di Ennio Flaiano, “La solitudine del satiro”, del quale la citazione toglie ogni dubbio a tutti quelli che, sbeffeggiati da Fellini per anni, hanno volato di fantasia. “Ora dovremmo mettere a questo fotografo un nome esemplare perché il nome giusto aiuta molto e indica che il personaggio “vivrà”. Queste affinità semantiche tra i personaggi e i loro nomi facevano la disperazione di Flaubert che ci mise due anni a trovare il nome di Madame Bovary, Emma. Per questo fotografo non sappiamo che inventare: finché, aprendo a caso quell’aureo libretto di George Gissing che si intitola “Sulle rive dello Jonio” troviamo un nome prestigioso: “Paparazzo”.
Il fotografo si chiamerà Paparazzo. Non saprà mai di portare l’onorato nome di un albergatore delle Calabrie, del quale Gessing parla con riconoscenza e con ammirazione. Ma i nomi hanno un loro destino”. George Gissing, scrittore inglese di epoca vittoriana, forte di una grande cultura classica era stato attratto dal libro di François Lenormant “La Grande Grèce” ed aveva voluto ripercorrere, nel 1897, lo stesso percorso lungo le tracce della Magna Graecia.
Degli autori del “Grand Tour”, di cui Gissing faceva parte, anche se inquadrato in un periodo più tardivo, sono stati avanzati alcuni dubbi, per quanto riguarda la loto attendibilità. Alle volte sono stati definiti troppo duri e pieni di pregiudizi, ed altre volte troppo generosi nelle osservazioni e nelle valutazioni. Leggendo attentamente – e più di una volta – i racconti di viaggio di George Gissing, egli ci è sembrato fra i più onesti ed attenti osservatori, giudicando la realtà e le persone di Calabria con simpatia, a differenza di altri, e con occhio sempre neutrale.
Gissing arriva a Catanzaro da Crotone e dedica alla città un intero capitolo del suo libro, il dodicesimo, pieno di scorci descritti con fascino d’artista e di argute osservazioni. A dire di Pierre Coustillas, professore emerito dell’Università francese di Lille e fra i maggiori esperti mondiali di George Gissing, lo scrittore inglese “considerava lodevoli tutti i segni del progresso che aveva notato a livello locale, poiché rappresentavano la prova positiva del miglioramento intellettuale”, e a Catanzaro “si trasforma in un turista felice, ansioso di visitare la città e di registrare le sue molteplici impressioni”. E le sue convinzioni furono rafforzate dall’Albergo Centrale, sull’attuale Corso Mazzini, che trova “decoroso, ben situato e ben arredato”. Ma, in generale, “Sulle rive dello Jonio” è un bel libro da leggere ancora oggi, e non solo per le descrizioni di Catanzaro e dell’albergatore Coriolano Paparazzo.
Il 23 ottobre 1999, a futura memoria, fu inaugurata e scoperta a Catanzaro, su Corso Mazzini, alla presenza, fra gli altri, di Rino Barillari in rappresentanza ideale di tutti i paparazzi del mondo, una targa in ricordo di Gissing, di Coriolano Paparazzo e della Dolce vita, proprio all’esterno del palazzo che ospitava l’Albergo Centrale. E Pierre Coustillas, che era presente, raccontò a chi scrive un curioso episodio: “Quando scoprimmo la targa, un signore del pubblico era così emozionato che propose di conferirgli la cittadinanza onoraria. Peccato, però, che Gissing fosse già morto. Un particolare non irrilevante, devo dire”.
E per finire, una curiosità nella curiosità: mentre l’Albergo Concordia, in cui soggiornò Gissing a Crotone, è ancora oggi aperto e conserva intatto gran parte del suo fascino, l’Albergo Centrale, a Catanzaro, fu chiuso nel 1967 perché aveva, diciamo così, “posticipato” gli effetti della Legge Merlin sulle “case chiuse”. Una conclusione, a suo modo, degna del film “La dolce vita”, che era uscito nei cinema appena sette anni prima.
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