
di M. Claudia Conidi Ridola*
Le recenti affermazioni del Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che ha definito il funzionamento delle correnti del Consiglio Superiore della Magistratura come espressione di un “sistema para-mafioso”, e le reiterate prese di posizione critiche del Procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, sullo stato della magistratura e sulle riforme della giustizia, pongono un problema che va ben oltre il merito delle singole opinioni: quello del disequilibrio istituzionale e del suo impatto sulla tenuta democratica del Paese.
Non è in discussione la legittimità della critica. In uno Stato costituzionale di diritto, la dialettica tra poteri è fisiologica e necessaria. È invece in discussione il linguaggio della delegittimazione, che, quando proviene da vertici delle istituzioni, produce un effetto corrosivo sulla fiducia collettiva. Equiparare, anche solo metaforicamente, dinamiche interne a un organo di autogoverno della magistratura a un sistema mafioso significa introdurre nell’arena pubblica un frame semantico che confonde i piani: quello delle patologie organizzative, pur gravi e meritevoli di riforma, e quello della criminalità organizzata, che attiene a fenomeni di ben altra natura giuridica e morale.
Allo stesso modo, la ripetizione di narrazioni fortemente critiche sullo “stato della giustizia”, se non accompagnata da un rigore argomentativo e istituzionale, rischia di alimentare un clima di sfiducia generalizzata. Il cittadino-elettore, già esposto a una comunicazione politica polarizzata, riceve segnali contraddittori: da un lato l’appello alla riforma come strumento di razionalizzazione del sistema; dall’altro, la rappresentazione delle istituzioni come entità strutturalmente compromesse. Ne deriva confusione cognitiva, che si traduce in disorientamento elettorale e in un progressivo distacco dalla sfera pubblica.
Il tutto con conseguente disorientamento che irrimediabilmente si tradurrà in un assoluto disinteresse al voto e dunque al mancato esercizio del diritto di voto con assenteismo dalle urne nei prossimi giorni previsti per la riforma referendaria-
Ciò potrebbe remare a favore di chi invece auspica questa mancata affluenza alle urne per falsare i risultati elettorali.
E mi sa che questo si stia già producendo.
Il punto critico del nostro Paese non è la presenza di conflitto – il conflitto è fisiologico in democrazia – ma la sua trasformazione in espressioni di “ tifoseria “.
Il dibattito pubblico assume sempre più spesso i tratti di un confronto da curva, dove le posizioni istituzionali appaiono stonate come voci isolate in un coro che non cerca armonia, ma applausi di parte.
Questo slittamento dal piano argomentativo a quello emotivo mina la credibilità delle istituzioni e produce un effetto di de-responsabilizzazione sistemica: se “tutto è marcio”, allora nulla è riformabile; se ogni critica è urlata, nessuna critica è davvero ascoltata.
In una democrazia matura, le riforme della giustizia devono essere precedute e accompagnate da un linguaggio istituzionale sobrio, verificabile e responsabile, capace di distinguere tra errori strutturali, responsabilità individuali e derive organizzative.
Le parole dei vertici non sono mai neutrali: orientano la percezione sociale del diritto, condizionano la fiducia dei consociati e incidono sulla legittimazione reciproca dei poteri dello Stato.
Il rischio, oggi, è quello di scivolare in una pseudo-democrazia comunicativa, dove il conflitto non produce sintesi ma rumore, e il rumore erode il patto di fiducia tra cittadini e istituzioni.
Ricostruire questo patto non significa tacitare le critiche, ma disciplinarle nel perimetro della responsabilità istituzionale.
Senza questo perimetro, ogni riforma nasce già delegittimata, ogni organo è percepito come parte di una contesa, e lo Stato di diritto si trasforma in un’arena di slogans dissonanti.
La tenuta democratica non si misura solo dalla qualità delle leggi, ma dalla qualità delle parole con cui le Istituzioni si parlano davanti ai cittadini.
Quando le parole diventano armi di fazione, la giustizia perde autorevolezza; quando diventano strumenti di chiarimento, la democrazia ritrova il suo baricentro.
Oggi questo baricentro appare fortemente minato da un clima di assoluta tempesta e le tempeste, si sa, causano solo danni , spesso non riparabili in tempi ragionevoli, ma che ne generano altri a catena in un iter conseguenziale di smottamenti e pseudo ricomposizioni forzate quanto inopportune-
*Avvocato
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