“Bettino Craxi: dai meritati e condivisi osanna alla ingiusta e crudele gogna”

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images “Bettino Craxi: dai meritati e condivisi osanna alla ingiusta e crudele gogna”
Vincenzo Speziali
  27 marzo 2022 08:49

di VINCENZO SPEZIALI

La 'falsa rivoluzione italiana' -esempio di un golpe post moderno- inizia il 17 Febbraio 1992, con l'arresto di Mario Chiesa, esponente socialista milanese, un po' troppo 'libertino': a quel tempo era Presidente del Pio Albergo Trivulzio (la 'Baggina' secondo lo slang meneghino), cioè una casa di riposo comunale, nella famosa città della 'Madunina'.

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Da lì, da quel giorno, nulla fu come prima, anzi il sasso divenne valanga e la gloriosa Prima Repubblica - artefice di sviluppo, libertà, democrazia, dignità, stato sociale, buon senso e altro ancora- fu spazzata via, al pari delle foglie in un viale d'autunno.
Il mio Partito cioè la DC, ne uscì a pezzi (assieme alle altre organizzazioni politiche alleate), ma il prezzo più alto e crudele, vile ed ipocrita, doloroso e penoso, lo pagò il Presidente Bettino Craxi, Segretario dei Socialisti -sin dal 1976- e già Capo del Governo Italiano (nella coalizione pentapartitica con noi democristiani e i laici minori) dall'Agosto '83 all'Aprile '87.
La magistratura della Procura 'Ambrogina', retta da Francesco Saverio Borrelli (da me nominato Ciccio Sasà) fece da apripista ad una deriva neogiacobina e giustizialista, palesemente ad uso e consumo degli ex comunisti, ma non solo.
Di lì la tragedia di un uomo prese forma materialmente, lancinando il suo animo (e che animo: nobile, onesto, grintoso), incidendo la sua 'carne' (il diabete che lo accompagnava poco silenziosamente si scatenò, assieme ad altre patologie vecchie e nuove, tutte dovute allo stress), senza però sconfiggerlo.

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Si paleso`, invece, 'urbi et orbi' la dignità di uno Statista -tale era e tale rimase, persino in morte!- il quale non chinò il capo al cospetto dei suoi boia, pur sapendo di finire i giorni terreni, lontano da quell'Italia che lui chiamava patria.
Si giunse al paradosso, quando morì, di proporre i funerali di stato -figuriamoci funerali di stato in terra straniera, cosa che se non si parlasse di drammi storici, politici e umani, farebbe ridere chiunque, persino i polli e le galline eredi del 'berliguerismo'- anzi assistemmo alla sublimazione del cattocomunismo -un ossimoro bell'e buono- che si configura con la degenerazione dell'ipocrisia e, spesso anche del moralismo (entrambi d'accatto).
Difatti, una cosa è certa: quando si è marxista non puoi credere ad altro se non alla dottrina del tuo fondatore, così come se uno è cristiano non può coniugare Gesù con Lenin!

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Persino un uomo come Craxi -il quale in quanto autenticamente socialista era orgogliosamente anticomunista- comprese l'importanza del messaggio della nostra religione, alla quale si era aggrappato non per consolazione, bensì per sincera convinzione.
Dovette lui in primis -e tutti quanti noi assieme a lui- assistere al tracollo dello Stato -in quella falsa rivoluzione- dove la politica venne soppiantata pure in base alla maggiore velocità della comunicazione, poiché quest'ultima fu cassa di risonanza delle opinabili gesta dei neo Vyšinskij italici, (implacabili, al pari del procuratore sovietico).
Nessuno, però, riflette sull'aspetto di come proprio la comunicazione può esser stata parte essenziale di un disegno ben preciso, dove una certa lobby finanziaria -si badi bene, non capitalistica, la cosa è ben diversa- cioè la propietà dei mezzi massmediologici, potrebbe aver consumato un apparente 'pactum sceleris', con spezzoni di poteri 'interna corporis' del Paese (probabilmente pure eterodiretti dall'estero).


Craxi passò dall'essere osannato, per giusti meriti e tipici 'convenzionali ossequi', al più cinico e devastante odio, frutto della propaganda da "colonna infame" di quella stagione dominata 'dall'inner circle' di Di Pietro (per quest'ultimo, fu vera gloria? Dubito, visto come è uscito dalla scena e con la coda tra le gambe!).
Venne il tempo di un esilio, che nemmeno sotto l'aspetto nominalistico gli fu riconosciuto -la si definiva con malvagia insolenza, latitanza (così la pubblica accusa poteva applicare meglio le sue 'scorciatoie inquisitorie')- epperò non smise di pensare e, al tempo stesso, di amare l'Italia e gli italiani tutti.


D'altronde, ciò era il suo carattere, al punto che -da Presidente del Consiglio- si batté come un leone, per porre rimedio alla 'tortura' inflitta dai sovietici, avverso un cittadino italiano (padre di un mio caro amico di infanzia), a sua volta  'bloccato' in terra moscovita.
Infatti, nel procinto di effettuare il viaggio di stato, gli fu sottoposto il caso e senza pensarci due volte lo impose in agenda, pur a fronte delle perplessità dei suoi stretti collaboratori, che non fecero altro e di meglio se non ricordargli come costui fosse notoriamente un "destrorso" incallito.


In un istante li 'inceneri`' tutti, boaticamente, ricordando a lorsignori la nazionalità del malcapitato: "Perché" -disse con voce stentorea- "costui non è pur sempre e comunque, un italiano?".
Voilà, un homme!
Volgari detrattori e false prefiche, giunsero persino a 'ricontestualizzare' il suo sincero intervento a favore della vita del Presidente Moro, dipingendolo come un azzardoso calcolo politico e non per ciò che realmente fu, ovvero il tentativo - coerente con la propria impostazione formativa- di salvare la vita ad un uomo innocente, vittima di un sequestro assurdo delle 'Bestie' (non 'Brigate') Rosse.
Il ritiro ad Hammamet, lo aveva reso un leone in gabbia, sofferente di un'ingiustizia immensa, lenita dalla presenza costante di Anna, moglie e madre eccelsa -oltre che di rara dignità- la quale non ha mai smesso di amare -prima, durante e dopo- il marito e di difendendere gli affetti familiari.
E fu 'circondato' dai nipoti, dalla nuora, dal genero, da qualche amico e principalmente dai suoi figli, Bobo e Stefania, fratello e sorella, tra di loro e ad 'honorem', anche i miei!
Parlando con entrambi, ancora oggi, si scoprono dettagli, che diventano schegge di abominio subito e di ciniche beffe, a fronte di una becera propaganda.
Già, la propaganda, che difatti ha censurato persino un atto giurisprudenziale eminente e solenne, cioè quello dell'Alta Corte di Giustizia del Consiglio d'Europa, la quale condannò il 5 Dicembre 2002, proprio l'Italia, per violazione dell'articolo 6 ("equo processo"), seppur troppo tardi: il Presidente, era morto il 19 Gennaio 2000 -patti chiari, non da latitante!- nel suo non dorato, bensì doloroso esilio.

 

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