Bevacqua: "Nell'Azienda Salute siamo cittadini o clienti?"

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  14 luglio 2026 17:34

di ANTONIO BEVACQUA

 Riusciremo ad uscire dall’ipocrisia e dire se l’Italia ha più bisogno di salute o di bilanci in pareggio? E dove dovrebbero essere reperiti i fondi necessari per realizzare un servizio pubblico che la nostra Costituzione tutela?

Ho letto nei giorni scorsi di “aziende” sanitarie che hanno chiuso i bilanci 2025 riducendo i disavanzi e qualcuna ha vantato persino il raggiungimento dell’utile.

Faccio fatica a comprendere tanta enfasi computistica, appartenendo ad un tempo e ad una cultura in cui i numeri entravano in ospedale solo per consentire di contare quanti cittadini (“cittadini” e non “clienti”) erano stati guariti dalle patologie che li avevano costretti a varcarne la soglia.

In verità nel nostro Paese siamo stati travolti da un’incredibile trasformazione che dall’istituzione, nel 1978, del Servizio Sanitario Nazionale ad opera di quel Governo Andreotti di “solidarietà nazionale”, appoggiato anche dal PCI, che in cambio impose proprio l’approvazione della riforma sanitaria, ci ha portati poi nel biennio 1992-1993 alla riforma della stessa riforma attraverso l’aziendalizzazione della sanità, un sistema che avrebbe dovuto introdurre efficienza, riduzione degli sprechi, responsabilità di bilancio e sgravio da condizionamenti della politica (trent’anni dopo fate voi i conti…).

Le conseguenze di una tale impostazione, nonostante il successivo più umanizzante intervento della c.d. riforma Bindi, ha trovato poi il suo epilogo negli anni duemila con la definizione dei LEA, i piani di rientro, l’introduzione dei costi standard e la pesante austerity sanitaria.

Il risultato del passaggio dalla logica del diritto alla salute a quella del pareggio del bilancio, a me pare sotto gli occhi di tutti, non è solo di natura culturale, laddove quello che un tempo era denominato e considerato “il paziente” oggi rischia di essere trattato come “una voce di ricavo” con la conseguenza che spesso vengono preferite prestazioni economicamente più vantaggiose rispetto a quelle più costose ma realmente necessarie.

Il controllo della spesa, attuato attraverso l’attribuzione di vincoli di bilancio alle aziende sanitarie, ha portato a vistosi tagli alle spese per il personale e al conseguente blocco delle assunzioni, riducendo così, drasticamente, il numero di medici e infermieri in servizio, causa, tale contesto, di turni logoranti, diffusione di burnout (esaurimento fisico, emotivo e mentale causato da stress cronico e prolungato sul lavoro) e fuga del personale verso la sanità gestita dai privati, senza contare l’allungamento delle liste d’attesa che costringe i cittadini a pagare le prestazioni di tasca propria onde evitare di attendere mesi, se non anni, per esami spesso essenziali.

Il primato, tuttavia, di questo stato di cose spetta sempre e comunque alla crescente diseguaglianza che si ravvisa a livello territoriale. La regionalizzazione della sanità ha infatti accentuato, amplificandolo, un sistema a due velocità, alimentando il fenomeno della migrazione sanitaria dal Sud verso le regioni del Nord, queste ultime nate già meglio dotate ed ora capofila di un circuito perverso che le arricchisce ai danni delle più povere.

Tutti questi aspetti trovano il loro principale fondamento in un ambito, ben monitorato e studiato da organismi indipendenti come la fondazione GIMBE, nel quale emerge che il Servizio Sanitario Nazionale è oltretutto afflitto da un notevole sotto-finanziamento rispetto alla media dei paesi dell’OCSE, una condizione che provoca l’indebolimento del settore pubblico a vantaggio della sanità privata e dei fondi assicurativi integrativi, mettendo così a rischio l'universalità del diritto alla salute sancito dall'articolo 32 della Costituzione.

Si dirà che il piatto piange. Le casse sono vuote e da qualche parte occorre limitare le spese. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica in Italia è stata finanziata con circa 143 miliardi di euro, una cifra già di per sé bassa tenuto conto che supera di poco il 6% del PIL. Ma a quanto ammonta il mancato esercizio del dovere di contribuzione da parte di una quota di popolazione alle spese pubbliche, in breve l’evasione fiscale? Secondo uno studio dell’Università Cattolica il tax gap (differenza tra quanto dovuto e quanto versato) va dai 92 ai 100 miliardi di euro all’anno, con una netta evidenza nell’ambito del lavoro autonomo.

Senza ulteriori analisi si può ben comprendere come un tale ammanco finisca per danneggiare direttamente la qualità, l'efficienza e la sostenibilità stessa del Servizio Sanitario Nazionale.

A parte l’evidente conclusione che l'evasione fiscale fa gravare la spesa sanitaria in modo sproporzionato su una quota ristretta della popolazione, non si può sottacere il paradosso secondo il quale i contribuenti onesti si trovano a finanziare i servizi sanitari anche per chi occulta i propri guadagni, limitando la capacità dello Stato di potenziare l'assistenza medica gratuita e universale. Un dovere, quest’ultimo, da parte dello Stato, che confligge con la pratica politica di “lisciare il pelo agli evasori” attraverso l’adozione di misure variamente definite a seconda dell’appeal del momento (condoni, paci fiscali, rottamazioni, ecc.), che di fatto minano alla radice il patto costituzionale, realizzano un’ingiustizia sociale e sgretolano, almeno qui di questo ci siamo occupati, un servizio pubblico come quello della sanità.

 

 

 


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