Bilotti commenta il saggio di Maurice Bignami: "Gli anni settanta si dichiarano prigionieri politici"

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Domenico Bilotti
  24 aprile 2021 12:38

 
di DOMENICO BILOTTI*
 
L’editore calabrese Rubbettino ha meritoriamente pubblicato nella scorsa primavera un corposo saggio di Maurice Bignami (“Addio rivoluzione. Requiem per gli anni Settanta”, pp. 13-311, più una vastissima appendice di note bibliografiche di decine e decine di profonde e pertinentissime cartelle). Bignami ha transitato e militato le esperienze della sinistra di alternativa di tutta la seconda metà del XX secolo. La giovanile del Partito Comunista Italiano, in cui il verbo marxista si apriva (faticosamente) a soggettività di tipo nuovo, Potere Operaio – coi suoi tanti pettirossi da combattimento di deandreaiana memoria, l’Autonomia, Prima Linea, le aree omogenee della detenzione politica, il radicalismo per i diritti civili, il laburismo medio-orientale, l’estrema conversione all’essenzialità del cristianesimo, sfida teologica, giuridica e culturale. Questo curriculum di “incidenti di percorso” in un Novecento secolo breve – tanto breve da sembrare a lungo incapace di finire – rende in re ipsa la sua voce meritevole di ascolto e di lettura. C’è un sogno generazionale che si frantuma in mille incubi e c’è poi la forza ordinante di rimettere quegli incubi a letto, con una terapeutica quanto omeopatica carrellata di personaggi, riviste, fatti, iniziative, considerazioni, persino dischi, film, libri, esperienze sentimentali. 

Bignami si dota di un sottotitolo che è l’ennesimo esercizio di spietata autoironia e senso critico: non scrive davvero un requiem per gli anni Settanta, anche se le sezioni più ariose del libro riguardano il prequel ingenuo e fecondo (il conflitto sociale dei Sessanta) e il sequel tumultuoso, transitorio, ostinatamente difficile (la normalizzazione degli Ottanta e il tentativo, comunicativo, sociale, umano, di tenere aperta una breccia sulla critica e sulle lotte dei decenni precedenti). 
Il testo di Bignami smentisce una serie di luoghi comuni, come ad esempio la convinzione, ormai pressoché unanime in ciò che resta delle realtà antagoniste di avantieri, di ieri e di oggi, che tutto il movimento disprezzasse il Partito Comunista Italiano. A ben vedere, tra il ’69 e il ’76, e ancor di più nel ‘73/’74, porzioni non irrilevanti della sinistra (all’epoca) extraparlamentare non escludono affatto la possibilità trasformativa di un “governo delle sinistre”, con dentro una politica redistributiva, riformista. Opponendosi, avversandola, ma ben sapendo come quella diatesi di governo sarebbe stata infinitamente più prossima alle battaglie del tempo di ogni successivo compromesso storico o contemporaneo governo a perno democristiano. Anche questo è il segno della storia politico-antropologica del principale partito della sinistra italiana e delle sue seguenti filiazioni-ibridazioni-depoliticizzazioni (PDS-DS-PD): la condanna a esser ritenuto “sinistra” dagli interlocutori della destra e “destra” dagli esigui, ma radicati e visibilissimi, interlocutori della sinistra. Una stramba, eterna, condanna a rappresentare – come oggi – il “centro” rispettabile, l’ago sulla bilancia della compatibilità e della governamentalità, senza avere la forza di un progetto nuovo, di un pensiero nuovo. Peccato. 


Bignami è anche cronista di se stesso, racconta la sua Bologna e la sua prigione. Lo fa senza tentazioni di indulgenza, ne coglie contraddizioni, letture, amori, estati, pomeriggi e illusioni. È tra i promotori della dissociazione politica, quando nel 1981 l’organizzazione cui appartiene, Prima Linea, viene collettivamente sciolta, per esaurimento della sua funzione storica o, piuttosto, per archiviazione della sua base militante e movimentistica nella società diffusa. Fondamentale, la dissociazione, per premere in direzione di una riforma penitenziaria che troverà una breccia nella legge Gozzini, nell’Ottantasei, e nel nuovo Codice di Procedura Penale nel 1988. L’attivismo di tutta la detenzione politica non è stato irrilevante a un decennio intenso di miglioramento delle condizioni della pena: senza, sarebbe andata molto peggio. 
Bisogna essere onesti, sul piano politico come su quello storiografico: alla dissociazione non mancano oppositori nella medesima area, irriducibili che condannano il gesto di resa e di negoziato per la dismissione delle proprie “armi” (quelle sociali, immateriali … e anche quelle con la polvere da sparo). E tuttavia, rispetto alla costellazione di storie individuali tra desolazione e abbandono, tra delazione e involuzione, tra fuggiaschi e latitanze, tra salvezze individuali e occasionali ma esistenti punte di slealtà, almeno la dissociazione politica ebbe il merito di presentare il conto della propria bancarotta senza labirinti e cunicoli. Presentando l’irreversibilità delle proprie personalissime sconfitte e proponendosi di divenire attori sociali (“minori”: nella rete delle cooperative, dell’associazionismo, dell’impegno) della democrazia. All’afasia della coerenza solipsistica e alla spocchia di chi parlava di un periodo archiviato, di una ricreazione finita, opponeva almeno il telaio di un ragionamento collettivo. 

Scorre bene, il volume, anche nei suoi passaggi più lunghi, zeppi di citazioni documentali, incursioni nella narrativa d’avventura e nell’esegesi della filosofia morale. Scorre come un temporale di polaroid, freschissimo di toni scuri, contemporaneamente più polemici e misericordiosi di ogni Sole finto. “Addio rivoluzione” non chiude i Settanta, al contrario. Smontando “quel che siamo stati” e affrontando la comparazione ontologicamente perdente con “quel che non siamo diventati” lancia spazi per potere oggi resistere ed esistere. Pensare. Signori, fate il vostro gioco. 

*docente di multiculturalismo e storia delle religioni Università Magna Graecia
 
 

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