




di VITTORIO PIO
Bungaro porta sul palco le canzoni insieme alle storie che le hanno generate. E comincia quasi subito dalle parole, ringraziando la Calabria e definendola «un bel sentimento». A Catanzaro Lido il suo “Fuoco Sacro” ha funzionato soprattutto in questo continuo passaggio fra musica e racconto, dentro una dimensione raccolta che ha lasciato spazio alla scrittura ma anche a una formazione strumentale decisamente poco convenzionale. Nessuna sovrastruttura, piuttosto il gusto di soffermarsi su un verso, ricordare un incontro, spiegare da dove sia arrivata un'idea senza sottrarre alla canzone la possibilità di parlare da sola.
Il concerto di Piazza Dogana, inserito in EstArte 2026 – Oltre il Confine, ha avuto così una propria eleganza naturale, sostenuta anche da arrangiamenti molto curati. Bungaro, voce e chitarra, aveva accanto Antonio De Luise, bassista qui prestato al pianoforte, Matteo Moretti al basso, Ivo Parlati alla batteria e Marco Pacassoni al vibrafono. Proprio quest'ultimo ha avuto un peso rilevante nella fisionomia sonora della serata, aggiungendo colori e aperture senza trasformarsi mai in semplice elemento ornamentale.
“Fuoco Sacro”, pubblicato lo scorso aprile, raccoglie undici brani e una rete di collaborazioni che comprende Chico Buarque, Jovanotti, Paolo Fresu, Omar Sosa, Jaques e Paula Morelenbaum. Dal vivo queste relazioni diventano materia narrativa. Bungaro parla dell'attesa e dell'incontro con Buarque, del Brasile, delle persone incrociate lungo il percorso, mostrando quanto la sua scrittura nasca spesso da un'esperienza o da una relazione prima ancora che da un'idea strettamente musicale.
Tra i brani nuovi “Amore Malox” conferma il gusto per una scrittura capace di tenere insieme immediatezza e attenzione lessicale. Ma uno dei passaggi più emozionanti della serata arriva con “Nu fil’ e voce”, che in Fuoco Sacro vede Paula Morelenbaum alla voce e Jaques Morelenbaum al violoncello. Dal vivo acquista una nudità ulteriore e mette bene a fuoco una delle qualità migliori di Bungaro: arrivare all'emozione senza la necessità di sottolinearla.
C'è poi “Adesso il cielo è di tutti”, sorta di protesta sentimentale ispirata da Gianni Rodari, ulteriore conferma di un'idea di canzone nella quale sentimento e osservazione possono convivere senza trasformarsi in dichiarazione programmatica. D'altra parte è Bungaro stesso a sintetizzare il proprio rapporto con la scrittura attraverso un principio molto semplice: «non mentire».
Non manca una parentesi decisamente più leggera, legata alla memoria musicale dell'infanzia. Bungaro recupera un piccolo medley di canzoni d'altra epoca, passando attraverso “Violino tzigano”, “Tango delle capinere” e “Agata”. Un divertissement affrontato senza nostalgia di maniera, che racconta però qualcosa delle sue radici d'ascolto e della curiosità con cui continua a muoversi fra repertori molto diversi.
Anche i racconti fra un brano e l'altro hanno una funzione precisa. Non sono riempitivi né introduzioni didascaliche, ma permettono di capire qualcosa in più del percorso che porta alla canzone. Il repertorio più conosciuto convive naturalmente con quello recente, mentre il concerto mantiene sempre una notevole misura, senza diventare una celebrazione del passato.
Il pubblico, raccolto e molto partecipe, sembrava del resto essersi quasi auto-selezionato. Bungaro appartiene a quella categoria sempre più rara di artisti che non cercano necessariamente un ascolto immediato: le sue canzoni chiedono attenzione, curiosità, qualche riferimento da riconoscere e soprattutto una disponibilità ad andare oltre la superficie. Non è musica che pretende di piacere a tutti, e probabilmente proprio per questo stabilisce con chi la segue una relazione particolarmente consapevole.
In apertura l'assessora alla Cultura Donatella Monteverdi aveva ricordato come Catanzaro Lido meritasse anche serate di dimensione più raccolta ed elegante. Questa, inserita nella terza edizione di “Oltre il Confine”, con la direzione artistica di Valentina Currenti e Amedeo Lobello, lo è stata realmente. Non per una generica idea di raffinatezza, ma per la qualità dei musicisti, il gusto degli arrangiamenti e soprattutto per quella cura della parola che Bungaro continua a considerare parte essenziale del proprio mestiere.
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