
Si accende il confronto sul tema dei buoni pasto e degli arretrati spettanti ai lavoratori dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria “Renato Dulbecco”. Al centro della discussione vi sono le diverse strategie adottate per il recupero delle somme non corrisposte negli anni passati: da una parte gli accordi conciliativi, dall’altra il ricorso al tribunale.
Secondo UNTIA, alcune informazioni diffuse negli ultimi mesi avrebbero generato confusione tra i dipendenti, in particolare riguardo all’entità degli arretrati effettivamente riconosciuti attraverso le conciliazioni.
Il sindacato evidenzia che la conciliazione sottoscritta riguarda esclusivamente il triennio 2021-2023. Restano esclusi il 2019, il 2020 e gli anni precedenti.
«Si parla di cinque anni di arretrati – sostiene UNTIA – ma l’accordo riconosce soltanto tre annualità. La normativa consente di rivendicare fino a dieci anni di crediti retributivi e, in questo caso, sono stati richiesti e ottenuti esclusivamente tre anni».
A sostegno della propria posizione, il sindacato richiama la sentenza emessa il 9 giugno 2026 dal Tribunale competente, che avrebbe riconosciuto al lavoratore identificato con le iniziali M.A. tutti gli arretrati ritenuti dovuti.
Un altro tema contestato riguarda l’idea secondo cui una vittoria giudiziaria potrebbe rimanere priva di effetti concreti per il lavoratore.
Secondo UNTIA, tale affermazione non troverebbe riscontro nella realtà dei fatti. L’Azienda Ospedaliero-Universitaria Dulbecco è infatti un ente pubblico finanziato principalmente attraverso le risorse del Fondo Sanitario Nazionale trasferite dalla Regione Calabria.
Nel caso di una condanna definitiva, spiegano i rappresentanti sindacali, la sentenza costituisce titolo esecutivo e consente di attivare le procedure previste dalla legge per il recupero delle somme dovute, comprese eventuali azioni esecutive sui conti dell’ente o sui crediti vantati nei confronti della Regione.
Per UNTIA il vero nodo della questione riguarda la differenza tra l’accordo conciliativo e il riconoscimento ottenuto in sede giudiziaria.
Nella lettura proposta dal sindacato, la conciliazione comporta il pagamento di tre anni di arretrati senza interessi e senza rivalutazione monetaria, con la conseguente chiusura della vertenza.
La sentenza, invece, imporrebbe il pagamento integrale delle somme riconosciute dal giudice, oltre agli interessi legali e alla rivalutazione ISTAT maturata nel tempo.
«La tutela reale per il lavoratore – sostiene UNTIA – consiste nell’ottenere tutto ciò che gli spetta e non nel rinunciare preventivamente a una parte del credito».
Nel documento diffuso dal sindacato viene inoltre affrontato il tema delle coperture finanziarie.
Le principali entrate di un’azienda ospedaliera derivano da:
Secondo UNTIA, i buoni pasto rappresentano una voce del costo del personale al pari degli stipendi e la loro mancata erogazione non sarebbe riconducibile a una carenza di fondi, bensì a scelte amministrative e contabili.
Il sindacato ribadisce inoltre che una sentenza passata in giudicato produce effetti obbligatori per l’amministrazione.
Tra le conseguenze evidenziate figurano:
La segretaria provinciale di UNTIA Catanzaro, Graziella Rattà, rivendica la scelta di percorrere la strada giudiziaria anziché quella conciliativa.
«Da una parte vi è il riconoscimento di tre anni di arretrati senza interessi; dall’altra una sentenza che riconosce integralmente quanto dovuto. I lavoratori devono valutare i fatti e scegliere consapevolmente», afferma il sindacato.
UNTIA sottolinea inoltre che i diritti dei lavoratori non dovrebbero differenziarsi in base all’appartenenza sindacale, ribadendo che il riconoscimento delle spettanze economiche deve essere garantito a tutti nelle medesime condizioni.
La prossima udienza sulla vicenda è fissata per il 25 giugno 2026, data in cui il confronto proseguirà nelle aule giudiziarie.
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