"Carcere, la dignità delle persone non può essere rinviata": la voce di Luciano Giacobbe, garante dei diritti dei detenuti

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images "Carcere, la dignità delle persone non può essere rinviata": la voce di Luciano Giacobbe, garante dei diritti dei detenuti
Luciano Giacobbe

  23 settembre 2026 08:47

 Il carcere non può essere considerato un luogo separato dalla società, né l'emergenza penitenziaria può essere affrontata soltanto quando i numeri diventano impossibili da ignorare. È da questa consapevolezza che prende le mosse la riflessione di Luciano Giacobbe, Garante dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale del Comune di Catanzaro, nel rilanciare l'appello della Conferenza Nazionale dei Garanti territoriali.

Una presa di posizione che assume, nel capoluogo calabrese, un significato particolare. Catanzaro conosce infatti da vicino le difficoltà che attraversano il sistema penitenziario italiano e che si riflettono quotidianamente anche nella Casa circondariale “Ugo Caridi”. Lo stesso Giacobbe, nella sua attività istituzionale, ha più volte richiamato l'attenzione sulle condizioni strutturali dell'istituto, sugli spazi detentivi, non sempre adeguati agli standard di tutela della dignità della persona, sulle carenze di personale e sulle difficoltà legate all'assistenza sanitaria e alla tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute.

Il tema, dunque, non è soltanto quello del sovraffollamento. Dietro ogni dato statistico ci sono persone, storie individuali, famiglie, operatori penitenziari e una comunità che deve interrogarsi sulla funzione della pena e sulle condizioni nelle quali essa viene concretamente eseguita.

È questo il punto sul quale insiste la Conferenza Nazionale dei Garanti territoriali: l'emergenza carceraria non può essere ridotta a una questione numerica. Il sovraffollamento, la carenza di organici, le difficoltà dell'assistenza sanitaria, la fragilità psicologica di una parte della popolazione detenuta e la frequenza degli eventi suicidari costituiscono aspetti diversi di una medesima crisi che richiede risposte strutturali.

Il ruolo del Garante, in questo contesto, diventa quello di un osservatore istituzionale particolarmente vicino alla realtà quotidiana del carcere: una figura chiamata a raccogliere le istanze delle persone private della libertà, a segnalare le criticità e, soprattutto, a mantenere aperto il collegamento tra il mondo penitenziario e la comunità esterna.

“La dignità della persona non può attendere” è il principio che Giacobbe ha recentemente posto al centro delle proprie dichiarazioni sull'emergenza carceraria.  Una formula che sintetizza una questione che riguarda direttamente l'articolo 27 della Costituzione: la pena, pur nella sua funzione sanzionatoria, deve tendere alla rieducazione del condannato e deve essere eseguita nel rispetto della persona.

Ed è proprio sulla funzione costituzionale della pena che si apre una seconda questione: quella delle misure alternative alla detenzione.

Per Giacobbe, il superamento delle criticità del sistema non può essere affidato esclusivamente alla costruzione di nuovi spazi detentivi. Occorre piuttosto interrogarsi sull'organizzazione complessiva del sistema, sulla possibilità di utilizzare in modo più efficace le misure alternative nei casi previsti dalla legge, sul reinserimento sociale e lavorativo e sulla capacità delle istituzioni territoriali di accompagnare il percorso della persona oltre il periodo della detenzione. In una sua recente presa di posizione ha sottolineato proprio la necessità di una nuova visione del sistema penitenziario, insieme a interventi immediati e a un maggiore ricorso alle misure alternative.

Non è una prospettiva che riguarda soltanto chi è detenuto. Riguarda anche chi lavora negli istituti penitenziari.

La crisi del sistema, infatti, coinvolge direttamente la Polizia penitenziaria, gli educatori, il personale sanitario, gli psicologi, gli assistenti sociali e tutte le professionalità chiamate quotidianamente a garantire sicurezza, assistenza e percorsi di trattamento. Un carcere sovraffollato e con risorse insufficienti rischia di rendere più difficile il lavoro di tutti e di indebolire proprio quei percorsi di rieducazione che la Costituzione pone come finalità della pena.

Il tema dei suicidi rappresenta, sotto questo profilo, il punto più drammatico. Da allora la questione non ha perso la propria urgenza. Per questo l'appello dei Garanti territoriali assume anche un valore politico-istituzionale nel senso più alto del termine: non quello della contrapposizione, ma quello della responsabilità. Le istituzioni sono chiamate a confrontarsi con una realtà nella quale la tutela dei diritti fondamentali non può essere considerata un elemento accessorio dell'esecuzione penale. Il Capoluogo catanzarese dimostra, inoltre, quanto sia importante il rapporto tra carcere e territorio. Il Garante comunale può rappresentare un punto di raccordo tra l'istituzione penitenziaria, la magistratura di sorveglianza, i servizi sociali, la sanità e il volontariato. È in questa rete che possono nascere percorsi concreti di reinserimento e di prevenzione della recidiva. Il carcere, dunque, non è soltanto una questione del Ministero della Giustizia o dell'amministrazione penitenziaria. È anche una questione della comunità.

La presenza di un Garante territoriale serve proprio a ricordarlo: dietro una porta chiusa rimane una persona titolare di diritti, anche quando è stata privata della libertà personale. E la tutela di quei diritti non significa mettere in discussione la sicurezza o la funzione della pena. Significa, al contrario, riaffermare il principio secondo cui anche l'esecuzione della pena deve svolgersi dentro il perimetro della Costituzione. Da Catanzaro, Luciano Giacobbe rilancia così una domanda che non riguarda soltanto il carcere di Siano, l’IPM di Catanzaro ma l'intero sistema penitenziario italiano: quale carcere vogliamo costruire e quale funzione vogliamo affidargli?

La risposta non può essere soltanto quantitativa. Non può limitarsi al numero dei posti disponibili o alla capienza degli istituti. Deve necessariamente interrogarsi sulla qualità della detenzione, sull'accesso alle cure, sulla dignità degli spazi, sul lavoro, sulla formazione, sui rapporti familiari, sulle opportunità di reinserimento e sulla possibilità che la persona, una volta scontata la pena, possa tornare nella società con strumenti diversi da quelli che l'avevano portata in carcere.

Bisogna trasformare l'emergenza in una occasione di riforma, riportando al centro del dibattito non soltanto il carcere, ma la persona che vive il carcere