




di VITTORIO PIO
Rosso vermiglio, fierezza, sensualità. E poi quegli squarci di silenzio che diventano parte della musica e del movimento. La Carmen della Compañía Antonio Gades, andata in scena al Parco archeologico nazionale di Scolacium per la XXVI edizione di Armonie d’Arte Festival, ha restituito tutta la forza di uno spettacolo che continua a vivere ben oltre il tempo della sua creazione, conservando intatta una modernità che passa attraverso un’assoluta sapienza tecnica. Corpi e gesti reincarnano senza retorica aspetti fondamentali della psiche umana come l’amore, la libertà, la carnalità, la gelosia, ma anche la convivialità, il potere e la morte.
Gades parte da Bizet e Mérimée ma non ne rimane prigioniero. La sua Carmen appartiene soprattutto al flamenco, al cante jondo, a una cultura mediterranea viscerale nella quale antagonismo e sentimento, scherno e goliardia, desiderio e orgoglio convivono senza bisogno di essere spiegati. La musica di Bizet affiora, si intreccia con quella tradizione e diventa parte di un linguaggio teatrale più ampio. Bastano uno sguardo rapido, un battito, il tintinnare delle tavole, l’ingresso delle chitarre per cambiare improvvisamente la temperatura della scena.
Impressionante la sincronia della compagnia e soprattutto la gestione dello spazio scenico: corpi che si cercano e si respingono, geometrie collettive che si compongono per dissolversi un istante dopo e lasciare spazio alla tensione dei protagonisti. È una danza che possiede un rigore assoluto senza mai dare l’impressione di essere imprigionata nella coreografia. Carmen conserva così la propria sensualità senza diventare semplicemente seduttiva: è soprattutto indipendenza, libertà, rifiuto di qualsiasi possesso. Ed è proprio questa dimensione a rendere ancora attuale il personaggio.
A Scolacium tutto questo ha trovato un’amplificazione naturale nello sfondo della grande basilica normanna. Non una semplice scenografia monumentale, ma una presenza capace di dialogare con il colore dei costumi, con le ombre, con il movimento e soprattutto con quei silenzi improvvisi nei quali sembrava concentrarsi l’intera tensione dello spettacolo. Il luogo e la rappresentazione, per una sera, sono sembrati appartenersi reciprocamente.
D’altra parte, a chi conosceva il racconto letterario e l’opera Carmen è apparso subito quanto il lavoro fosse puntualmente riferito alla storia, ma arricchito da una sorprendente densità di particolari, tradotti in scelte acute e profondamente significanti dalla regia originale di Carlos Saura. Il numerosissimo pubblico ha seguito tutto con grande attenzione, esplodendo alla fine in lunghi e altrettanto appassionati applausi.
Insieme a Since She di Dimitris Papaioannou, portato da Armonie d’Arte nel settembre 2019 al Teatro Politeama di Catanzaro, nella prima e unica data italiana con il Tanztheater Wuppertal Pina Bausch, questa Carmen ha segnato uno dei vertici della proposta culturale del Festival, in particolare per la danza. Senza dimenticare, nello stesso ambito dell’arte coreutica, le straordinarie presenze di grandi coreografi con le loro compagnie, come Wayne McGregor e Carolyn Carlson, oltre a danzatori del calibro di Svetlana Zakharova, tra gli altri.
Momenti lontani nel tempo ma accomunati dalla capacità di intercettare spettacoli internazionali di livello assoluto e portarli in Calabria. Un risultato che conferma la visione della direttrice artistica Chiara Giordano e la vocazione di Armonie d’Arte a confrontarsi, senza complessi di perifericità, con il grande circuito internazionale dello spettacolo dal vivo, offrendo così una grande opportunità al pubblico calabrese e, nel contempo, contribuendo a qualificare l’offerta turistica del territorio. Una prospettiva sintetizzata efficacemente nel claim scelto dal Festival: “Armonie d’Arte – la Calabria che vale il viaggio”.
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