




di MARCO CALABRESE
La splendida e suggestiva cornice del Parco Archeologico di Squillace ha ospitato “Carmen”, il balletto flamenco della Compañía Antonio Gades, con la direzione artistica di Stella Arauzo e la coreografia e regia firmate da Antonio Gades e Carlos Saura. Una scelta di grande valore artistico che conferma la qualità delle proposte della direttrice artistica Chiara Giordano, alla guida della 26ª edizione del Festival Armonie d’Arte.
La serata ha restituito al pubblico una Carmen lontana da ogni lettura meramente illustrativa, capace invece di mettere in dialogo letteratura, opera lirica e danza attraverso il linguaggio potente e fisico del flamenco.
La vicenda nasce dal racconto di Prosper Mérimée, pubblicato nel 1845, e trova una nuova dimensione nell’opera di Georges Bizet, andata in scena per la prima volta nel 1875. Due interpretazioni differenti dello stesso mito: Mérimée osserva il mondo di Carmen quasi con sguardo antropologico, raccontandone con crudezza la dimensione criminale e marginale; Bizet ne accentua invece la componente romantica e tragica. La versione di Gades e Saura recupera soprattutto la dimensione gitana e andalusa, restituendo alla storia il carattere primordiale, sensuale e violento che attraversa entrambe le fonti.
È proprio il flamenco a diventare il vero motore dello spettacolo. I tempi della farruca, del zapateado e della bulería si intrecciano con la chitarra e con il canto dal vivo, in un impasto sonoro intenso e materico. Le incursioni nella musica di Bizet sono poche ma decisive: l’ouverture, l’Habanera, Votre toast, je peux vous le rendre e il drammatico finale, quando Carmen restituisce l’anello a Don José, lanciandoglielo, e la tragedia precipita verso il suo epilogo.
Il resto è tutta la forza del flamenco: vivo, intenso, rumoroso, talvolta scanzonato, altre volte brutale, sensuale e quasi magico.
Carmen seduce senza bisogno di musica. Nei suoi momenti più intensi, il corteggiamento diventa un vero e proprio pas de deux costruito esclusivamente sulla gestualità e sulla presenza fisica della protagonista. Vestita di rosso, Carmen domina lo spazio con una sensualità ipnotica: non è soltanto una donna che seduce, ma una forza capace di imprigionare gli sguardi e alterare il destino degli uomini che la circondano.
La presenza di Micaëla, personaggio appartenente alla versione operistica di Bizet, viene appena accennata. Mentre Don Josè è immobile dopo l’incontro con Carmen, un gruppo di persone forma una sorta di cerchio che sembra rinchiudere Micaëla, trasformandola in una figura prigioniera. E la sua prigione è, simbolicamente, proprio quella costruita da Don José, l’uomo che ha scelto Carmen e che, per lei, ha rinnegato il proprio passato.
È forse proprio Don José il personaggio maggiormente ripensato rispetto all’immagine consolidata dall’opera di Bizet. Nel melodramma è il militare che, travolto dalla passione per Carmen, abbandona la promessa sposa e la madre per precipitare nella gelosia e nella violenza. Nel racconto di Mérimée, invece, è già un criminale, responsabile di diversi omicidi, compreso quello del marito di Carmen.
Gades sceglie di dare grande rilievo proprio alla dimensione maschile e violenta della vicenda. I duelli diventano vere costruzioni coreografiche, nelle quali il ritmo nasce dal corpo: i colpi dei tacchi sul palcoscenico si alternano al bastone battuto a terra, generando sincopi e controtempi di straordinaria efficacia. È una ritmica fisica, quasi percussiva, che in alcuni passaggi sembra avvicinarsi, per energia e spigolosità, a una concezione musicale di matrice stravinskiana.
Anche gli specchi assumono un forte valore simbolico. I personaggi danno loro le spalle, come se rifiutassero di guardare ciò che sono stati. È il gesto di chi rinnega il proprio passato per abbracciare una nuova esistenza fatta di passione, violenza e criminalità. Nessuno sembra poter tornare indietro.
In questo universo emerge anche Escamillo, il matador. Rispetto al racconto di Mérimée, dove è una figura sostanzialmente secondaria, nella costruzione scenica acquista una presenza quasi monumentale. Lo vediamo prepararsi per la corrida davanti allo specchio, comporre con cura la propria immagine e assumere le pose eleganti e codificate del torero.
Il movimento del capote de brega, la postura, la lentezza dei gesti e la fierezza della figura restituiscono tutta la dimensione rituale della corrida. Escamillo non è soltanto un personaggio: è la rappresentazione di un mondo nel quale mascolinità, spettacolo, rischio e morte si fondono in un unico gesto teatrale.
La Carmen della Compañía Antonio Gades si rivela così uno spettacolo di grande gusto e di notevole rigore, quasi un ideale compendio delle diverse possibilità interpretative offerte da uno stesso soggetto.
E proprio qui sta uno degli aspetti più interessanti della proposta di Armonie d’Arte: prosa, opera lirica e danza potrebbero convivere all'interno di una stessa stagione, affrontando il medesimo mito da prospettive differenti. La Carmen di Mérimée, quella musicale di Bizet e quella coreografica di Gades non si escludono, ma si completano. Tre linguaggi, tre sguardi, tre modi di raccontare una stessa storia.
È una direzione culturale che la Calabria merita. Una regione nella quale spettacoli di questo livello possono rappresentare non soltanto momenti di intrattenimento, ma vere occasioni di crescita e confronto.
Per questo la presenza della Compañía Antonio Gades a Squillace assume un significato che va oltre la singola serata: dimostra che anche in Calabria è possibile costruire una proposta culturale ambiziosa, capace di dialogare con i grandi linguaggi dello spettacolo internazionale.
E forse è proprio da qui che occorre ripartire: dalla qualità delle scelte, dalla curiosità, dalla capacità di proporre opere e artisti che non si limitino a ripetere formule già consumate, ma sappiano restituire al pubblico il piacere della scoperta e la forza di un’esperienza artistica autentica.
La Carmen di Gades, nel suggestivo scenario di Squillace, lo ha dimostrato con rara evidenza.
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