
di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*
La Calabria vuole ripopolare i propri borghi offrendo abitazioni gratuite per dieci anni a chi decide di trasferirsi nella regione. Un progetto presentato dal presidente Roberto Occhiuto, con l'obiettivo di recuperare immobili inutilizzati e contrastare lo spopolamento dei piccoli centri.
L'iniziativa può avere una sua utilità, ma solleva anche interrogativi importanti sulle priorità nell'impiego delle risorse pubbliche. A evidenziarlo è stato anche l'avvocato Antonello Talerico, che ha contestato l'idea di puntare sulle abitazioni gratuite senza affrontare prima il problema della mancanza di lavoro, di imprese e di opportunità economiche. Una considerazione che merita attenzione: una casa può attrarre qualcuno, ma non basta a convincerlo a restare se intorno non esistono le condizioni per costruire una vita.
A questa riflessione ne aggiungerei un'altra: perché non favorire innanzitutto i calabresi che non sono mai andati via, che hanno scelto di rimanere nella propria terra nonostante le difficoltà e che spesso non riescono neppure a garantirsi un'abitazione dignitosa? Ci sono famiglie che non possono sostenere un affitto, persone in difficoltà economica, giovani che non riescono a rendersi autonomi e cittadini che continuano a vivere nei piccoli centri senza concrete prospettive di miglioramento. Perché non destinare una parte di queste abitazioni proprio a loro?
Non si tratta di essere contrari a chi vuole trasferirsi in Calabria. Ogni nuovo arrivo può rappresentare una risorsa, ma non possiamo dimenticare che esiste già una popolazione che ha resistito allo spopolamento e che non dovrebbe essere penalizzata proprio perché ha scelto di restare. Prima di cercare nuovi abitanti, sarebbe opportuno chiedersi come sostenere quelli che abbiamo già.
C'è poi un altro patrimonio immobiliare sul quale varrebbe la pena aprire una riflessione.
Penso, ad esempio, alle abitazioni lasciate da collaboratori di giustizia costretti ad abbandonare il territorio per ragioni di sicurezza. In alcuni casi si tratta di immobili rimasti inutilizzati, talvolta gravati da situazioni urbanistiche irrisolte, anche di abusivismo edilizio, che ne rendono difficile il recupero e la destinazione. Non tutti questi beni sono stati confiscati dallo Stato e non per questo possono essere considerati automaticamente disponibili.
Ma proprio per tale ragione sarebbe utile avviare un censimento e verificare quali possano essere recuperati attraverso gli strumenti giuridici e amministrativi previsti, evitando che un patrimonio immobiliare resti inutilizzato mentre si cercano nuove abitazioni da mettere a disposizione.
La questione, dunque, non è soltanto dove trovare le case, ma come utilizzare al meglio ciò che già esiste e, soprattutto, a vantaggio di chi.
Il rischio del progetto è quello di investire risorse considerevoli per attrarre persone che potrebbero anche decidere di ripartire quando si renderanno conto che, al di là dell'abitazione gratuita, mancano lavoro, servizi, collegamenti e opportunità. Il ripopolamento non può essere una semplice operazione anagrafica, né può ridursi alla consegna delle chiavi di una casa.
Forse sarebbe più lungimirante investire una parte di quelle risorse per sostenere le famiglie calabresi, recuperare il patrimonio abbandonato, incentivare le attività produttive e creare condizioni concrete affinché i giovani non siano costretti a cercare altrove ciò che la propria terra non riesce a offrire.
La Calabria non ha bisogno soltanto di persone che vengano ad abitarla, ma di ragioni per cui i suoi abitanti non siano costretti ad abbandonarla. E forse, prima di offrire una casa a chi deve arrivare, dovremmo preoccuparci di chi, pur essendo rimasto, non riesce ad averne una.
*Avvocato
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