
All'indomani della Staffetta della Legalità di Vibo Valentia, Sergio Gaglianese, presidente de La Tazzina della Legalità, scrive alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, alla Presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo, ai ministri competenti, alle istituzioni calabresi e ai vertici del mondo imprenditoriale, chiedendo risposte sulla vicenda dell'imprenditore Francesco Cascasi.
"La Staffetta, dunque, non finisce con una manifestazione. Da Vibo riparte una battaglia concreta. Cascasi è un imprenditore che ha denunciato il gotha della ’ndrangheta e che, dopo oltre vent'anni di battaglie, ha ottenuto la concessione per il proprio progetto di Marina Resort dopo 23 anni. Oggi, però, sono trascorsi ulteriori 683 giorni dalla richiesta di adeguamento senza una conclusione della procedura, secondo la documentazione in nostro possesso".
"Non possiamo chiedere agli imprenditori di denunciare la ’ndrangheta e poi lasciarli soli quando devono confrontarsi con la macchina amministrativa – afferma Gaglianese –. E non possiamo accettare che proprio il mondo imprenditoriale lasci solo chi ha avuto il coraggio di denunciare"
La Tazzina pone quindi una domanda precisa anche alle rappresentanze degli industriali: "dove sono quando un imprenditore che ha scelto la legalità, ha denunciato la criminalità organizzata e ha investito milioni in Calabria ha bisogno di sostegno e risposte? Siamo stanchi dell'antimafia dell'apparenza – prosegue Gaglianese – quella che trova sempre il tempo per commemorazioni, cerimonie e premi, ma rischia di scomparire quando c'è da affrontare concretamente i problemi di chi denuncia. La vera antimafia si misura quando le telecamere si spengono"
Per La Tazzina della Legalità, la vicenda Cascasi rappresenta il primo banco di prova concreto della #Ridestanza, il percorso lanciato a Vibo per trasformare la legalità da parola celebrata a responsabilità praticata. "Non chiediamo privilegi né corsie preferenziali. Chiediamo regole rispettate, tempi certi e soprattutto che lo Stato e il mondo produttivo dimostrino che chi denuncia la ’ndrangheta non viene lasciato solo". La Tazzina rende quindi pubblica la lettera inviata alle istituzioni e annuncia che non intende fermarsi. "Andremo fino in fondo. Da Vibo parte la Ridestanza e noi non intendiamo voltarci dall'altra parte"
La mail inviata a Giorgia Meloni Roberto Occhiuto Chiara Colosimo Tommaso Foti Enzo Romeo Rocco Colacchio Matteo Salvini
Alla Presidente del Consiglio dei Ministri
On. Giorgia Meloni
Al Vicepresidente del Consiglio dei Ministri e Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti
On. Matteo Salvini
Al Ministro per gli Affari Europei, il Sud, le Politiche di Coesione e il PNRR
On. Tommaso Foti
Al Presidente della Regione Calabria
Roberto Occhiuto
Alla Presidente della Commissione parlamentare antimafia
On. Chiara Colosimo
Al Sindaco del Comune di Vibo Valentia
Enzo Romeo
Al Presidente Associazione industriale
Rocco Colacchio
Oggetto: Vicenda dell’imprenditore Francesco Cascasi e progetto Marina Resort di Vibo Marina – 23 anni per ottenere una concessione e ulteriori 683 giorni di attesa per una conferenza dei servizi. La lotta alla ’ndrangheta passa anche dalla capacità dello Stato di non abbandonare chi denuncia
Egregi Presidenti, Egregi Ministri, Egregio Sindaco, scrivo nella mia qualità di Presidente dell’Associazione culturale La Tazzina della Legalità, all’indomani della tappa vibonese della Staffetta della Legalità, perché ritengo che quanto sta accadendo attorno alla vicenda dell’imprenditore Francesco Cascasi meriti una risposta chiara, tempestiva e soprattutto istituzionale. Non si tratta soltanto della storia di un procedimento amministrativo.
Si tratta di una vicenda che pone una domanda molto più profonda: come possiamo chiedere agli imprenditori calabresi di denunciare la ’ndrangheta, di opporsi alle pressioni criminali e di scegliere la strada della legalità, se poi chi trova il coraggio di farlo rischia di rimanere per decenni intrappolato nelle lentezze e nelle inefficienze della macchina amministrativa? La storia è, per certi versi, emblematica. Nel lontano 17 ottobre 2000, la società ricorrente presentava alla Capitaneria di Porto di Vibo Valentia-Marina una domanda per ottenere una concessione demaniale marittima cinquantennale finalizzata alla realizzazione, all’interno del porto di Vibo Marina, di una Marina Resort per la nautica da diporto. Quella iniziativa imprenditoriale suscitava gli appetiti della criminalità organizzata.Francesco Cascasi ebbe il coraggio di denunciare. Dalla denuncia scaturì un procedimento penale che portò alla condanna degli imputati per estorsione aggravata dal metodo mafioso.
Cascasi non si limitò a denunciare: si costituì parte civile e continuò a difendere il proprio progetto e i propri diritti anche attraverso una lunga battaglia davanti alla giustizia amministrativa. E qui emerge un dato che dovrebbe interrogare profondamente tutte le istituzioni:per ottenere quella concessione sono occorsi 23 anni.La concessione demaniale cinquantennale veniva infatti formalmente sottoscritta soltanto l’11 agosto 2023, con successiva consegna dell’area il 10 gennaio 2024. Nel frattempo, il Comune di Vibo Valentia, quale ente procedente, è stato condannato dal TAR Calabria, con sentenza poi confermata dal Consiglio di Stato nel 2024, al risarcimento di circa 3,5 milioni di euro per i danni derivanti dai ritardi.
Eppure, incredibilmente, la storia non è ancora finita. Il 12 novembre 2024, la CADI S.r.l. ha presentato all’Autorità di Sistema Portuale dei Mari Tirreno Meridionale e Ionio una richiesta di adeguamento della concessione.Ad oggi, secondo la documentazione e le informazioni in nostro possesso, la conferenza dei servizi non risulta ancora conclusa.Sono trascorsi 683 giorni dalla presentazione dell’istanza, a fronte di termini procedimentali che, secondo quanto rappresentato, dovrebbero essere di 90 giorni, prorogabili di ulteriori 45. Se questi numeri saranno confermati, non siamo più davanti a un semplice ritardo. Siamo davanti a una situazione che necessita di una spiegazione istituzionale.
Nel frattempo, un investimento complessivo di circa 27 milioni di euro, con circa 7,5 milioni di euro già sostenuti, rischia di rimanere bloccato. E allora la domanda diventa inevitabile. Che senso ha parlare di restanza, di ritornanza, di attrattività degli investimenti e di rilancio del Mezzogiorno se un imprenditore che ha scelto di restare, investire e denunciare la criminalità organizzata deve attendere decenni per vedere concretamente riconosciuto il proprio diritto a realizzare un investimento? La Calabria non ha bisogno soltanto di grandi annunci. Ha bisogno di certezza dei tempi, certezza delle procedure, certezza delle istituzioni.
Ha bisogno di uno Stato che sia presente non soltanto quando c'è da commemorare una vittima o celebrare un anniversario, ma soprattutto quando un cittadino sceglie concretamente di stare dalla parte dello Stato.
Ed è proprio per questo che, come La Tazzina della Legalità, riteniamo necessario introdurre un concetto che abbiamo definito #RIDESTANZA. Prima ancora della restanza e della ritornanza, abbiamo bisogno che i calabresi si ridestino. Che pretendano i propri diritti. Che chiedano conto dei ritardi.
Che non accettino più come normalità ciò che normale non dovrebbe essere. Ma la ridestanza deve riguardare anche le istituzioni.Chi ha responsabilità pubbliche deve avere il coraggio di chiedere conto a chi ha responsabilità amministrative.Per questo rivolgo una domanda precisa anche alla politica e alle istituzioni territoriali:chi deve verificare perché una procedura che dovrebbe concludersi in pochi mesi rimane sospesa per quasi due anni?E ancora: qual è il ruolo che intendono assumere le rappresentanze del mondo produttivo e imprenditoriale di fronte a una vicenda di questa portata? E il Comune di Vibo Valentia, quale istituzione territoriale direttamente interessata dalla storia amministrativa di questo investimento, non dovrebbe essere tra i primi soggetti a chiedere formalmente conto dello stato della procedura? Non è una questione di appartenenza politica. Non è una questione personale. Non è una richiesta di favore. È una richiesta di legalità.
Perché la legalità non può essere soltanto la repressione della criminalità. La legalità è anche la capacità dello Stato di garantire a chi rispetta le regole che le regole funzionino. Altrimenti rischiamo di produrre un paradosso devastante: chiediamo agli imprenditori di denunciare la ’ndrangheta e, contemporaneamente, non riusciamo a garantire loro tempi amministrativi compatibili con la vita di un'impresa. Questo, soprattutto in una provincia come Vibo Valentia, assume un significato ancora più grave. Parliamo di un territorio che continua a confrontarsi con fenomeni criminali radicati, con una preoccupante sequenza di intimidazioni e con una situazione socioeconomica che lo colloca da anni nelle fasce più fragili delle classifiche nazionali.
In un territorio nel quale il lavoro dovrebbe essere uno dei principali strumenti di emancipazione dalla criminalità, ogni investimento produttivo che crea sviluppo, occupazione e legalità dovrebbe essere accompagnato dalle istituzioni, non lasciato per anni in una condizione di incertezza.
Per questo chiediamo alle istituzioni destinatarie della presente di verificare con urgenza lo stato della procedura, individuare le ragioni del ritardo, accertare le responsabilità amministrative eventualmente esistenti e soprattutto indicare tempi certi per la conclusione dell'iter.
Chiediamo inoltre che questa vicenda venga considerata per ciò che rappresenta: un possibile banco di prova della capacità dello Stato di sostenere concretamente un imprenditore che ha scelto di denunciare la criminalità organizzata. Non chiediamo corsie preferenziali. Chiediamo che venga rispettata la corsia ordinaria della legalità, quella prevista dalle leggi e dai tempi della pubblica amministrazione. Alla Presidente Meloni, ai Ministri competenti, al Presidente della Regione Calabria, alla Presidente della Commissione parlamentare antimafia e al Sindaco di Vibo Valentia, al Presidente degli Industriali, chiediamo dunque un'assunzione di responsabilità. Una risposta. Una verifica. Un confronto.
Perché 23 anni per ottenere una concessione e altri 683 giorni per attendere la conclusione di una conferenza dei servizi non possono diventare la normalità amministrativa di questa regione. E soprattutto perché non possiamo permettere che il messaggio rivolto agli imprenditori calabresi sia: “Denunciate la ’ndrangheta, ma poi arrangiatevi.”Il messaggio deve essere esattamente l'opposto: “Denunciate. Lo Stato è con voi. E lo Stato farà la propria parte fino in fondo.”
La vicenda Francesco Cascasi può diventare un simbolo negativo dell'inefficienza oppure, se tutte le istituzioni sapranno intervenire, può trasformarsi in un segnale concreto di cambiamento per Vibo Valentia e per l'intera Calabria. Noi auspichiamo fortemente la seconda strada.Per questo attendiamo un riscontro sollecito e concreto, non una risposta di circostanza. La Calabria ha bisogno di fatti La legalità ha bisogno di fatti. E chi ha avuto il coraggio di denunciare la ’ndrangheta ha diritto, oggi più che mai, a vedere lo Stato al proprio fianco.
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