
di TERESA MENGANI
Quando la politica prova a fare la cardiochirurgia con le metafore, il rischio è che scambi un organo per uno slogan. È quello che è accaduto con la frase pronunciata da Giorgia Meloni sul caso del piccolo paziente del Ospedale Monaldi: “troveremo un altro cuore”. Troveremo. Come se si trattasse di una pratica smarrita in un cassetto ministeriale. Un altro cuore. Come se fosse un pezzo di ricambio da ordinare su un catalogo, con consegna prioritaria e reso gratuito.
Il problema non è soltanto la scivolata retorica, l’ennesima, che pure in un Paese dove le parole pesano, dovrebbe essere maneggiata con più cura di un bisturi. Il problema è l’idea sottesa: che la complessità tragica di un trapianto possa essere compressa in una promessa muscolare, in un atto di volontà politica. Come se la fisiologia obbedisse ai decreti e la biologia si piegasse alla conferenza stampa.
Un cuore non si “trova”. Un cuore viene donato. E prima ancora, viene perso. C’è una famiglia che nel momento più devastante della propria esistenza compie un gesto di generosità assoluta. C’è un sistema delicatissimo di compatibilità, tempi, trasporto, preservazione. C’è una catena di responsabilità tecniche che non può essere sostituita dall’enfasi.
Dire “ne troveremo un altro” significa ignorare, o fingere di ignorare, che ogni trapianto è un equilibrio irripetibile tra dolore e speranza. Non è un approvvigionamento. È un evento unico, irriproducibile, che esiste solo perché qualcuno ha scelto di trasformare una tragedia in possibilità per altri.
Inoltre, quella frase rischia di produrre un effetto collaterale pericoloso: banalizzare le responsabilità. Se un organo si rovina durante il trasporto, la questione non è rassicurare l’opinione pubblica con un generico “si rimedia”. La questione è capire cosa non ha funzionato, chi doveva vigilare, quali protocolli sono stati seguiti o disattesi. La politica dovrebbe pretendere rigore, non dispensare consolazioni da talk show.
La sanità non è un palcoscenico per prove di ottimismo performativo. È un ambito in cui le parole devono essere misurate quasi quanto i parametri vitali. Perché ogni leggerezza rischia di trasformarsi in un’offesa involontaria: ai medici che studiano per anni prima di toccare un cuore; agli infermieri che presidiano turni massacranti; ai tecnici che sanno che pochi gradi di differenza possono segnare il confine tra vita e morte.
E, soprattutto, ai genitori di quel bambino. A loro si deve silenzio rispettoso, non promesse roboanti. Si deve la consapevolezza che il loro gesto, accettare la donazione, è stato nobilissimo. Ridurre tutto a un “ne troveremo un altro” è come dire che il sacrificio è replicabile in serie. Non lo è.
La politica ha il dovere di essere presente. Ma essere presenti non significa occupare lo spazio con frasi ad effetto. Significa riconoscere i limiti del potere, distinguere tra volontà e realtà, tra slogan e scienza.
Un cuore non è una metafora patriottica. Non è una risorsa strategica. Non è un simbolo da agitare per rassicurare. È un organo fragile, che batte grazie a una rete di competenze, responsabilità e, prima di tutto, umanità. Forse, più che promettere di “trovarne un altro”, sarebbe stato più serio promettere verità. E rispetto.
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