
Riceviamo e pubblichiamo
La Camera Penale di Catanzaro registra con sgomento le modalità con cui sono stati resi noti gli esiti dell’attività d’inchiesta condotta dalla Commissione parlamentare sulla morte di David Rossi. È evidente che tale modalità pone una questione di metodo e di principio, investendo il rapporto tra istituzioni, informazione pubblica e garanzie fondamentali dello Stato di diritto.
Le dichiarazioni del presidente della Commissione parlamentare, secondo quanto riportato dagli organi di informazione, chiamano in causa persone determinate, tra le quali l’avvocato catanzarese Giuseppe Mussari, attribuendo loro ruoli di particolare gravità nella ricostruzione dei fatti, fino a ipotizzare, nei confronti di quest’ultimo, una responsabilità di mandante di un’azione intimidatoria che sarebbe poi culminata nella morte dell’ex dirigente di Monte dei Paschi di Siena. A tali dichiarazioni ha fatto seguito l’annuncio della disponibilità della Commissione ad ascoltare le persone interessate.
È proprio questa successione a suscitare una seria preoccupazione: prima la pubblica esposizione di un’ipotesi accusatoria, poi l’ascolto di chi ne è destinatario. Un ordine che rischia di rovesciare il senso stesso del confronto e di produrre, prima ancora di ogni accertamento, una condanna mediatica difficilmente reversibile.
La Camera Penale non intende esprimere alcuna valutazione sul merito degli accertamenti, sulla fondatezza degli elementi acquisiti o sulla posizione delle persone menzionate. Non è questo il suo compito. Intende, piuttosto, ribadire un principio che non può conoscere deroghe dettate dalla gravità dei fatti, dall’interesse pubblico o dall’attenzione mediatica: la ricerca della verità esige rigore, prudenza e rispetto della dignità delle persone.
Una commissione parlamentare d’inchiesta esercita una funzione di particolare rilievo costituzionale e istituzionale. Proprio per questo, la comunicazione dei risultati della propria attività richiede una responsabilità tanto maggiore quanto più le dichiarazioni rese sono suscettibili di incidere sulla reputazione di singoli individui. La presunzione di innocenza, nel rispetto della distinzione tra attività parlamentare e accertamento giurisdizionale, esprime un principio fondamentale di civiltà giuridica: nessuno può essere consegnato a una responsabilità pubblicamente rappresentata come definita prima che i fatti siano adeguatamente accertati.
L’ascolto successivo non cancella gli effetti di un’accusa già consegnata alla ribalta pubblica. La gogna mediatica ha tempi rapidissimi; la possibilità di chiarire i fatti e di recuperare una reputazione compromessa segue tempi assai diversi. È questa asimmetria a rendere particolarmente delicata la condotta di chi, in ragione della funzione ricoperta, è chiamato a esercitare il proprio ruolo con equilibrio e consapevolezza delle conseguenze delle proprie parole.
La morte di David Rossi merita verità, serietà e rispetto. Ma proprio la ricerca della verità impone di non confondere l’accertamento con la sua rappresentazione pubblica, né la legittima esigenza di fare luce su una vicenda drammatica con la diffusione di ipotesi di responsabilità individuali capaci di anticipare, nell’opinione pubblica, conclusioni ancora da verificare.
Lo Stato di diritto si misura soprattutto quando le accuse sono gravi e l’attenzione pubblica è più intensa. È allora che le garanzie devono dimostrare tutta la loro forza, non come ostacoli alla ricerca della verità, ma come condizioni essenziali perché essa possa essere perseguita senza sacrificare la dignità delle persone.
La verità non ha bisogno della gogna. Ha bisogno di istituzioni rigorose, capaci di distinguere il sospetto dall’accertamento, l’ipotesi dalla responsabilità e la comunicazione pubblica dal giudizio.
È questo il metodo che una democrazia costituzionale ha il dovere di preservare, sempre e nei confronti di chiunque.
Il Consiglio Direttivo
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