Catanzaro, al convegno Rotary il dibattito che riapre il caso sanitario del SIN di Crotone

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  10 maggio 2026 15:37

 Un confronto intenso, multidisciplinare e scientificamente rigoroso ha acceso a Catanzaro il dibattito sul rapporto tra contaminazione ambientale, salute pubblica e prevedibilità oncologica nei territori ad alta pressione espositiva.

Nel corso del convegno promosso dal Rotary di Catanzaro, il presidente Ferdinando Saracco ha aperto i lavori sottolineando la necessità di affrontare il tema ambientale non soltanto come questione amministrativa o territoriale, ma come emergenza culturale e sanitaria che richiede dialogo tra medicina, scienza e istituzioni. Accanto a lui, la dr.ssa Marisa Macrina ̶ già responsabile regionale dei trapianti d’organo della Calabria e neuroanestesista ̶ ha introdotto il valore etico della prevenzione e della tutela della salute collettiva, richiamando l’importanza di una medicina capace di intercettare precocemente i segnali biologici del danno ambientale. Il convegno ha visto inoltre gli interventi del dr. Massimo Calderazzo, già Direttore di U.O.C. di Pneumologia, e del dr. Salvatore Procopio, fisico di ARPACAL, che hanno approfondito rispettivamente le implicazioni respiratorie delle esposizioni ambientali croniche e gli aspetti fisico-ambientali legati ai contaminanti presenti nei territori industrialmente compromessi. Ma è stato l’intervento del dott. Pasquale Montilla, oncologo medico, a rappresentare uno dei momenti più intensi dell’incontro. Una relazione che ha unito oncologia, esposomica e riflessione etica attorno a una frase destinata a lasciare il segno: “Il tempo di latenza a Crotone è scaduto.”

Non una provocazione, ma una definizione clinica. Secondo la riflessione sviluppata durante il convegno, il SIN di Crotone starebbe entrando nella fase storicamente più drammatica delle esposizioni ambientali croniche: quella della manifestazione clinica delle patologie correlate. “I tumori ambientali ̶ ha spiegato Montilla ̶ non si sviluppano immediatamente. La cancerogenesi industriale ha tempi lunghi. Lalatenza biologica può durare decenni. Ma quando termina, iniziano a parlare i corpi.” Nel corso dell’intervento è stato affrontato il tema delle neoplasie metallo-correlate, delle esposizioni cumulative a contaminanti industriali e della necessità di integrare stabilmente l’anamnesi ambientale nella pratica oncologica. Secondo l’impostazione illustrata, il limite storico della gestione sanitaria dei territori contaminati sarebbe stato quello di avere separato ambiente e clinica, lasciando marginale il ruolo dell’esposizione cronica nel ragionamento medico.

Da qui il richiamo alla cosiddetta “prevedibilità oncologica”: la possibilità di riconoscere precocemente quadri di rischio attraverso biomonitoraggio avanzato, tossicologia clinica, epidemiologia molecolare ed esposomica. Particolarmente forte il passaggio dedicato alla “normalizzazione del rischio”, definita come il progressivo adattamento psicologico e istituzionale alla presenza della contaminazione ambientale. “Il pericolo più grave -ha affermato Montilla  - è quando una comunità smette di percepire come anomalo ciò che biologicamente non è normale.” Nel silenzio della sala, la relazione si è progressivamente trasformata da intervento scientifico a riflessione collettiva sulla responsabilità sanitaria e sul rapporto tra tempo biologico e ritardo culturale. “La vera domanda -ha concluso-non è più se il rischio esistesse. La vera domanda è se avremmo dovuto comprenderlo prima.” Il convegno Rotary di Catanzaro si chiude così lasciando aperto un interrogativo che supera i confini della Calabria e investe il modello nazionale di prevenzione sanitaria nei siti contaminati. Perché il tema non riguarda più soltanto l’ambiente. Riguarda il tempo. E in oncologia, quando il tempo di latenza finisce, spesso il prezzo viene pagato dai pazienti.


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