
di CARLO MIGNOLLI
“L’angelo del focolare” arriva a Catanzaro, al Teatro Politeama, venerdì 13 febbraio alle ore 21:00, all’interno della stagione teatrale ideata dalla Sovrintendente Antonietta Santacroce. È la prima volta di Emma Dante a Catanzaro, con uno spettacolo appena debuttato al Piccolo Teatro di Milano e già capace di scuotere pubblico e critica.
Scritto e diretto da Emma Dante, una delle voci più radicali e riconoscibili della regia teatrale internazionale, L’angelo del focolare porta in scena l’atroce ritualità di un femminicidio consumato eppure mai concluso. Una donna, uccisa dal marito, giace a terra morta, ma la sua morte non basta: nessuno le crede. Come un angelo domestico imprigionato, è costretta a rialzarsi e a rientrare nella stessa routine quotidiana, fatta di lavori di casa, silenzi, violenza e indifferenza.
In scena Leonarda Saffi nel ruolo della moglie, Ivano Picciallo in quello del marito, David Leone nei panni del figlio e Giuditta Perriera in quelli della suocera. Gli elementi scenici e i costumi sono firmati dalla stessa Emma Dante, con le luci di Cristian Zucaro, a costruire un interno domestico claustrofobico, sospeso in una penombra che sa di condanna.
Ogni sera la donna muore, ogni mattina si rialza: pulisce, cucina, accudisce, subisce. Il marito la uccide, il figlio è schiacciato da una depressione muta, la suocera non condanna, ma compatisce. È un girone infernale in cui la pena non si estingue mai e in cui alla protagonista è concesso soltanto il desiderio del volo, mai il volo stesso.
In questa intervista, Leonarda Saffi racconta il lavoro su un personaggio devastante e necessario, il confronto con la scrittura di Emma Dante e il senso profondo di uno spettacolo che non consola, ma costringe a guardare.
L’INTERVISTA
Il suo personaggio è una donna morta che continua a vivere. Come si costruisce, da attrice, un corpo che è insieme assente, stanco, ma costretto a ripetere ogni giorno gli stessi gesti?
«Per costruire un corpo che sia insieme assente e costretto a vivere ogni giorno gli stessi gesti, bisogna prima di tutto entrare dentro la quotidianità di questa donna. Non si tratta di imitare, ma di sentire come la sua vita, fatta di gesti ripetitivi, obblighi invisibili, rinunce silenziose, si inscrive nel corpo. Ogni movimento diventa segno di stanchezza, di presenza meccanica, ma anche di una memoria interiore che continua a vivere. Da attrice, lavoro sul ritmo e sulla ripetizione: ripetere le azioni fino a farle diventare quasi naturali, come se il corpo le ricordasse da solo. Allo stesso tempo, cerco di mantenere uno spazio interiore di assenza, una distanza emotiva che permetta allo spettatore di percepire che questa donna non è del tutto viva, ma neppure completamente morta. Il teatro, per me, è sempre un equilibrio tra trasformazione e osservazione: il corpo deve parlare più della parola, restituire ciò che è subìto, accumulato e sopportato. Così ogni gesto quotidiano diventa una narrazione silenziosa, dove la stanchezza, l’assenza e la costrizione non sono solo concetti, ma sensazioni fisiche che il pubblico può percepire e sentire insieme a me. Questa donna non urla quasi mai, non si ribella apertamente».
Come si racconta la violenza senza mostrarla, ma facendola sentire addosso allo spettatore?
«La violenza di questa donna non è urlata, ma è lì, nelle pieghe della vita quotidiana, nei gesti che si ripetono senza scelta, nei silenzi che pesano. All’inizio sembra soccombere completamente, schiacciata da tutto ciò che le è intorno, ma ci sono momenti in cui reagisce: quando il marito cerca di trasmettere al figlio la sua educazione distorta, quando la pressione diventa insopportabile, quando la sua dignità cerca uno spazio per respirare. In questi momenti, la ribellione, anche se minima, scatena la prepotenza dell’uomo e mette in luce quanto la violenza sia un meccanismo che attraversa in realtà tutta la famiglia: tutti, in modi diversi, feriscono e vengono feriti. E lei stessa, rinunciando a sé, diventa a volte carnefice di se stessa, vittima e colpevole insieme. In realtà nello spettacolo la violenza si manifesta in ogni sfaccettatura: questa casa diventa un labirinto mortale, in cui l’unica via d’uscita sembra la morte. Ma anche quella è un inganno: in una visione quasi onirica, queste donne rimangono martiri, intrappolate per sempre in mura domestiche che uccidono lentamente. Lo spettatore sente, riconosce, perché in ogni sistema di violenza ci si specchia tutti: perché la società, la storia e i nostri stessi corpi continuano a sostenerla».
L’angelo del focolare non mostra il femminicidio come evento eccezionale, ma come esito di una violenza abituale. Che responsabilità sente, come attrice, nel portare in scena una storia così necessaria e scomoda?
«Come attrice sento una grande responsabilità: restituire verità senza spettacolarizzare il dolore, far sentire al pubblico ciò che succede “sotto la superficie”, nelle pieghe della quotidianità di queste famiglie, perché purtroppo, anche se in forme diverse, queste situazioni esistono ancora. Il mio lavoro è rendere tangibile questa realtà, dare voce e corpo a chi non ha voce, senza cadere nella retorica o nel sensazionalismo. Vivo il mio lavoro come un atto politico e una responsabilità sociale. L’angelo del focolare è necessario perché mette in luce ciò che spesso si vuole ignorare: la violenza domestica è sistemica, culturale, radicata. Raccontarla significa chiedere allo spettatore di guardarsi dentro, di riconoscere che la responsabilità non è mai solo di chi compie la violenza, ma anche di chi chiude gli occhi e tace. Sentirsi portavoce di queste storie è scomodo, ma è un atto necessario di verità e memoria. È doloroso per me, tantissimo, perché dopo ogni replica incontro occhi non solo commossi, ma feriti: donne che hanno vissuto esperienze simili, che hanno perso qualcuno a causa di queste morti lente. Portare queste storie in scena non è mai facile, ma è indispensabile: attraverso il teatro cerco di trasformare il dolore in testimonianza, affinché ciò che è nascosto possa finalmente essere visto, ascoltato e ricordato».
In questo spettacolo nessuno “crede” alla donna, nemmeno dopo la sua morte. Quanto questa incredulità le sembra ancora radicata nella nostra società?
«Troppe volte le donne che denunciano violenza vengono ignorate, giudicate o addirittura colpevolizzate. L’incredulità non è solo individuale: è culturale, sistemica, radicata nella società e nelle famiglie. In scena diventa evidente quanto sia difficile rompere il silenzio, quanto la violenza sia visibile in ogni gesto e decisione, eppure continuiamo a non crederle. Raccontare questa dinamica significa dare corpo a chi non viene ascoltato, perché solo vedere e sentire può spezzare il circolo dell’indifferenza. In questa società malata, se una donna si veste “in modo provocante”, l’uomo si sente autorizzato a sessualizzarla; viene pagata meno rispetto agli uomini, anche se fanno lo stesso lavoro, licenziata se incinta, giudicata per ogni scelta. Ancora oggi, la donna conserva un’identità scomoda in un sistema liberale abusante, gestito da politici monolitici “senza fantasia”, come avrebbe detto Gramsci. La dinamica dell’abuso è visibilissima, manifesta, eppure chi detiene il potere la strumentalizza, traendone vantaggio e legittimandola come norma».
La regista Emma Dante lavora molto sul corpo, sul silenzio, sull’essenzialità. Com’è stato lavorarci? Qual è stata l’indicazione di regia che più l’ha spiazzata o messa in crisi durante le prove?
«Lavorare con Emma Dante è un’esperienza totalizzante: il corpo, il silenzio, la lingua, l'intuito e l'istinto diventano strumenti di creazione e verità. Con lei l’attore e le attrici non sono solo esecutori , ma co-creatori o creatrici, e il processo è profondamente maieutico: tira fuori dall’attore ciò che forse non sa di avere. Per L’angelo del focolare, l’indicazione che più mi ha messa alla prova è stata l’immobilità iniziale: mantenere quella sospensione nel tempo e nello spazio e poi rialzarsi dalla morte come atto quotidiano, lavorare in sottrazione, senza reagire quasi mai alla violenza, mentre il mio istinto spingeva a rispondere. È stato difficile e spiazzante, ma proprio lì è nata la verità del personaggio della madre».
L’angelo del focolare parla di una donna, ma anche di una famiglia che non vede. Lo spettacolo accusa un intero sistema di silenzi piuttosto che il singolo uomo?
«L’angelo del focolare non denuncia un singolo uomo: è la rappresentazione di un microcosmo familiare che riflette la società. La violenza è resa possibile da un sistema patriarcale fatto di indifferenza e norme che normalizzano la sopraffazione. Lo spettacolo denuncia questa struttura: non è solo colpa dell’uomo, ma di una cultura e di una società che ancora oggi non proteggono le donne e chi subisce violenza».
Dopo questo lavoro, come è cambiato il suo sguardo sulle storie di violenza che leggiamo ogni giorno nei giornali?
«Sicuramente il mio sguardo è diventato più radicale, più lucido. Non perché prima non fossi sensibile o coinvolta, anzi: mi sono sempre occupata di queste tematiche e ho lottato, quando ho potuto, mettendomi a rischio molte volte. Proprio per questo sento una grande responsabilità, come attrice, nel continuare a parlare di temi che bruciano, di questioni scomode, anche quando fanno male. Questa responsabilità la incontro ogni sera negli sguardi del pubblico, non sono solo commossi, molti sguardi sono feriti, soprattutto quelli delle spettatrici. Tante donne mi raccontano le loro esperienze, ciò che hanno subito o a cui hanno assistito. È uno scambio fortissimo: il loro sguardo, la loro gratitudine, i loro abbracci mi restituiscono il senso profondo di questo lavoro e mi spingono a continuare a raccontare questa storia. È in questo incontro che capisco quanto il teatro sia ancora necessario per fare politica: perché mette i corpi al centro, crea consapevolezza e lavora dentro una dimensione collettiva».
Segui La Nuova Calabria sui social

Testata giornalistica registrata presso il tribunale di Catanzaro n. 4 del Registro Stampa del 05/07/2019
Direttore responsabile: Enzo Cosentino
Direttore editoriale: Stefania Papaleo
Redazione centrale: Vico dell'Onda 5
88100 Catanzaro (CZ)
LaNuovaCalabria | P.Iva 03698240797
Service Provider Sirinfo Srl
Contattaci: redazione@lanuovacalabria.it
Tel. 3508267797