




Tornare al Teatro Politeama “Mario Foglietti” per assistere alla stessa visita guidata drammatizzata, a distanza di un anno, significa entrare in un’esperienza già conosciuta. Eppure, fin dai primi passi nel foyer, è evidente che qualcosa cambia. Non nello spettacolo, che resta coerente nella sua struttura, ma nello sguardo di chi lo attraversa.
L’intuizione alla base del progetto, voluta dal direttore generale Settimio Pisano, si conferma solida e riconoscibile. Il percorso mantiene la stessa scansione, gli stessi passaggi, la stessa alternanza tra racconto e azione. Anche la conduzione di Francesco Gallelli conserva quella cifra espressiva già sperimentata: una presenza che guida senza imporsi, capace di accompagnare il pubblico dentro gli spazi del teatro con misura e continuità.
In questo contesto emerge uno degli aspetti più interessanti dell’iniziativa: il ribaltamento della prospettiva dello spettatore. Chi entra a teatro, normalmente, è portato a concentrare tutta la propria attenzione su ciò che accade in scena, lasciando sullo sfondo l’edificio e i suoi dettagli. In questo caso accade l’opposto. Lo sguardo viene guidato altrove, verso ciò che solitamente resta invisibile: l’architettura, i simboli, le forme che costruiscono l’identità stessa del teatro. È un cambio di prospettiva semplice solo in apparenza, ma profondamente efficace, che trasforma la visita in un’esperienza nuova e sorprendentemente coinvolgente.
E proprio questa coerenza diventa il punto di forza dell’esperienza. Se la prima visione è segnata dalla scoperta, la seconda si trasforma in una lettura più consapevole. I dettagli architettonici emergono con maggiore chiarezza, i rimandi simbolici si ricompongono in un disegno più leggibile, e anche il rapporto tra parola e spazio si fa più evidente. Il teatro, progettato da Paolo Portoghesi e costruito sull’area dell’antico cine-teatro Politeama, si rivela allora non solo come contenitore di spettacoli, ma come vero protagonista del racconto.
Resta particolarmente incisivo il momento in cui il pubblico viene condotto sul palcoscenico. Trovarsi dietro il sipario, percepire il vuoto della sala prima dell’apertura e poi osservare la platea da una prospettiva rovesciata restituisce una dimensione nuova, più concreta, del rapporto tra attore e spazio scenico.
A guidare questo viaggio è l’attore e performer Francesco Gallelli, ma parlare di semplice conduzione sarebbe riduttivo. La sua presenza costruisce un coinvolgimento totale, capace di catturare lo sguardo e orientarlo con precisione. È in questi momenti che l’esperienza cambia profondamente. La parola si fa evocazione, il ritmo rallenta, e lo spazio del teatro sembra trasformarsi sotto gli occhi di chi ascolta. Il racconto del soffitto della platea a forma di conchiglia, sospeso tra leggenda e immaginazione, non è solo una spiegazione architettonica, ma un passaggio capace di rendere visibile ciò che normalmente resta muto. Si crea una condizione di ascolto rara, quasi ipnotica, in cui il pubblico resta assorto, rapito, e ogni elemento – luce, forme, dettagli – acquista un’intensità nuova.
Gallelli riesce così a fare ciò che è più difficile: non spiegare il teatro, ma farlo percepire. E in questo equilibrio tra narrazione e spazio, tra voce e architettura, la visita si trasforma in un’esperienza immersiva piena, in cui lo spettatore non guarda semplicemente, ma si lascia attraversare da ciò che vede.
Se la prima volta il Politeama sorprende, la seconda convince. E dimostra che, anche quando nulla sembra cambiare, è lo sguardo dello spettatore a fare la differenza.
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