Catanzaro, “Chiesa e aree interne”: dal Seminario S. Pio X un appello per riabitare i territori

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  23 febbraio 2026 21:06

di CATERINA MURACA

Due giornate di studio e confronto dedicata a uno dei nodi più urgenti per il futuro della Calabria e dell’intero Mezzogiorno: nell’Aula Magna “Beato Francesco Mottola” del Pontificio Seminario Teologico Regionale S. Pio X si è aperto oggi il convegno “Chiesa e aree interne. Leggere il territorio per liberare le risorse”.

Ad avviare la sessione mattutina, moderata dal prof. Antonio Martino, è stato il panel dedicato a “In ascolto della realtà. Lettura e critica delle aree interne”, momento di analisi e riflessione sulle dinamiche che attraversano i territori più fragili della regione.

Il primo relatore è stato il dott. Eraldo Rizzuti, geologo, che ha proposto una lettura critica e multidimensionale delle aree interne italiane, con particolare attenzione al contesto meridionale.

Rizzuti ha richiamato la necessità di un’analisi approfondita delle sfide che segnano questi territori: spopolamento, marginalità socio-economica, carenza di servizi essenziali e fragilità infrastrutturali. È stata evidenziata l’importanza della Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) e del nuovo Accordo di Partenariato 2021–2027, strumenti pensati per sostenere lo sviluppo sostenibile, valorizzare le risorse locali e contrastare il declino demografico.

Particolare attenzione è stata riservata alla recente legge sulle zone montane, che prevede stanziamenti per il triennio 2025–2027 destinati al Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane. Tra le misure illustrate: incentivi allo smart working, crediti d’imposta per personale sanitario e scolastico, agevolazioni per giovani imprenditori e agricoltori, tax credit per l’acquisto e la ristrutturazione della prima casa, oltre a misure a sostegno della natalità. Un quadro normativo che, se ben attuato, potrebbe rappresentare un’opportunità concreta di rilancio.

Nel suo intervento, Rizzuti ha anche collocato la questione delle aree interne all’interno di una riflessione storica e sociale più ampia, richiamando documenti e prese di posizione della Chiesa italiana sul Mezzogiorno, a partire dalla Populorum Progressio fino alle più recenti iniziative pastorali dedicate alle aree interne. Ne è emerso come la “questione meridionale” non sia solo economica, ma profondamente sociale e culturale, e come richieda uno sguardo integrato capace di coniugare politiche pubbliche, responsabilità civile e impegno ecclesiale.

Proprio su questa linea si è inserita anche la proposta dei “Parchi Culturali Ecclesiali”. L’idea è quella di costruire una strategia concreta di rilancio che parta dal patrimonio ecclesiale, non inteso soltanto come insieme di edifici storici – chiese, monasteri, santuari – ma come espressione viva della cultura, della memoria e dell’identità dei territori.

La proposta punta alla promozione di progetti integrati, capaci di mettere in rete beni materiali e immateriali: arte, tradizioni, spiritualità, paesaggio, comunità locali. In quest’ottica, i “Parchi culturali ecclesiali” diventano strumenti per valorizzare l’intero tessuto territoriale, trasformando le aree interne in luoghi di esperienza, conoscenza e partecipazione.

Un ruolo centrale è affidato agli itinerari e ai cammini religiosi, che dovrebbero essere messi a sistema e organizzati in modo organico, così da favorire un turismo culturale e religioso sostenibile, consapevole e rispettoso dei luoghi. Non si tratta soltanto di attrarre visitatori, ma di generare nuove opportunità economiche e sociali per le comunità locali, partendo dalla “bellezza” e dalla spiritualità che caratterizzano questi territori.

In particolare, è stata evidenziata la necessità di individuare tre itinerari culturali religiosi specifici, capaci di connettere tra loro le aree interne e di creare nuove economie radicate nell’identità dei luoghi. Un progetto che, se sostenuto da una visione condivisa tra istituzioni e Chiesa, potrebbe rappresentare un concreto percorso di rinascita per molti piccoli centri oggi a rischio spopolamento.

A seguire è intervenuto l’avvocato Vincenzo Chiaramente, che ha offerto una testimonianza personale particolarmente significativa. Dopo gli studi nelle Marche, si è trovato davanti a un’importante opportunità lavorativa fuori regione. Tuttavia, ha scelto di tornare in Calabria e di costruire qui la propria carriera professionale.

Una decisione controcorrente, maturata nella consapevolezza che il cambiamento dei territori non può avvenire senza la presenza e l’impegno di chi li ama. Il suo racconto ha rappresentato un esempio concreto di “radicamento”, di scelta responsabile di rimanere nella propria terra senza cedere alla logica della fuga.

Chiaramente ha espresso l’auspicio che si possano individuare soluzioni efficaci per riavvivare la Calabria, in particolare i piccoli paesi dell’entroterra, come il suo, oggi segnati da un progressivo spopolamento. In questo processo, ha sottolineato, la Chiesa può svolgere un ruolo fondamentale: non solo come voce morale, ma come soggetto attivo capace di creare reti, favorire coesione sociale, sostenere progettualità e ridare speranza alle comunità.

La prima sessione del convegno ha così posto le basi per una riflessione ampia e condivisa: leggere il territorio in modo realistico, senza nasconderne le criticità, ma anche senza ignorarne le risorse. Liberare le energie delle aree interne significa mettere in dialogo istituzioni, professionisti, comunità locali e Chiesa, in una prospettiva di corresponsabilità.

In attesa della seconda giornata e del prosieguo degli interventi, il convegno si conferma come un importante spazio di confronto per immaginare, insieme, un futuro possibile per le aree interne calabresi.

 


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