
di FRANCO CIMINO
Ieri sera ho assistito, al Teatro Comunale,il Teatro al centro del Centro storico, a una rappresentazione teatrale davvero straordinaria. Una commedia, non molto nota in verità, a me di certo, di Nino Gemelli, che il suo grande allievo, oggi Maestro, Francesco Passafaro, ha portato in scena nell’ambito della breve rassegna dedicata all’indimenticabile — purtroppo da altri dimenticato — commediografo nazionale in lingua di Catanzaro. Il titolo, “Virus”, era già un programma: una promessa di risate e riflessioni, come impongono tutte le opere dell’illustre catanzarese, uomo di cultura tra i più profondi e sensibili.
Non vorrei ripetermi oggi sui meriti straordinari di Francesco Passafaro, che, innamorato del suo grande maestro, ci propone annualmente le sue opere, le sue commedie. E non per devozione filiale o per gratitudine, ma per il valore politico e culturale, oltre che teatrale, che le creazioni di Gemelli possiedono ancora. Anche per quella loro attualità che ci fa immaginare il grande allievo di Eduardo ancora tra noi, a scrivere in contemporanea con la sua lettura della realtà e quasi a parlarcene personalmente, con la sua stessa voce, mentre siamo seduti nelle comode poltroncine del Teatro Comunale.
Un merito straordinario di Francesco. E mi dispiace che il suo sforzo non venga ancora adeguatamente sostenuto dalle istituzioni culturali della nostra città, in particolare da quelle che preferiscono le pur modestissime opere nei teatri più celebrati, nei quali comodamente ci si siede nelle primissime file.
A Francesco Passafaro va riconosciuto il grande merito di contagiare, con il suo immenso amore per il teatro e per la città, chiunque abbia la fortuna — o il coraggio — di vederlo in scena, oppure semplicemente di ascoltarlo in quelle poche parole rivolte al pubblico nel ringraziamento di fine serata. Ma lui fa di più: dal grande attore che è, si fa Maestro. Umile e generoso, ma forte e autorevole.
Lo fa attraverso la scuola di teatro, che quotidianamente lavora a contatto con i bambini e i ragazzi. E lo fa portandoli in scena, indipendentemente dall’età e dal grado di preparazione raggiunto, nel convincimento che siano quelle quattro tavole e quel pubblico, numeroso o meno, che siede davanti a loro, a completare l’insegnamento e a trasformare l’energia propria dei ragazzi in passione per quell’arte. Quale che sia la loro vocazione naturale e quale che sia il proseguo di quella loro “fatica”. Perché, nella filosofia di Francesco, ereditata da Nino Gemelli, recitare non è solo imparare l’arte o applicare la naturale vocazione artistica, ma imparare a stare con gli altri, a capire gli altri e la realtà in cui insieme si vive. E a poterla interpretare, comunicando la propria personalità, nella quale si depositano sogni e paure, speranze e volontà. E tanta, tanta voglia di cambiare il mondo, che troppo spesso viene repressa nei nostri giovani.
Di questa scuola straordinaria e di questo insegnamento, ieri sera abbiamo avuto la prova concreta attraverso la recitazione di quattro “birbantelli”, che hanno dato prova di talento, disciplina e passione, divertendosi e facendo divertire il pubblico entusiasta, che applaudiva ripetutamente scena dopo scena, per poi liberarsi, alla fine, in un applauso fortissimo, quasi da stadio.
I loro nomi ben si accostavano a quelli del primo “Teatro Incanto”, nel quale sono cresciuti, d’età e artisticamente, i più grandi, tra cui anche quell’allieva prediletta di Nino Gemelli che da lui ha mosso i primi passi, insieme al figlio Francesco, appena bambino: la signora — Signora anche del teatro — Elisa Condello, sempre perfetta.
Di Francesca Guerra ci sarebbe da riferire di un solo “difetto” (ha sposato, dopo un amore lunghissimo e intenso, il suo maestro Francesco — scherzo, eh!): non sbaglia mai una recitazione o un personaggio.
Bravissimo — sempre di più, ieri, nella parte del “dottore” — Gastone Barberio. Quanto allo straordinario Roberto Malta, di cui sono un fan scatenato, che dire? È talmente bravo che fa ridere anche se stesse seduto senza dire una parola. Ovvero, come quando, per rilassarsi un po’ dalle fatiche, sosta, quasi come un soldato in perlustrazione, sulla porta d’ingresso di quel Teatro Comunale che è anche il suo.
I nomi dei ragazzi, bellissimi (ma quanto sono bravi!): Emanuele Russo, Aurora Procopio, Antonio Pugliese, Giuseppe Vitale.
Ma, per tornare alla rappresentazione di ieri, solo un artista come Francesco Passafaro avrebbe potuto metterla in scena con tale successo. Tenere insieme l’intenso muoversi dei diversi passaggi scenici e quei dialoghi fittissimi e vivaci, anche nelle dinamiche fisiche degli attori, davvero non era facile, almeno nel risultato ottenuto.
Costruire un’intesa così fitta tra attori diversi, generazioni diverse, età diverse — anche tra i tre ragazzi, lo dico da insegnante — sarebbe un’impresa davvero straordinaria per tutti. Passafaro ci è riuscito. Tutti insieme sembravano davvero una famiglia classica catanzarese.
Ma ciò che è riuscito benissimo è la trasmissione del messaggio contenuto nella commedia di Gemelli. La sua attualità è una grande lezione di sociologia e di pedagogia, attraverso la quale invita i genitori di oggi a fermarsi di più e meglio sulla vita dei loro figli e a non perderli di vista, affidandoli ai giochi elettronici e ai nuovi strumenti della tecnologia, che li rendono esseri solitari, acritici e tristi, a tratti anche violenti o attratti dalla violenza, come dimostrano gli ultimi avvenimenti, in particolare quello consumato recentemente in una scuola italiana.
La scuola, che dovrebbe essere la compagna più fedele della famiglia, per garantire la sicurezza dei ragazzi e il naturale svolgimento dei buoni processi educativi.
“Se i vostri bambini rompono le scatole, mettono a soqquadro la casa, fanno rumore insopportabile, litigano tra loro, oppure si chiudono ciascuno nel proprio universo ‘ricreativo’; se non ascoltano quando li richiamate; se, quando vi avvicinate a loro, non vi ascoltano proprio; se, per il fastidio che provano dalle vostre incursioni, rispondono in maniera maleducata o infastidita o vagamente aggressiva; se, insomma, sono sempre più portati a disinteressarsi a voi perché non vi interessate veramente di loro, provate a cambiare ruolo.
Metteteli in difficoltà. Siate bambini, esattamente come loro: indisciplinati, irrequieti, ‘casinari’; fate chiasso a più non posso, non ascoltateli quando vi parlano mentre giocate. E cambieranno molte cose. Voi sarete tornati bambini e capirete cosa significhi esserlo e quanto sia bello esserlo ancora. E loro, che non devono diventare adulti in anticipo, capiranno voi, quando con difficoltà fate i genitori.
E parlate loro anche la lingua dei vostri padri, il dialetto: per dimenticare anche l’italiano e parlare solamente in inglese, la lingua dei nuovi poteri, c’è tempo. Ovvero, meglio che quel tempo non ci sia.”
Che non inizi da qui — secondo il messaggio Gemelli-Passafaro — quella stagione del rinnovamento, in direzione della bontà e della pace, nella ricerca della bellezza, di cui questo mondo ha bisogno? Forse sì.
Per questo, ieri sera è stato più che una commedia, e Francesco, con i suoi allievi e compagni, molto più che un attore.
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