Catanzaro, Conidi Ridola: "Il bravo avvocato non è soltanto quello che vince"

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images Catanzaro, Conidi Ridola: "Il bravo avvocato non è soltanto quello che vince"


  12 settembre 2026 11:23

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*

La recente sentenza del Consiglio Nazionale Forense n. 107/2026, che ha confermato la sospensione per due mesi di un avvocato per le espressioni offensive rivolte ai Carabinieri, anche in un contesto di vita privata, offre lo spunto per una riflessione più ampia sui doveri dell’avvocato e sul significato della professione forense.

Il bravo avvocato non è soltanto quello che ha molti clienti, che sa farsi conoscere o che riesce ad avere la meglio nei processi. È anche, e innanzitutto, quello che rispetta le regole e comprende che la competenza professionale non può essere separata dalla dignità, dal decoro e dalla correttezza.

Il rispetto deve riguardare tutti: i magistrati, gli appartenenti alle Forze dell’ordine, i colleghi, le controparti e gli stessi assistiti. L’avvocato può certamente criticare, anche con fermezza, l’operato di un pubblico ufficiale o di un collega. La libertà di critica è parte della sua funzione e, talvolta, costituisce persino un dovere. Ma altra cosa è l’offesa personale, la denigrazione, l’aggressione verbale o quella ostentazione di superiorità che non rende più autorevole chi la manifesta.

E questo vale anche al di fuori delle aule giudiziarie e sui social network. La deontologia non si sospende quando si chiude lo studio o quando si utilizza il proprio profilo personale. Un’allusione, una frase indiretta, un commento sprezzante possono essere ugualmente espressione di una mancanza di rispetto. L’avvocato, proprio per la funzione che esercita, è chiamato a una responsabilità che non si esaurisce nell’attività strettamente professionale.

Non si può, peraltro, ignorare che la figura dell’avvocato ha perso, nel tempo, parte di quel prestigio e di quell’autorevolezza che un tempo le venivano riconosciuti. L’avvocatura rappresentava una funzione sociale di grande rilievo, una figura di riferimento, non soltanto per la preparazione giuridica, ma anche per il ruolo che svolgeva nella comunità.

Oggi, invece, la professione è spesso sottoposta a una crescente competizione, al moltiplicarsi degli iscritti, alla difficoltà di acquisire e mantenere la clientela e a condizioni economiche non sempre adeguate alla responsabilità che comporta. Basti pensare alle liquidazioni, spesso insufficienti, per il patrocinio a spese dello Stato e per la difesa d’ufficio, che non restituiscono sempre il giusto valore al lavoro svolto.

Sono condizioni che contribuiscono a ridimensionare la figura dell’avvocato e che costringono molti professionisti a una continua rincorsa, anche per riuscire semplicemente a vivere della propria attività. Ma proprio in questo contesto diventa ancora più importante non smarrire il senso della funzione.

Il codice deontologico non è un insieme di formalità, né un ostacolo alla libertà dell’avvocato. È ciò che consente alla professione di conservare dignità e credibilità. La preparazione deve accompagnarsi alla misura, la determinazione al rispetto, l’autorevolezza all’umiltà.

Perché il vero avvocato non è colui che ha bisogno di proclamarsi superiore agli altri, né colui che confonde la forza delle proprie ragioni con la violenza delle parole. È colui che sa difendere con fermezza, criticare quando necessario e, nello stesso tempo, rispettare le persone e le istituzioni.

In definitiva, il prestigio dell’avvocatura non si recupera soltanto attraverso il riconoscimento esterno o attraverso migliori condizioni professionali. Si recupera anche attraverso i comportamenti quotidiani di chi la rappresenta. E il bravo avvocato non è soltanto quello che vince una causa, ma quello che, nel modo in cui esercita la professione, contribuisce a non far perdere dignità all’intera categoria.

*Avvocato