


di VITO FABIO
"Di don Mimmo ho solo ricordi belli. Anzi, abbiamo ricordi belli. Perché oggi prendo la parola anche a nome di tutti gli ex allievi del glorioso Seminario (vescovile) degli anni Settanta, quelli che hanno condiviso con lui i tre meravigliosi anni dal 1974 al 1977, quando frequentavamo la scuola media proprio qui accanto, nella storica sezione C.”. A pronunciare queste parole è Salvatore Taverniti, amico di vecchia data del cardinale e vescovo di Napoli don Mimmo Battaglia.

Parole che anticipano il racconto di una bella storia nata dai banchi di scuola, tanti anni orsono, che diventa una bella amicizia che con il trascorrere degli anni diventa qualcosa di indissolubile. Di Squillace è Salvatore Taverniti, giornalista della Gazzetta del sud, di Satriano invece don Mimmo. L’occasione per incrociare gli sguardi ed abbracciarsi: il conferimento della cittadinanza onoraria del comune di Squillace, decisa dalla giunta comunale presieduta dal sindaco Enzo Zofrea e votata all’unanimità dallo stesso consiglio. Conferimento che è avvenuto alla presenza, tra gli altri, di numerosi sindaci ed amministratori del territorio circostante: la Basilica Cattedrale, il fulcro centrale del bel borgo in provincia di Catanzaro.
“Erano anni vivaci, intensi, in cui i seminaristi superavano le cento unità: un piccolo mondo, una comunità vera. In quel mondo, don Mimmo – ha continuato a raccontare, non senza emozione, Salvatore - era un punto fermo. Un seminarista modello: tranquillo, studioso, serio, sempre ligio alle disposizioni dei superiori. Ma quando arrivava il momento dello sport, si trasformava: attivo, entusiasta, instancabile. E nelle rappresentazioni teatrali o nelle attività comunitarie portava sempre un tocco tutto suo, discreto ma inconfondibile”.
Salvatore fornisce il ritratto fedele di un uomo che è sempre stato costantemente coerente con le scelte successive della sua vita e che ha funto da esempio per le generazioni di quel periodo ed anche di quelle successive, evidentemente.
“Molte volte, durante le ricreazioni, - ha continuato Salvatore - mentre noi correvamo al biliardo o ad altri giochi, lui preferiva dedicarsi alla lettura. Ricordo ancora quelle biografie dei santi che sfogliava con passione. Era adolescente, è vero, ma già mostrava una vocazione limpida, una spiritualità che non aveva bisogno di parole altisonanti per farsi notare. Bastava il suo modo di esserci: pronto, disponibile, capace di creare un clima fraterno attorno a sé”.
Da qui Salvatore fa emergere un tratto del carattere e della personalità di don Mimmo.
“Mite e apparentemente fragile, - ha proseguito Salvatore - ma allo stesso tempo ostinato nel bene: insisteva perché i momenti di preghiera e di comunità fossero vissuti insieme, con sincerità. E sapeva trovare parole di conforto per chi, com’è naturale a quell’età, soffriva la lontananza da casa. La sua generosità era proverbiale: spesso rinunciava al proprio cibo per offrirlo a chi aveva più fame. L’unica cosa che non avrebbe mai ceduto erano le divise sportive della sua squadra del cuore, di cui era gelosissimo… e questo, permettetemi, lo rendeva ancora più umano e simpatico”.
Suscitano naturalmente il sorriso queste ultime parole di Salvatore, perché rendono “più umano e simpatico” don Mimmo. E’ del tutto evidente, che, a volte, non ci si riesce a “staccare” dal contesto della realtà odierna. Noi, oggi, sappiamo chi è don Mimmo, il ruolo importante da egli riveste come uomo di chiesa, ma egli prima di ogni altra cosa è stato un presule che della vita ne ha fatto un’autentica missione. Non dobbiamo dimenticare i tanti anni in cui don Mimmo è stato il presidente del Centro di solidarietà di Catanzaro. Quanto lavoro, quante difficoltà abbia dovuto affrontare, ma quanta abnegazione, quanta volontà, ci abbia messo per stare assieme agli ultimi, convintamente, di quegli ultimi che mai s’è dimenticato e mai si dimenticherà. E, di questo, ne siamo sicuri!
“Un altro ricordo vivido – ha ancora detto Salvatore - è il ruolo che don Bernardo, il nostro istitutore, gli affidava: mantenere l’ordine e il silenzio durante lo studio. E non parliamo di dieci ragazzi, ma di oltre un centinaio di seminaristi scalpitanti. Lui ci riusciva, con fermezza e dolcezza insieme, come solo chi è rispettato davvero può fare”.
Poi Salvatore apre una parentesi per non dimenticare il ruolo e la funzione di coloro i quali, a quei tempi, hanno dato molto sia a lui che allo stesso don Mimmo, oltre agli altri seminaristi: “(con don Bernardo Marascio, vorrei ricordare il rettore don Giorgio Pascolo, il padre spirituale don Carmelo Fossella, le cooperatrici Grazia Sgrenci e Grazia Iezzi; e gli altri sacerdoti: mons. Raffaele Facciolo, don Domenico Cirillo, mons. Peppino Megna, don Biagio Cutullè)”.
Poi Salvatore si è avviato alle conclusioni, quelle che hanno emozionato tanto le persone che lo hanno ascoltato lasciandole senza fiato, dando un’ulteriore dimostrazione – semmai ce ne fosse stato bisogno - di quanto don Mimmo sia stato capace di fare: “la partecipazione di don Mimmo alla celebrazione eucaristica – ha esposto senza soluzione di continuità Salvatore - non era semplice presenza: era concentrazione, ardore, convinzione. Durante la liturgia eucaristica sembrava entrare in un dialogo profondo, personale, che però coinvolgeva anche noi, perché la sua fede era contagiosa. Oggi, ormai adulti, sappiamo bene di dovergli qualcosa. Perché è stato un esempio. Perché ha custodito e alimentato legami di amicizia che durano ancora. Perché, senza clamore, è diventato per molti di noi un punto di riferimento, una presenza che continua a unire. Ne sono testimonianza le continue rimpatriate che facciamo. Ecco perché, quando pensiamo a don Mimmo, - ha terminato Salvatore - non ricordiamo solo un compagno di seminario. Ricordiamo un fratello. Ricordiamo un uomo che, già allora, aveva dentro di sé la luce che poi avrebbe portato nel suo ministero e nella sua vita".
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