
di IACOPO PARISI
Un mazzo di fiori deposto ai piedi della targa che ne custodisce il nome, in Piazzetta della Libertà, ha segnato anche quest’anno la commemorazione di Giuseppe “Pino” Malacaria, ucciso il 4 febbraio 1971 durante una manifestazione antifascista a Catanzaro.
Un gesto semplice e sobrio, che, nonostante le condizioni metereologiche decisamente sfavorevoli, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, forze politiche, sindacati, associazioni e cittadini, nel segno di una memoria che, in particolar modo in questo periodo storico, continua a interrogare il presente.

Giuseppe Malacaria, muratore e militante socialista, partecipava alla mobilitazione antifascista convocata dopo l’attentato esplosivo avvenuto nella notte tra il 3 e il 4 febbraio 1971, quando una bomba fu collocata presso la sede della Provincia, che in quei giorni ospitava provvisoriamente gli organi regionali. La manifestazione degenerò nel tardo pomeriggio nei pressi della sede del Movimento Sociale Italiano, dove per sedare i tafferugli furono lanciate alcune bombe a mano. Una di queste esplosioni colpì mortalmente Malacaria; il bilancio fu di un morto e nove feriti, tra civili e un carabiniere.
L’uccisione di Malacaria si inserisce nel clima della strategia della tensione, che tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta attraversò l’intero Paese con attentati, violenza politica e tentativi di destabilizzazione democratica. Anche Catanzaro, allora al centro della nascente vita istituzionale regionale, fu coinvolta in questa spirale: un contesto in cui il conflitto politico e sociale veniva spesso gestito come problema di ordine pubblico e in cui la distanza tra responsabilità storica e verità giudiziaria rimase, in molti casi, irrisolta.

Il sindaco di Catanzaro, Nicola Fiorita, ha sottolineato il valore complessivo della commemorazione, richiamando il riconoscimento umano di Malacaria come persona che ha sacrificato la propria vita per la democrazia, ma anche la necessità di fare i conti con la storia della città e con gli anni segnati dalla violenza politica.
Ricordare l’antifascismo oggi, ha spiegato, significa rifiutare un’ideologia fondata sulla violenza e sulla negazione delle regole democratiche, consapevoli che le forme dell’intimidazione sono cambiate: "Oggi non ci sono più l’olio di ricino e il manganello, ma la violenza verbale, la delegittimazione e la denigrazione del dissenso". Per questo, ha concluso, "il valore della persona, della storia e il valore politico di questa memoria vanno tenuti insieme".
Il presidente del Consiglio comunale Gianmichele Bosco, intervenuto anche in rappresentanza di AVS, ha ricordato come il 4 febbraio sia una ricorrenza che la comunità catanzarese vive e rispetta ormai “quasi fisiologicamente”, perché segnata da una vittima del fascismo caduta proprio a Catanzaro. Un ricordo che, ha sottolineato, non può essere separato dal presente. Bosco ha infatti espresso la preoccupazione che un diritto costituzionalmente riconosciuto come quello di manifestare venga progressivamente svuotato e limitato, anche attraverso i messaggi e le scelte dell’attuale governo. In questo quadro, la commemorazione di Malacaria assume un valore politico preciso: la difesa dello spazio pubblico del dissenso. "Non ci fermeremo – ha affermato – ogni anno saremo qui, per 50, per 60, per 100 anni, perché la comunità catanzarese continuerà a ricordare Malacaria". Nel suo intervento anche un passaggio di ricordo per Walter Fratto, figura significativa della vita pubblica cittadina e stimata dalla comunità, scomparso nella giornata di ieri.

Mario Vallone, presidente dell'ANPI di Catanzaro, ha richiamato il rischio dell’oblio, sottolineando come dimenticare la vicenda di Malacaria significherebbe cancellare un pezzo della storia della città. Il ricordo, ha spiegato, deve essere un’occasione per interrogarsi sull’oggi e sulle trasformazioni in corso nel sistema democratico. "Ricordare Malacaria – ha affermato – ci serve per fare riflessioni sul presente e per mettere un freno a una deriva autoritaria che rischia di travolgerci".
Dagli interventi conclusivi è emersa una lettura condivisa del ricordo di Malacaria come strumento per interrogare il presente. Il segretario provinciale del PD, Gregorio Gallello, ha richiamato il ritorno, anche a livello internazionale, di destre autoritarie e l’illusione che il clima della strategia della tensione fosse definitivamente archiviato. Rosario Bressi, già presidente Arci e oggi rappresentante del forum del terzo settore, ha portato una riflessione più personale, parlando da padre e collegando il tema dell’antifascismo alle difficoltà odierne nell’esercizio del dissenso, soprattutto per i più giovani. Emanuele Scalzo, segretario della Fillea Cgil Catanzaro-Crotone-Vibo, e Fabiola Scozia, segretaria cittadina del circolo "Giuditta Levato" hanno infine legato la memoria di Malacaria al lavoro, all’educazione democratica e alla Costituzione, sottolineando come l’antifascismo non sia solo un’eredità storica ma un principio fondativo da trasmettere alle nuove generazioni. In questo senso, è stato ribadito che "chi crede nella democrazia e nella Costituzione non può che definirsi antifascista", e che la memoria di Malacaria "deve continuare a parlare al futuro", soprattutto in una fase in cui il tema dell’ordine pubblico rischia di comprimere il diritto di manifestare.
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