
















Dai tempi biblici dei tribunali alla spettacolarizzazione del dolore: il dibattito alla Biblioteca B. Chimirri svela perché l'opinione pubblica preferisce la verità urlata della TV a quella delle sentenze.
09 aprile 2026 22:07di GUGLIELMO SCOPELLTI
Il processo, quando appare in TV, esiste già come sentenza definitiva per chi lo guarda dal divano di casa. È un’opinione che si è fatta strada prepotentemente tra gli scaffali della Biblioteca B. Chimirri di Catanzaro, dove, nel tardo pomeriggio odierno, il dibattito sulla sovrapposizione tra giustizia penale e narrazione televisiva ha assunto i contorni di un’analisi sociologica prima ancora che giuridica. L’incontro, organizzato dalla Fidapa con il patrocinio degli ordini professionali, ha scavato nel solco profondo lasciato dalle telecamere quando queste entrano dove dovrebbero stare solo codici e silenzi. In un’epoca che corre troppo velocemente, osserva Annarita Palaia, presidente di Fidapa Catanzaro, ci ritroviamo immersi in giudizi affrettati che spesso preferiscono lo studio televisivo all'aula di tribunale: “Siamo immersi da notizie e immagini che ci portano ad assistere a processi fuori dalle sedi naturali” — spiega Palaia — “e questa serata deve aiutarci a trovare il giusto equilibrio tra informazione e dignità”.

Il clima è quello delle grandi occasioni, con la presenza del Prefetto Castrese De Rosa che non usa giri di parole per inquadrare il fenomeno. Tra le prime file, ad ascoltare il dibattito, si scorgono anche il Viceprefetto Roberta Molè, oggi alla guida del comune di Simeri Crichi, e la Vice Presidente Distrettuale Fidapa Laura Gualtieri. È proprio De Rosa a ricordare, con una punta di amarezza che tradisce una ferita mai rimarginata, un caso personale di straordinaria gravità: un’inchiesta per turbativa d’asta finita nel nulla dopo quattro anni di fango mediatico. Un suo collega, travolto dallo stesso sospetto non resse il peso dell'infamia: “Si suicidò con la sua pistola d'ordinanza in un bagno della caserma” — racconta il Prefetto — “e questo è un peso che mi porterò dentro per sempre, perché quel ragazzo era innocente ma la gogna mediatica lo ha ucciso prima della giustizia”.

Teresa Chiodo, Presidente del Tribunale per i Minorenni, sollecitata dalla moderatrice dell'incontro, l'avvocato Rossana Greco, mette a nudo la criticità strutturale che alimenta questa deriva: l'era geologica che separa il fatto dalla sentenza: “Di fronte a processi che si trascinano per diciassette anni, come accadde a Calogero Mannino” — chiarisce Chiodo — “l'opinione pubblica trova molto più soddisfacente affidarsi al processo mediatico, veloce e immediato”. Il paradosso è servito: parlare di un omicidio dopo un decennio non ha più senso per la cronaca, così la suggestione televisiva crea una falsa verità che resiste persino ai verdetti d'assoluzione. “La suggestione del processo mediatico produce un immaginario collettivo di stampo colpevolista” — avverte la magistrata — “e quella falsa rappresentazione resiste anche ai verdetti emessi dai giudici, perché la smentita arriva quando ormai nessuno ricorda più il fatto”. Chiodo richiama anche la responsabilità internazionale, citando il caso di Dominique Strauss-Kahn mostrato in manette al mondo intero per uno stupro mai commesso: “Nessuno ricorderà l’archiviazione, ma tutti ricorderanno quell’immagine”.
In questo scenario, il rischio è che la vittima diventi un dettaglio di sfondo rispetto alla fame di visualizzazioni. Elma Battaglia, dell’Ordine degli Assistenti Sociali, mette in guardia sulla tutela dei minori, spesso dimenticati come nell'emblematico caso della "Famiglia del Bosco", e in altre vicende di cronaca nera. “Siamo nel silenzio di quelle famiglie” — spiega Battaglia — “mentre fuori c’è il rumore di chi ha la licenza di dire qualsiasi cosa su tutto, cercando solo i like”. Maria Rita Notaro, per l'Ordine degli Psicologi, rincara la dose parlando di reputazioni distrutte e del peso della vergogna che paralizza le capacità cognitive. Il caso dello youtuber Mike ShowSha, travolto da accuse di un'evasione fiscale da due milioni di euro e poi pienamente scagionato, resta un monito: sei mesi di fango bastano a lasciare un segno indelebile che nessuna rettifica in trafiletto potrà mai cancellare.
L'avvocato Rossana Greco parla apertamente di una vera “patologia della comunicazione giudiziaria”, criticando quei colleghi che sollecitano il sensazionalismo credendo di ottenere risultati favorevoli, quando invece finiscono per triturare soggetti fragili. Ezio De Domenico, già direttore dell’Ansa regionale, taglia corto sulle derive dei talk show: non gli interessano i pettegolezzi, ma la rilevanza pubblica. De Domenico punta il dito contro l'accesso troppo facile agli atti e la spettacolarizzazione del dolore, ricordando il caso Tortora del 1983: “Lui faceva vedere le manette apposta” — ricorda il giornalista — “perché aveva già capito quale sarebbe stato il clima di quell'inchiesta scandalosa”.

Con un tocco di ironica confidenza, De Domenico ammette quanto il fenomeno sia pervasivo persino tra le mura domestiche: sua moglie, pur gestendo un negozio e vivendo al suo fianco da cinquant’anni, resta un'appassionata consumatrice proprio di quei programmi "noir" di mezzogiorno. Una dicotomia familiare che non gli impedisce di smentire la qualità di trasmissioni come Quarto Grado o Far West, definendole spesso fonte di confusione e disorientamento per un pubblico che ormai ragiona per “presunzione di colpevolezza”. Ne ha anche per i giornali all-news, colpevoli a suo dire di un bombardamento h24 che sacrifica la verifica delle fonti sull'altare della velocità, trasformando la cronaca giudiziaria in un rullo compressore senza pause né approfondimento.
Il Prefetto De Rosa, pur difendendo il diritto di cronaca come principio sacrosanto dell'articolo 21 della Costituzione, mette in guardia dai "giornalisti-giornalai": “Il giornalista ha le sue fonti, che siano magistrati o investigatori, e le deve tutelare, ma serve una deontologia che impedisca di buttare il mostro in prima pagina”. La chiusura del dibattito, animata anche dalle incursioni dialettali di Enzo Colacino sulla perdita di privacy nel mondo digitale, lascia un sapore dolceamaro.

Difficilmente il grido di una biblioteca catanzarese cambierà le logiche del prime time nazionale, alimentate da uno share che si nutre di sentenze anticipate e dettagli morbosi. Resta però la necessità di tracciare un confine, almeno deontologico, in un sistema dove la verità giudiziaria arriva quasi sempre quando il pubblico ha già cambiato canale. La partita è complessa e i tempi della riforma, proprio come quelli dei tribunali, appaiono ancora drammaticamente geologici.
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