Catanzaro, l’avvocato Conidi: "Indignazione a senso unico, giustizia a doppio standard"

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  25 gennaio 2026 09:58

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*

Negli ultimi giorni l’indignazione dei politici italiani per la scarcerazione di un indagato in Svizzera, nel caso della discoteca di Crans-Montana, ha assunto i toni di una mobilitazione morale, fatta di dichiarazioni ufficiali, richiami diplomatici e parole forti pronunciate in nome delle vittime. Un’indignazione che, a sentirla, sembra raccontare l’immagine di un Paese che pretende rigore, certezza della pena e rapidità della giustizia. Ma basta spostare lo sguardo di pochi chilometri, dentro i nostri confini, per accorgersi che la realtà italiana è molto meno lineare e molto meno esemplare di quanto questa retorica lasci intendere.

La nostra storia recente è costellata di tragedie collettive che hanno causato decine di morti e che, a distanza di anni, non hanno ancora trovato una risposta giudiziaria definitiva. Il crollo del Ponte Morandi a Genova, con i suoi 43 morti, è diventato il simbolo di un processo interminabile, fatto di perizie, rinvii, udienze tecniche e richieste di condanne pesanti che restano, per ora, solo sulla carta. Le famiglie delle vittime attendono da anni una sentenza definitiva, mentre il carcere per i presunti responsabili rimane un’ipotesi lontana, subordinata a un iter che sembra non finire mai.

Lo stesso copione si è ripetuto nel caso della Costa Concordia: 32 morti, un disastro che ha fatto il giro del mondo e una sola figura, il comandante, che ha effettivamente scontato una pena detentiva significativa. Intorno a lui, però, dirigenti e altri soggetti coinvolti nella catena delle responsabilità hanno visto le proprie posizioni chiudersi con pene brevi, sospese o convertite in misure alternative, alimentando la sensazione che la responsabilità penale, in Italia, si traduca raramente in una conseguenza concreta e immediata per chi occupa ruoli decisionali.

E poi c’è la funivia del Mottarone, 14 persone morte in un impianto che avrebbe dovuto essere sicuro e che invece era gestito con pratiche tanto gravi quanto consapevoli, come la disattivazione dei freni di emergenza. Anche qui, le condanne sono arrivate, ma il carcere no: patteggiamenti e misure alternative hanno chiuso il capitolo giudiziario senza che nessuno scontasse davvero la pena dietro le sbarre. Un esito che ha lasciato nelle famiglie delle vittime un senso profondo di frustrazione e di distanza tra il dolore subito e la risposta dello Stato.
Viareggio, infine, resta un altro tassello di questo mosaico: un disastro ferroviario con decine di morti, anni di processi, ricorsi, prescrizioni e un percorso giudiziario che, per molti, ha finito per assomigliare più a una maratona burocratica che a una ricerca rapida e incisiva di responsabilità.

In tutti questi casi ritorna lo stesso schema: la custodia cautelare è un’eccezione, le sentenze definitive arrivano dopo anni, le pene spesso restano teoriche o si traducono in misure alternative, e il carcere diventa una possibilità remota, non la regola. È un sistema costruito su principi garantisti, ma che produce, nella percezione collettiva, un effetto collaterale potente: la sensazione che tra la gravità di una tragedia e la concretezza della punizione ci sia un vuoto difficile da colmare.

È in questo contesto che l’indignazione per ciò che accade oltre confine suona, per molti, stonata. Perché le vite spezzate sulla funivia di Stresa non valgono meno di quelle perse a Crans-Montana, e il dolore delle famiglie italiane non è meno profondo di quello delle famiglie svizzere o francesi. In entrambi i casi si tratta di persone che si trovavano in luoghi che avrebbero dovuto essere sicuri e che sono morte per negligenze, controlli mancati o scelte gestionali sbagliate.

E allora viene da chiedersi se questa furia morale non sia, almeno in parte, selettiva. Sembra il classico sguardo rivolto al giardino altrui per giudicare l’erba, come se fosse sempre più verde, quando in realtà il nostro prato è segnato da zone secche fatte di ritardi, processi infiniti e risposte che arrivano quando l’attenzione mediatica si è già spenta. Prima di ergersi a giudici degli altri sistemi, forse sarebbe più onesto e più utile guardare con la stessa severità al funzionamento della giustizia di casa nostra e chiedersi se riesca davvero, in tempi ragionevoli e con esiti concreti, a rendere alle vittime e alle loro famiglie quella giustizia che da anni aspettano.

*Avvocato


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