
di MARIA CLAUDIA CONIDI*
C'è una sconfitta che vale più di una vittoria e una vittoria che lascia il sapore amaro della sconfitta. Il Catanzaro ha battuto il Monza 2-0 nella finale di ritorno dei playoff, ha ribaltato sul campo ciò che sembrava impossibile, ha mostrato carattere, cuore, organizzazione e una dignità sportiva che merita rispetto. Eppure non è bastato.
Le regole del calcio sono chiare e vanno accettate. Il Monza torna in Serie A perché, nell'arco di un'intera stagione, ha fatto meglio. Il regolamento ha premiato il miglior piazzamento in classifica e non c'è nulla di scandaloso in questo. Il calcio non si gioca soltanto nei novanta minuti più emozionanti dell'anno: si costruisce settimana dopo settimana, attraverso decine di partite, sacrifici, continuità e risultati.
Ma se il Monza ha vinto secondo le regole, il Catanzaro ha vinto qualcosa di diverso. Ha vinto moralmente. Ha vinto come squadra. Ha vinto come simbolo di una città che ha continuato a credere nel sogno fino all'ultimo secondo. Ha dimostrato che il cuore può portarti oltre i limiti e che nessuna partita è davvero chiusa finché c'è la forza di lottare.
Proprio per questo, però, sarebbe un errore fermarsi agli applausi.
In queste ore si moltiplicano i messaggi di orgoglio, i complimenti ai tifosi, gli elogi alla prestazione e alla stagione. Tutto giusto. Tutto meritato. Ma il rischio è che la consolazione finisca per nascondere una verità più scomoda.
Il Catanzaro è arrivato a un passo dalla Serie A e quel passo non è riuscito a compierlo.
Fa male dirlo, ma è una presa d'atto necessaria. Perché quando un sogno viene alimentato per mesi, quando cresce partita dopo partita, quando arriva a pochi centimetri dal diventare realtà e poi svanisce, il dolore è inevitabile. Non serve mascherarlo. Non serve raccontarsi che va bene così. No, non va bene così. Non perché la stagione sia stata fallimentare, tutt'altro. Ma perché chi vuole crescere deve avere il coraggio di guardare anche ai propri limiti.
Se il Monza ha chiuso davanti in classifica, una ragione esiste. In un campionato lungo il caso pesa poco. La fortuna può decidere una partita, forse due. Non decide mesi di competizione. Evidentemente i brianzoli hanno avuto qualcosa in più: maggiore continuità, maggiore efficacia, una capacità superiore di trasformare il potenziale in punti.
È da qui che il Catanzaro deve ripartire.
Non dall'autocompiacimento, ma dall'analisi. Non dalla retorica dell'impresa sfiorata, ma dalla consapevolezza di ciò che ancora manca. Perché l'orgoglio è importante, ma da solo non porta in Serie A. Servono quei dettagli che fanno la differenza tra chi sogna e chi realizza il sogno.
La serata contro il Monza deve diventare un monito, non un rifugio. Deve ricordare a tutti quanto il traguardo sia vicino e, allo stesso tempo, quanto sia ancora difficile raggiungerlo.
Il pubblico ha fatto la sua parte. I giocatori hanno dato tutto. La squadra ha dimostrato di avere un'anima. Ora serve l'ultimo passo: trasformare l'orgoglio in crescita, la delusione in forza, il rimpianto in progetto.
Solo allora questa ferita potrà diventare davvero l'inizio di qualcosa di più grande.
E forse, la prossima volta, il Catanzaro non dovrà accontentarsi di vincere moralmente. Vincerà e basta.
*Avvocato
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