
di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*
Ci sono storie che il tempo non riesce a chiudere. Tornano ogni volta che una nuova tragedia ci costringe a interrogarci sulla violenza contro le donne, sul potere e sul prezzo che alcune di esse sono costrette a pagare quando decidono di riprendere in mano la propria vita.
La morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, riporta alla memoria una delle vicende più drammatiche della lotta alla ’ndrangheta. Denise aveva 35 anni, la stessa età alla quale sua madre fu assassinata. Una coincidenza terribile, che unisce ancora più dolorosamente due esistenze già legate da una storia di violenza, coraggio e ribellione.
Parlo di questa vicenda anche per aver assistito, quale legale di fiducia, Carmine Venturino, il collaboratore di giustizia le cui indicazioni condussero al ritrovamento dei resti di Lea Garofalo. Per lungo tempo si era ritenuto che il corpo fosse stato sciolto nell’acido. Fu invece individuato il luogo, a San Fruttuoso, in Brianza, dove il cadavere era stato bruciato. Tra i resti fu ritrovata anche la catenina che Lea indossava: un oggetto semplice, ma capace di restituire un’identità a una donna che si era tentato persino di cancellare.
La vicenda di Lea Garofalo non può essere raccontata soltanto come quella di una relazione sentimentale finita male, di un uomo che non accettava la fine di un rapporto. Lea aveva scelto di collaborare con la giustizia, di sottrarsi a un contesto criminale e alle sue regole. Aveva scelto di rompere il silenzio e di cercare una vita diversa. Ed è proprio in quella scelta che deve essere ricercato il significato più profondo della sua tragedia.
Lea fu vittima di una violenza maturata dentro un ambiente di ’ndrangheta, nel quale la scelta di una donna di sottrarsi al potere criminale può essere vissuta come un tradimento imperdonabile. Il suo omicidio non può essere separato dalla sua collaborazione con la giustizia e dalla volontà di punire chi aveva osato ribellarsi.
È anche questo il femminicidio, un tema tornato drammaticamente al centro dell’attenzione dopo i recenti delitti. Non soltanto la donna uccisa per gelosia, per il rifiuto di una separazione o per la pretesa di possesso. Ma anche la donna colpita perché sceglie, perché cambia vita, perché rivendica la propria libertà e si sottrae a un potere che pretende di dominarla.
La storia di Lea rappresenta una delle espressioni più terribili della violenza di genere intrecciata alla criminalità organizzata: la libertà di una donna diventa una minaccia, la sua autonomia un affronto, la sua scelta di giustizia una colpa da punire.
Accanto a Lea c’era Denise. Una figlia che aveva seguito la madre in quel percorso difficile e che aveva avuto il coraggio di testimoniare contro il proprio padre. Un peso enorme, che nessun figlio dovrebbe essere costretto a portare. Una storia familiare segnata dalla perdita, dalla paura e da una verità che Denise ha dovuto affrontare anche pubblicamente.
Oggi Denise non c’è più. Non possiamo conoscere le ragioni profonde del suo gesto, né sarebbe corretto stabilire automaticamente un rapporto causale con la tragedia familiare. Ma non possiamo neppure ignorare il trauma di una figlia che ha perso la madre in modo così atroce e che ha dovuto vivere con le conseguenze di una storia che non aveva scelto, ma della quale era diventata parte.
Lea e Denise sembrano unite da un destino tragico, quello di chi ha avuto il coraggio di andare controcorrente, contro il silenzio e contro la volontà dei propri persecutori. Ma il loro ricordo non deve restare soltanto una pagina dolorosa della cronaca.
Deve diventare una domanda rivolta alle istituzioni e alla nostra coscienza: che cosa significa davvero proteggere chi sceglie la giustizia? È sufficiente garantire la sicurezza durante un procedimento, oppure occorre accompagnare queste persone anche dopo, quando il clamore si spegne e restano le ferite, spesso invisibili, di una vita stravolta?
A Lea Garofalo e a Denise Cosco va il mio tributo. Non soltanto per il dolore che la loro storia suscita, ma per ciò che rappresentano: la volontà di una donna di non piegarsi, di scegliere la propria vita, di sottrarsi a un destino imposto.
Perché la libertà di una donna non può mai diventare la colpa per la quale viene perseguitata, umiliata o uccisa.
Due donne unite da una storia di coraggio e dolore. Il femminicidio non è soltanto possesso: è anche la punizione di chi osa scegliere.
*Avvocato
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