
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Francesco Stirparo, che racconta le difficoltà e le criticità vissute durante l’estate presso uno stabilimento balneare di Catanzaro Lido, in relazione all’assistenza necessaria alla moglie, persona con disabilità e cardiopatica. Una testimonianza che pone interrogativi importanti sul tema dell’accessibilità, dell’inclusione e del diritto di tutti a vivere il mare con dignità e senza discriminazioni.
"Urla, offese, ritardi nell’assistenza e un’estate trasformata in un calvario proprio in uno stabilimento balneare di Giovino, predisposto per facilitare l’accesso al mare alle persone con disabilità.
Avrebbe dovuto essere un’estate di mare, di riposo e normalità e invece si è trasformata per me e mia moglie in una continua fonte di tensione, discussioni e umiliazioni.
Mia moglie è disabile e cardiopatica. Per entrare e uscire dall’acqua necessita dell’aiuto di altre persone. Per questo avevamo scelto questo Lido, uno stabilimento che, proprio per la sua organizzazione e le sue strutture, dovrebbe garantire maggiore attenzione alle persone con disabilità.
E invece proprio lì il semplice gesto di accompagnarla in mare è diventato ogni giorno un problema.
Attese, richieste di aiuto ignorate, persone che sembravano non accorgersi della sua presenza mentre restava sotto il sole. E poi discussioni, risposte sgarbate, provocazioni e, in alcuni casi, parole che considero gravemente offensive.
Fin dal primo giorno ci è stato detto: «Non possiamo aiutarvi a scendere a mare, dovete provvedere da soli». Dopo le mie vibrateproteste qualcuno è intervenuto.
Poi, giorno dopo giorno, la situazione è andata peggiorando, fino a quando, chiedendo aiuto per far uscire mia moglie dall’acqua, mi sono sentito rispondere dal bagnino, che dovrebbe tutelare l’incolumità e dimostrare rispetto per i clienti: «Non sono qui ai vostri ordini» e «Dato che avete i soldi, fatevi accompagnare da un’assistente sociale, ve lo ha detto lo scorso anno il gestore e voi avete fatto orecchie da mercante-».
Ma la frase che più mi ha ferito è stata un’altra: «D’altronde anche voi tra poco avrete bisogno di assistenza».
L’ultimo giorno, durante l’accompagnamento di mia moglie in acqua, un altro addetto è intervenuto dicendo ad un suo collega lasciare a me il lavoro più pesante. Quando gli ho chiesto quale fosse il motivo del suo intervento, la discussione è degenerata. «Tu chi sei? Chi credi di essere?». Alla mia richiesta di essere trattato con il “lei”, spintonandomi ha risposto: «Tu non sei nessuno, lo vuoi capire?».
Poco dopo sono intervenuti i gestori dello stabilimento. Uno di loro rivolgendosi a me ad alta voce perché sentissero le persone presenti, ha ribadito che l’eventuale assistenza ci veniva concessa come una cortesia e non come un obbligo.
Poi ha continuato: «Se volete assistenza provvedete con una OSS esterna. DO-VE-TE PA-GA-RE», accompagnata dal gesto delle dita che mimava il denaro. E infine: «Altrimenti andate in unaltro lido, ce ne sono tanti».
Questa frase mi ha colpito, è stata raccapricciante.
Perché una persona con disabilità dovrebbe essere costretta ad andare altrove per poter fare il bagno? Perché l’assistenza necessaria per entrare in acqua dovrebbe essere considerata un favore? E soprattutto: dov’è l’inclusione se chi ha più bisogno di aiuto finisce per sentirsi un ospite indesiderato?
La cosa appare ancora più paradossale considerando che abbiamo frequentato negli anni numerosi stabilimenti balneari, in tutta Italia, ma anche in Calabria trovando spesso disponibilità e attenzione anche in strutture che non erano specificamente attrezzate per persone con disabilità.
In questo Lido, invece, abbiamo avuto la sensazione che la nostra presenza fosse diventata un problema.
Eppure siamo clienti di questo stabilimento da anni. In passato abbiamo anche sostenuto con un contributo l’attività sociale della cooperativa che gestisce lo stabilimento. Quest’anno, inoltre, nonostante fossimo soliti prenotarla nel periodo di Ferragosto, ci è stata negata anche la pensilina denominata “Oasi”. Durante l’inverno avevo persino manifestato la disponibilità a contribuire alle spese necessarie per i danni provocati allo stabilimento dall’uragano Harry.
All’inizio dell’anno, quando avevamo stipulato il contratto con il Lido, ci era stato assicurato che sarebbero stati disponibili uno o due OSS per assistere mia moglie, dietro il pagamento del relativo contributo. Successivamente ci è stato comunicato che non era stato possibile reperire queste figure professionali.
Ma se un servizio promesso non può essere garantito, la responsabilità organizzativa può davvero diventare un problema della persona disabile?
E ancora un’altra domanda: che senso ha parlare di inclusione, di solidarietà e di assistenza quando poi una persona con disabilità deve sentirsi umiliata proprio nel luogo in cui dovrebbe essere accolta?
La cooperativa che gestisce lo stabilimento svolge, per quanto mi risulta, un’attività sociale rivolta anche al recupero e all’inserimento di giovani in situazioni di fragilità.
Proprio per questo la vicenda mi lascia ancora più sconcertato eamareggiato.
Perché educare alla fragilità dovrebbe significare insegnare, prima di tutto, rispetto, tolleranza, umanità e inclusione.
Una persona disabile ha il pieno diritto di poter scendere in acqua e per questo non dovrebbe chiedere il permesso a nessuno.
E forse è questa la cosa più triste di tutta questa storia: che nel 2026, per una persona disabile, anche fare semplicemente un bagno possa ancora diventare una lotta per la propria dignità".
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