



di IACOPO PARISI
C'è chi guarda al futuro con preoccupazione e chi, dopo una vita trascorsa a lavorare, ha scelto di fermarsi per un giorno e scendere in piazza. Generazioni diverse, esperienze lontane, ma un disagio che trova punti di incontro nelle difficoltà economiche, nell'aumento del costo della vita e nella richiesta di maggiore attenzione da parte delle istituzioni. Un malessere che supera i confini delle singole categorie e che nella giornata di venerdì 30 ottobre ha trovato espressione nelle piazze di numerose città italiane, accomunate dalla volontà di contestare le politiche del Governo e chiedere risposte concrete su questioni che incidono sempre più profondamente sulla quotidianità delle persone. Una mobilitazione che ha coinvolto anche Catanzaro, dove gli studenti, promotori della manifestazione sostenuta anche da organizzazioni sindacali e politiche, hanno dato vita a una protesta capace di raccogliere non soltanto le rivendicazioni dei più giovani, ma anche le testimonianze di cittadini e lavoratori.
Partito da Piazza Matteotti, il corteo ha attraversato parte di Corso Mazzini fino a raggiungere Piazza Prefettura, in un clima di partecipazione pacifica, tra musica, slogan, cartelloni goliardici e interventi al microfono. Una protesta che ha toccato questioni diverse, dalle politiche del Governo Meloni al carovita, dalle condizioni della scuola pubblica alla carenza di servizi, fino alle prospettive occupazionali e alle difficoltà che spingono tanti giovani a lasciare la propria terra.
Tra gli studenti presenti, la preoccupazione riguarda soprattutto la possibilità di proseguire gli studi in un contesto in cui salari bassi, precarietà lavorativa e aumento del costo della vita rendono sempre più difficile sostenere le spese legate all'istruzione. Una situazione che rischia di trasformare le possibilità economiche delle famiglie in un fattore determinante per il percorso formativo dei giovani. “Il carovita è diventato insostenibile, soprattutto per gli studenti fuori sede. Gli affitti nelle principali città italiane hanno raggiunto cifre altissime e ormai rischiamo di non poterci più permettere nemmeno di studiare. È una questione che riguarda direttamente il diritto allo studio”, racconta uno di loro.
Una difficoltà che si intreccia con il tema delle opportunità e con la paura di dover rinunciare alle proprie aspirazioni. A sottolinearlo è anche una delle studentesse che hanno contribuito all'organizzazione della manifestazione, rivendicando la necessità di una partecipazione attiva delle nuove generazioni. “Siamo arrivati a un punto in cui scendere in piazza è necessario. Le nostre famiglie devono fare i conti con stipendi che spesso non bastano a sostenere tutte le spese, comprese quelle per l'istruzione. Non sappiamo se riusciremo a realizzare i nostri sogni e a raggiungere i nostri obiettivi, perché questa terra non ce lo permette”.
Un segnale importante è dato anche da due commercianti con oltre quarant'anni di attività alle spalle, che hanno deciso di chiudere il proprio negozio per prendere parte alla manifestazione. Una scelta tutt'altro che simbolica, considerando le conseguenze economiche di una giornata di lavoro persa. “Oggi tengo chiuso il negozio e pagherò regolarmente la giornata ai miei collaboratori. È un sacrificio anche economico, ma volevo essere presente”, racconta una di loro, descrivendo le difficoltà che il settore attraversa ormai da anni.
L'aumento dei prezzi, spiega, si ripercuote inevitabilmente sulle abitudini dei clienti: “Siamo in difficoltà quando dobbiamo giustificare un aumento dei prezzi e sono in difficoltà le persone che vengono a comprare da noi, soprattutto per questi servizi che non sono di prima necessità. Una cliente che prima veniva ogni settimana, adesso torna ogni quindici, venti giorni”. Una situazione che si traduce in un rallentamento dell'attività e in una crescente incertezza. Eppure, nonostante la consapevolezza che una singola presenza difficilmente possa cambiare le cose, prevale la volontà di partecipare. “Quando arriverà il momento di lamentarmi, potrò dire che nel mio piccolo ho fatto qualcosa. Ripongo molta fiducia in questi giovani e spero che riescano a realizzare quel cambiamento che noi non siamo riusciti a vedere”.
Accanto alle rivendicazioni studentesche, non sono mancate le riflessioni di chi ha partecipato per solidarietà, pur non appartenendo direttamente al mondo della scuola. Una cittadina ha espresso ammirazione per i ragazzi, accompagnandola però a una considerazione sulla partecipazione della comunità catanzarese. “Avrei voluto vedere tutta la cittadinanza in piazza, con la stessa partecipazione che dimostra quando il Catanzaro va in Serie B. Senza nulla togliere al calcio, mi sarei aspettata lo stesso entusiasmo quando si tratta di difendere i nostri diritti”.
Un richiamo alla responsabilità collettiva e alla necessità di superare le proteste affidate esclusivamente ai social. “Ci lamentiamo continuamente, siamo diventati leoni da tastiera, ma poi tutto finisce lì. La vera lotta è qui, in piazza, a rivendicare pacificamente i nostri diritti”.
Scendere in piazza non cancella le difficoltà quotidiane, né offre soluzioni immediate, ma restituisce a ciascuno la possibilità di sentirsi parte di qualcosa che va oltre la propria esperienza individuale. E in una società in cui il malcontento trova spesso sfogo dietro uno schermo, vedere generazioni diverse confrontarsi e condividere le proprie inquietudini nelle strade di una città conserva un significato che merita di essere riconosciuto.
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