
All'Università di Catanzaro il seminario con l’avvocato Roberta Ussia, introdotto dalla prof.ssa Maria Carlotta Rizzuto, si è trasformato in un confronto vivo fra regulatory compliance, etica d'impresa e responsabilità sociale. Giovanni Sgro: “Investite prima in voi stessi”
Un'aula universitaria, il diritto agroalimentare come cornice, un progetto imprenditoriale calabrese come caso di studio. E, sullo sfondo, una domanda che ha attraversato tutto l'incontro: che cosa significa, davvero, “biologico”? Si è svolto martedì 21 aprile, nella Sala Riunioni “Vittorio Daniele” del Campus “Salvatore Venuta” di Catanzaro, il seminario “Agricoltura biologica e regulatory compliance nella filiera agroalimentare sostenibile. Il caso Naturium”, ospitato nell'ambito del corso tenuto dalla prof.ssa Maria Carlotta Rizzuto, ricercatrice dell’Università Magna Graecia.
A dialogare con gli studenti, due voci complementari: quella giuridica dell'avv. Roberta Ussia, voce legale di Naturium, e quella imprenditoriale di Giovanni Sgro, fondatore del progetto. Il risultato è stato un'ora e mezza in cui la dimensione tecnico-normativa e la dimensione valoriale dell'impresa bio si sono intrecciate senza gerarchie.
Il biologico come sistema di controlli: la parte "burocratica e legale"
Ad aprire il merito degli interventi è stata l'avv. Ussia, che ha guidato la platea lungo la filiera dei controlli richiesti dal metodo biologico: le caratteristiche che un'azienda deve mantenere per poter rivendicare la certificazione, il ruolo degli enti preposti alla vigilanza, gli adempimenti documentali che costituiscono la massima garanzia per il consumatore — e, specularmente, per l'operatore commerciale che quei prodotti sceglie di vendere.
Da qui, un messaggio diretto agli studenti, che è anche un invito all'alfabetizzazione del consumatore: non lasciarsi guidare dai claim roboanti. “Parole come natura e sostenibilità, le immagini di prati e montagne, non bastano”, è stata in sintesi la linea tracciata. Occorre andare a verificare se il produttore è effettivamente certificato e se l'etichetta risponde alle normative europee in materia. È su questo crinale — fra comunicazione commerciale seduttiva e obblighi informativi cogenti — che si gioca buona parte della regulatory compliance di chi opera nel biologico.
La parola a Sgro: perché scelgo il bio, e perché è un fatto etico prima che commerciale
Esaurita la parte tecnica, è toccato a Giovanni Sgro restituire la filosofia d'impresa che tiene insieme tutto il progetto Naturium. Con un'avvertenza preliminare: la scelta del biologico non si giustifica, a suo avviso, con un confronto quantitativo fra nutrienti — “più proteine”, “meno carboidrati” — né con dati scientifici definitivi sul valore nutrizionale assoluto. Si giustifica, piuttosto, con ciò che il prodotto biologico non contiene: i residui di una lavorazione troppo raffinata e di trattamenti chimici che, nei prodotti convenzionali, spesso “non vengono nemmeno ricercati” nelle analisi.
L'esempio offerto agli studenti è eloquente. Scegliere l'integrale convenzionale, ha spiegato Sgro, equivale a “mangiare una mela trattata con la buccia”: il grano integrale porta con sé la parte esterna del chicco, quella più esposta ai trattamenti di concimazione e conservazione. Se della mela togliamo la buccia per cautela, la stessa logica dovrebbe valere per i cereali. È la filiera intera, dal seme allo scaffale, il vero oggetto del controllo.
L'impresa come responsabilità territoriale
Il secondo filone dell'intervento di Sgro ha riguardato la sua idea di impresa. Naturium — ha raccontato — nasce privilegiando il chilometro zero, i prodotti biologici rispetto a quelli di importazione, la collaborazione con strutture ricettive e ristoranti che vogliano inserire in menù referenze bio o vegane di qualità, e un lavoro costante con le scuole. Accanto al biologico, il negozio si è specializzato anche nel mondo della cosiddetta dieta “senza”: senza zucchero, senza glutine, senza lattosio — aprendosi così a una clientela che arriva anche da 70-100 chilometri di distanza.
Ma è sul nodo dell'accessibilità economica che l'intervento ha preso la piega forse più politica. Naturium opera, ha ricordato Sgro, in una regione “altamente depressa dal punto di vista economico”, con uno dei redditi pro capite più bassi del Paese. “Questo non vuol dire che i nostri concittadini debbano mangiare diversamente rispetto ad altri territori”. Di qui la scelta di non trattare il prezzo come priorità assoluta, ma di mettere in primo piano la dimensione etica, divulgativa e conoscitiva, senza ovviamente dimenticare la sostenibilità economica dell'impresa: “dobbiamo pagare le tasse, dobbiamo restituire al territorio”. L’impresa, in altri termini, come una tessera di un patto fiscale e sociale più ampio.
Il messaggio agli studenti: lavorate, investite in voi, non temete le statistiche
Nel dialogo con l'aula, Sgro ha riservato una lunga parentesi al valore formativo dei lavori cosiddetti umili. Il lavoretto estivo — fare il cameriere, stare alla cassa di un supermercato — è un'esperienza che, messa in un curriculum, rappresenta “un valore aggiunto incredibile”, apprezzato da qualsiasi imprenditore illuminato proprio per ciò che racconta di flessibilità e capacità di rendersi utili anche al di fuori del proprio percorso di studi.
A chiudere, l'incoraggiamento a non farsi paralizzare dalle statistiche di mercato: “quando si elaborano, sono già vecchie, raccontano cose già accadute”. Se si percepisce un'esigenza nuova, ha spiegato Sgro, bisogna avere il coraggio di muoversi per primi — come accaduto con Naturium, nato “dal nulla” in una Calabria che non contemplava ancora un negozio vegano, intercettando l'evoluzione di un consumatore che in quel momento stava cambiando.
Una sola avvertenza finale, quasi un manifesto: investire prima in se stessi, mettersi in prima persona in ciò che si fa, diffidare dall'illusione di poter delegare subito a terzi una buona idea. “Formare altre persone è difficile e complesso. Meglio restare piccoli ma sostenibili, che scalare un progetto e lasciarsi dietro macerie”.
Un laboratorio di compliance etica
L'esito dell'incontro restituisce quella che, verosimilmente, era la scommessa didattica della prof.ssa Rizzuto: mostrare agli studenti del corso di Diritto Agro-alimentare che la compliance non è un adempimento formale, ma la traduzione tecnica di una scelta culturale sul modo in cui l'impresa sta nel mercato e nel territorio. Il biologico — dietro le certificazioni, le etichette, i controlli di filiera — è in questo senso uno dei banchi di prova più istruttivi.
E la Calabria, con casi come Naturium, offre all'accademia non soltanto un esempio: offre un laboratorio vivente in cui diritto, economia circolare ed educazione al consumo responsabile si misurano insieme. Non è poco.
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