
Prima il via libera, poi lo stop, infine una nuova svolta. È una vicenda giudiziaria dai contorni singolari quella che ha coinvolto una guardia particolare giurata del Catanzarese, rimasta per mesi senza poter lavorare a causa del diniego del porto d’armi, requisito indispensabile per svolgere il servizio.
Il Consiglio di Stato ha accolto l’appello presentato dall’avvocato Giuseppe Risadelli, annullando il provvedimento con cui la Prefettura di Catanzaro aveva respinto la richiesta di rilascio della licenza di guardia giurata e del porto d’armi.
La vicenda nasce dal diniego disposto dalla Prefettura sulla base di un procedimento penale a carico dell’uomo. Nel frattempo, però, il procedimento si conclude positivamente e il legale porta il nuovo elemento all’attenzione del Tar Calabria, ottenendo una sospensiva che consente al proprio assistito di tornare a lavorare. Nonostante ciò, successivamente il Tribunale amministrativo respinge il ricorso, ritenendo legittimo il provvedimento prefettizio.
Una decisione che ha prodotto un effetto paradossale: dopo essere stato riammesso al servizio per circa un anno, l’uomo si è visto nuovamente considerare non affidabile ai fini del possesso dell’arma, con la conseguente impossibilità di continuare a svolgere la propria attività lavorativa.
Ora il ribaltamento definitivo. I giudici di Palazzo Spada hanno ritenuto fondato l’appello, evidenziando come il provvedimento della Prefettura fosse carente sotto il profilo dell’istruttoria e della motivazione. Secondo il Consiglio di Stato, l’Amministrazione si è limitata a richiamare il procedimento penale senza svolgere un’autonoma verifica dei fatti e senza valutare adeguatamente le difese presentate dall’interessato.
Per questo motivo il Consiglio di Stato ha annullato il diniego prefettizio, condannando inoltre il Ministero dell’Interno e le altre amministrazioni coinvolte al pagamento delle spese di giudizio.
Una vicenda che si è trasformata in un vero e proprio percorso a ostacoli per la guardia giurata: prima il sì, poi il no, infine un nuovo sì arrivato con la sentenza definitiva del Consiglio di Stato, dopo un periodo in cui il lavoratore era rimasto senza la possibilità di esercitare la propria professione.
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