
"Nei giorni scorsi ho, in una lunga nota stampa pubblicata da codesta testata, esaminato, puntualmente, i contenuti della legge di riforma costituzionale, Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare, che sarà sottoposta a voto referendario il 22 e 23 marzo. Ho dichiarato, a conclusione di quanto ho ponderato, che voterò NO. Chi avrà pazienza di leggere quanto ho scritto, e che oggi continuo a scrivere, in una sorta di seguito, comprenderà bene il perché della mia scelta di voto. Ma, soprattutto, invito a dedicare il necessario tempo di approfondimento alla lettura del testo di riforma, e sono certo che chi lo farà non potrà non dedurre, come me, che questa riforma in sostanza è un atto di rivalsa di una parte della politica verso la Magistratura. Al mio fraterno amico, Marcello, che ha scritto di recente sue considerazioni sulle norme oggi a referendum, e richiamato anche una nostra breve telefonata, di qualche giorno addietro, sullo stesso argomento, intendo riaffermargli il mio immutato affetto e la più grande stima. Le nostre, piacevolissime, “periodiche” telefonate, che continuerò a fare, sono per me di grande arricchimento culturale. Sono anche la continuità di un rapporto nato molti anni fa e che ci ha visti protagonisti, assieme ad un gruppo di giovani di particolare vivacità intellettuale, impegnati in un tentativo di rottura culturale conformista: una ventata di novità importante in una dormiente Catanzaro della metà degli anni sessanta. Poi nel tempo scelte politiche e conseguenziali frequentazioni diverse non ci hanno più consentito una continua frequentazione.
Riprendo a scrivere quanto ho pensato, anche perché stimolato dall’interessante intervento di Furriolo.
Il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni, da tempo accusa la Magistratura di essere politicizzata, ma la verità, sostanziata pure nella legge di riforma, dice che il Governo intende assoggettare la magistratura alla politica. A tal proposito sono innumerevoli le dichiarazioni di esponenti di governo, della stessa Meloni e di personalità dei partiti di destra che lo lasciano intendere.
Ieri il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ancora una volta, nel corso di un’intervista a Rete4 è tornata ad attaccare frontalmente i giudici: “se noi non prendiamo questa occasione non ne avremo altre e temo che le decisioni alle quali assisteremo potrebbero essere ancora più surreali di quelle che abbiamo visto finora”. A sostegno di quanto afferma cita “le devastazioni dei centri sociali a Roma e a Torino, “dove non c’è stato nessun seguito giudiziario”; e ancora:” non devo ricordare le continue interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare il fenomeno dell’immigrazione”. Parla di “meccanismo inceppato” da “moltissimi casi” in cui i giudici frenerebbero l’applicazione delle leggi volute dall’esecutivo, ad esempio quello di “un altro immigrato stupratore di minore, un pedofilo”, per le quali le toghe “non hanno convalidato il trattenimento in Albania”. Anche il caso della famiglia nel bosco è stato ripreso dal premier che accusa la Magistratura di “letture ideologiche”.
Ora mi domando, è “normale” che il presidente del Consiglio lanci frasi prive di ogni fondamento, e particolarmente ingannevoli, volte a destabilizzare ogni assetto Costituzionale? Credo assolutamente di NO, ne va di mezzo il destino e la serietà della nostra Italia.
La Magistratura, è bene ricordare, emette sentenze motivate che possono essere impugnate (perché Giorgia Meloni non lo fa?) e sottoposte al successivo giudizio, questo secondo giudizio potrà, a sua volta, essere ancora impugnato. Ma come ben sappiamo è previsto anche un terzo ordine giudicante che potrà non condividere quanto già stabilito e rimandare ad un altro, nuovo, giudizio. L’Italia, credo sia il Paese unico al mondo con tanta garanzia di serietà processuale. Il nostro Presidente del Consiglio, che non entra mai nel merito delle decisioni della magistratura, usa frasi ad effetto, tipiche di questa destra. Chiede, per come abbiamo sentito, di votare SI, “perché se passa la riforma non ci saranno più decisioni surreali da parte della magistratura”. Usa l’aggettivo surreale per mettere alla berlina l’operato della Magistratura.
Il Presidente Meloni sa benissimo che in punta di diritto ha ogni possibilità di ricorrere contro le sentenze “surreali” per far valere la legge, ma non il suo desiderato. Perché non lo fa? Nasce spontanea la domanda: non è che le sentenze, che Lei non gradisce, sono, e Lei lo sa, inattaccabili in punta di diritto?
Ritengo, altro argomento, profondamente inaccettabile, che quanto dice il Presidente Meloni sulla vicenda della “famiglia del bosco”, sia scorretto. È, infatti, giusto ricordare o informare, che allontanare figli minori dai genitori è prassi molto sofferta, nessun magistrato lo fa a cuor leggero. Prima di assumere decisioni estreme, le vicende sono ampiamente ponderate da più soggetti di particolare competenza, con funzioni diversificate, che istruiscono quanto in esame sulla base di precise prove ed elementi inconfutabili, anche dopo contraddittorio con avvocati di parte. Sono stato assessore alle politiche sociali e ho acquisito una importante conoscenza di tale delicatissima problematica. È, ripeto, inaccettabile ascoltare le parole del Presidente Giorgia Meloni, che si pone a paladino, in astratto, con argomenti totalmente generici, a difesa di una concezione ideologica, priva di ogni concretezza di argomenti. Anche per questo caso c’è una sentenza motivata, che potrà essere, nei termini di legge previsti, impugnata. Perché Giorgia Meloni non lo fa?
La verità è che proprio Lei, la Meloni, vuole la Magistratura politicizzata dall’ esecutivo e utilizza qualsiasi argomento, alterandolo e piegandolo al Suo scopo.
Le finalità della riforma della giustizia, chiara nei contenuti, le si comprende ancora meglio se le contestualizziamo incorniciandole insieme alle altre due proposte avanzate dal Governo di destra: La legge riforma del premierato e la nuova legge elettorale. La lettura di ogni singola legge non aiuta a cogliere pienamente l’organico disegno politico della destra – Magistratura, conformazione di governo e nuovo sistema elettorale¬.
Una sbrigativa lettura della riforma della giustizia potrà ingannare, e farla considerare solo accomodamento tecnico, facendo non valutare l’aspetto politico che la contraddistingue. È una delle tre proposte di riforme che ridimensionano notevolmente il ruolo del Parlamento e del Presidente della Repubblica e della Magistratura, per concentrare potere all’esecutivo ed al Presidente del Consiglio.
Oggi il Presidente della Repubblica affida l’incarico per formare il governo al leader della coalizione che ha preso più voti. Valuta la proposta di composizione del governo (ministri) che gli presenta il Presidente del Consiglio incaricato, che può anche, con sostanziale motivazione, in tutto o in parte, non avallare. Una volta licenziata questa procedura, il Presidente del Consiglio incaricato, dovrà chiedere al Parlamento, Camera dei Deputati e del Senato, in sedute distinte la fiducia. Qualora non ottenesse la fiducia, anche da una sola Camera, Il Presidente del Consiglio incaricato rimetterà le dimissioni al Presidente della Repubblica, il quale procederà con altro o altri incarichi allo scopo di assicurare un governo alla Nazione. Nel caso ogni tentativo dovesse risultare negativo, il Presidente della Repubblica procederà allo scioglimento delle Camere, per indire nuove elezioni. Il Presidente della Repubblica ha, in questo caso un ruolo attivo di garanzia, attesa l’estraneità nel rapporto fra le forze politiche. È la sua una significativa funzione di equilibrio.
Il Parlamento svolge un ruolo molto importante: potrà in qualsiasi momento togliere la fiducia al Governo. Il Presidente della Repubblica, è bene ricordare, ricopre il ruolo di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), la Corte Costituzionale con membri eletti, alcuni dal Parlamento altri dal Presidente della Repubblica, il CSM formato da magistrati (togati) e membri laici eletti dal Parlamento. Si tratta di un’articolazione prevista dalla Costituzione: neanche uno – nemmeno il Governo, né il Parlamento, neanche la Magistratura, né il Presidente della Repubblica – ha un potere tale da mettere sotto gli altri poteri. Tutti sono interdipendenti.
La riforma del premierato, che propone la Meloni, cambierebbe sostanzialmente quest’ordine. Infatti il Presidente del Consiglio verrebbe eletto direttamente dai cittadini, espropriando il Presidente della Repubblica da tale importante compito. Salterebbe il nodo di equilibrio.
Un Presidente del Consiglio eletto direttamente dal popolo diverrebbe incontrollabile, (questo vuole la destra) inarrestabile di fronte a tutti gli istituti democratici (Parlamento, Corte Costituzione, Presidente della Repubblica). Ciò determinerebbe un grave squilibrio tra i poteri: salterebbe l’assetto costituzionale.
Il Presidente del Consiglio sarebbe intoccabile grazie a un premio, nuova legge elettorale che propone Meloni, di maggioranza in favore della coalizione di sostegno. Si avrebbe il Parlamento del premier, che eleggerebbe il Presidente della Repubblica, un quinto dei componenti della Corte Costituzionale, i componenti laici e disporrebbe di un peso decisivo sulle nomine di spettanza al Presidente della Repubblica, eletto dallo stesso Parlamento. Il Presidente della Repubblica, quello eletto a seguito di sostanziali mutazioni, a sua volta nomina una parte dei membri della Corte Costituzionale e una parte dei componenti dell’Alta Corte Disciplinare. Presiede il CSM.
Dunque il Presidente del Consiglio eletto direttamente dal popolo dispone del Parlamento, che elegge il Presidente della Repubblica e un terzo della Corte Costituzionale e che attraverso il Presidente della Repubblica nomina un altro terzo della Corte Costituzionale e un quinto dell’Alta Corte Disciplinare: le istituzioni di garanzia diventano espressione della sola maggioranza, cioè del Presidente del Consiglio.
A tutto questo la proposta di legge elettorale che la destra vorrebbe rapidamente fare approvare dal Parlamento, se fosse approvata verrebbe fuori che il Parlamento sarebbe composto da una larga componente, attraverso il premio di maggioranza, che otterrebbe la coalizione con più voti in percentuale (40% dei voti e 55% dei seggi). Peraltro si andrebbe al voto con un sistema totalmente nuovo che, guarda caso, è chiaramente costruito su misura per fare vincere la destra. È anche da tenere presente che le minoranze finirebbero di essere rappresentate. La nostra Costituzione garantisce, per mantenere e sostenere un equilibrio, le diverse espressioni politiche e culturali, anche territoriali, che la destra di fatto farebbe scomparire.
Ma la proposta di nuova legge elettorale, merita, ovviamente, un capitolo a parte di ragionamento. Ho solo voluto accennarla per richiamare l’attenzione sull’intreccio che lega le tre riforme.
Il Governo Meloni ha studiato ogni passaggio legislativo per ottenere a colpi di maggioranza, lo stravolgimento della Costituzione e affermare una unità di potere. Non più pesi e contrappesi, ma il potere assoluto nelle mani di chi vince le elezioni. Il mandato popolare sarà utilizzato dal premier per dichiararsi al disopra di ogni altra istituzione.
La riforma della giustizia, per concludere, è parte fondamentale di questo progetto. Aggiungo che se vincerà il SI, questa riforma della giustizia darà inoltre un potere enorme al Governo, che licenziare tutte le leggi e le procedure ordinarie, previste dalla riforma, per darle piena applicazione, nel senso piùgradito."
A scriverlo, Sabatino Ventura Nicola.
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