
“A Chiaravalle Centrale il referendum consegna un risultato netto nel suo significato politico: vince il NO con 931 voti. Un margine abbastanza eloquente sul piano simbolico, anche perché il dato locale si inserisce in un contesto su cui riflettere bene”. È quanto sottolinea, in una nota, il movimento civico “Radici e Ali”.
“Il risultato chiaravallese – spiega il movimento - pesa molto di più di una semplice percentuale. Perché il sindaco Domenico Donato non è rimasto affatto sullo sfondo. Al contrario, si è speso apertamente per il SI, scendendo in campo con il piglio di chi sembrava vivere il referendum non come una consultazione su un quesito specifico, ma come una prova generale di consenso personale. Iniziative pubbliche, presenza diretta, mobilitazione, toni da chiamata alle armi: più che un referendum, a tratti è sembrata una piccola campagna elettorale in salsa locale. Basta guardare le foto della convention a Palazzo Staglianò”.
Ed è proprio questo, per Radici e Ali, il punto politico decisivo: “Quando un sindaco personalizza una battaglia fino a farla coincidere con la propria immagine, poi non può far finta di nulla quando il responso delle urne va dalla parte opposta. Il voto, in questo caso, non viene letto soltanto come una preferenza sul merito del referendum, ma anche come una bocciatura del tentativo di trasformare tutto nell’ennesimo palcoscenico dell’uomo solo al microfono”.
Il movimento civico affonda il colpo con sarcasmo: “Donato avrebbe voluto intestarsi la vittoria del SI come una dimostrazione di forza, e invece si ritrova a dover spiegare una sconfitta maturata proprio sul terreno in cui aveva scelto di esporsi di più. In politica succede: si sale sul palco per raccogliere applausi e si finisce per contare i fiaschi, magari in silenzio”.
Per Radici e Ali questo non è un episodio isolato, “ma il primo segnale di una disfatta politica più ampia, destinata – sostengono – a riproporsi alle prossime elezioni comunali”. Sempre che, aggiungono con ironia tagliente, il sindaco non decida di “anticipare i tempi” e “accompagnarsi da solo verso l’uscita prima ancora del voto”. Una lettura durissima, che trasforma il referendum in una sorta di test politico fallito.
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