
di FRANCO CIMINO
L’uomo bello. Aldo Romagnino io lo chiamavo l’uomo bello. L’uomo bello nella sua persona integrale. Non solo nella scuola, dove si è distinto per due qualità rare, uniche se praticate insieme.
La prima era caratteriale: uomo mite, comunicava con chiunque in modo pacato, quasi dolce, di certo gentile. Ascoltava gli altri prima di parlare e, quando un collega, un docente, uno studente, un conoscente, un amico voleva esprimere la propria opinione o chiedeva aiuto e consiglio, lui rispondeva senza la presunzione di sapere tutto e con la generosità di chi sente di dover dare tutto di sé.
La seconda qualità era culturale. Direttore didattico prima e dirigente scolastico dopo, esercitando questa funzione fin da giovanissimo e per almeno trent’anni, diversamente da molti che erano passati dall’insegnamento alla vecchia presidenza con una certa disinvoltura, non concepiva quel ruolo come un potere da esercitare in modo autoritario, né come una posizione di superiorità rispetto a chi lavorava nella scuola, al servizio della scuola, e non come subordinato a chi provvisoriamente la dirigeva.
Era un signore d’altri tempi. Educato e civile. Nelle forme e nella sostanza dei rapporti umani.
Bello, sì, bello era Aldo Romagnino. Anche nell’aspetto, in quella figura alta, in quel corpo bello, disteso nei colori bruni e scuri, dalla pelle ai capelli sempre folti, agli occhi. Era bello nell’eleganza della persona. Sempre fine e ordinato nel vestire, vestiva in uno stile classico che gli conferiva l’autorevolezza della sua personalità, facendolo apparire quasi sempre più vecchio nelle diverse età che lo hanno accompagnato.
E invece era stato sempre giovane. Anche d’età.Giovane anagraficamente, anche quando la morte se l’è preso per volontà superiore di chi ai buoni e ai saggi, come lui, concede il tempo di fare tanto bene.E Aldo il tempo di fare bene l’ha avuto, anche se lascia un vuoto enorme. Ha avuto il tempo di donare tutto l’amore che aveva dentro.Aldo era un uomo dell’amore.Amore ha donato agli altri da sempre, per l’amore che lui aveva, cattolico sincero e coerente, per la Chiesa attraverso le sue parrocchie e per la fede, che sentiva sempre più forte.Amore ha donato alla scuola, con uno spirito di servizio più che encomiabile.
Quarant’anni di scuola. Ogni giorno di questi quarant’anni sempre a scuola. Puntuale all’orario di servizio e a quello, che è sempre stato, degli impegni che vanno oltre il lavoro, per collocarsi in quello spirito di servizio che animava la sua azione nel mondo. Il nostro piccolo mondo, pieno di fatiche e di problemi. Amore ha dato alla conoscenza e al sapere, che attraverso lo studio lo gratificavano tanto, senza mai saziarlo, in quella curiosità spiccata, quasi di bambino, che lo portava sempre a cercare, a domandare. A domandarsi.
Amore ha dato agli amici: amore concreto, fatto di gesti di vicinanza preziosi per chi li riceveva. Lui donava senza mai pretendere nulla in cambio.
Dell’amore per la famiglia non oso neppure accennare, perché mi commuovo solo a pensare a quanto ne sentisse per la moglie, le figlie, i nipoti.
Posso dire, però, dell’amore che nutriva per la città: un amore di figlio grato per il bene che lui riteneva si ricevesse dalla propria città, anche quando ci sembra un po’ disattenta e anche in errore verso sé stessa e i propri abitanti.
Un amore, potrei dire, anche per la Politica, quella alta, che lui sentiva come quello spazio in cui donare idee, impegno e fatica generosa, nel modo in cui ciascuno, a suo modo, potesse fare la Politica, quella con la maiuscola, che domanda servizio gratuito e non cerca il potere né pretende.
Amore, il suo, così diffuso e profondo, che nutriva ed esprimeva con umiltà, quasi con timidezza.
Una timidezza di quelle che lo portavano a stare sempre dietro le quinte e lontano dai riflettori che la politica sempre accende su chi si mette sul proscenio.Amava, Aldo, anche la parola.
Amava leggerla in ogni campo, dalla poesia alla letteratura, dalla pedagogia alla filosofia, in cui essa, la parola, esprimesse pensiero, offrisse conoscenza, si facesse chiave di comprensione della realtà.
Ma amava anche dirla, la parola. Anche nella spontaneità con cui l’emozione o l’occasione improvvisa la spingessero fuori.
Ma anche qui, Aldo si mostrava educato e rispettoso: usava la parola con prudenza, proprio perché ne conosceva la forza e anche il rischio quando la si lasciasse andare tanto per toglierla dalla bocca o per mostrarsi dominatori della stessa.Ché la parola ha una sua forza autonoma e non si lascia dominare.
Ti aiuta se la sai rispettare e, soprattutto, conoscere.Aldo Romagnino non andrà via per sempre. Ha lasciato tante tracce del suo cammino che, se fossimo più umili e un po’ furbi, ci basterebbe ripercorrerle e avremmo il nostro cammino più sicuro.E qui mi fermo, perché la mia mano già stanca non sopporta il peso della commozione e del mio dolore.
Dolore di amico, quello che ho sempre sentito di essere.Il dolore di catanzarese.Il dolore di uomo della scuola.La Scuola italiana, che oggi dovrebbe piangerlo per il vuoto che lascia. E, insieme, la commossa gratitudine per il gran bene che le ha lasciato: nel sapere e nel dovere di servire la più bella istituzione del nostro vivere insieme, lavorando per il futuro del Paese.
Quel futuro che nei ragazzi formati e istruiti nelle scuole sa conservare il passato, nella storia dei nostri padri e delle nostre madri.
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