Cimino: “Aquilani traditore? No, proprio no”

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  13 giugno 2026 16:47

di FRANCO CIMINO


Non avrei voluto intervenire nuovamente sul Catanzaro, la squadra di calcio che, sotto la guida di un presidente straordinario e di una proprietà sempre più appassionata, ha alimentato il desiderio di riportare i colori giallorossi nella massima serie.

Eppure, oltre alle Aquile che volano sui campi di mezza Italia e sul Ceravolo delle grandi tradizioni sportive, esiste Catanzaro città, con i suoi innumerevoli problemi, vecchi e nuovi, molti dei quali irrisolti e ulteriormente aggravatisi nel tempo.

Accanto alla società sportiva che sta raggiungendo risultati inaspettati e grandiosi, c’è infatti una città che, purtroppo, sembra aver camminato nella direzione opposta.

Tra le tante questioni che affliggono la nostra realtà, ce n’è una che oggi, per la sua attualità, mi appare la più importante. Mentre il rumore delle proteste, l’entusiasmo e il tifo da stadio continuano a riempire le nostre giornate, sotto quella confusione e quei cori tornano a muoversi in silenzio i soliti catanzaresi, vecchi e nuovi nei nomi ma non nella cultura politica, già impegnati a preparare le candidature per le prossime elezioni amministrative, ormai distanti solo pochi mesi.

Sono gli stessi che hanno abbandonato la città per inseguire interessi personali e professionali, le proprie comodità e le proprie convenienze. Gli stessi che si rifugiano in una rassegnazione soltanto apparente, dietro la quale si nascondono la volontà di non fare nulla per la città, la paura di contrastare interessi consolidati e l’indifferenza verso lo scempio che Catanzaro ha subito, fino a diventare quasi irriconoscibile rispetto alla sua antica bellezza.

Lo ripeto fino alla noia, persino alla mia stessa noia: il Catanzaro, solo il Catanzaro. È stata, purtroppo, l’unica sveglia capace di interrompere il torpore e la sonnolenza collettiva. Questa bellissima passione sportiva, dico purtroppo ancora, questo tifo sfrenato, dico solo questo tifo, purtroppo, ci ha protetti da mille amarezze e ci ha liberati da altrettante frustrazioni.

Ora però sarebbe bello trasferire almeno una parte di questa forza e di questa passione in un nuovo spirito civico, capace di farci amare la città con la stessa intensità con cui amiamo la squadra.

Il campionato è finito. Riposiamoci un po’.

Abbiamo goduto delle grandi imprese dei giallorossi, abbiamo gridato il nostro sostegno e la nostra soddisfazione. Abbiamo pianto, non tanto per aver mancato la Serie A, quanto per l’emozione di una straordinaria impresa collettiva, di una vera e bella unione tra tifosi e giocatori, tra pubblico e società.

Ecco il pianto.

È stato questo il sentimento dominante di quelle settimane, a partire da quella tarda sera di Monza. Il pianto dei calciatori. Quello trattenuto del presidente, andato ad abbracciare i suoi ragazzi. Quello dell’intera panchina e dello staff tecnico. Quello del pubblico presente allo stadio e quello, incalcolabile, di un’intera città davanti ai televisori.

Il pianto dei calciatori a fine partita era intenso, prolungato, inconsolabile.

E poi il pianto dell’allenatore. Quell’uomo che per quasi quaranta partite avevamo visto a bordo campo con un’apparente impermeabilità emotiva si è improvvisamente mostrato nella sua dimensione più tenera e umana: come un ragazzo al primo amore, come un figlio alla prima perdita importante, come un genitore alla prima vera lontananza del proprio figlio.

Un pianto bellissimo.

Infine, una delle immagini più emozionanti di questa stagione. Quella del bambino dietro l’inferriata che separava la curva dal campo. L’incontro tra due sguardi colmi di lacrime, quello dell’allenatore e quello del bambino. Si osservano intensamente e poi si stringono la mano con una forza tale da sembrare quasi voler fondere quelle due mani in una sola.

L’allenatore, l’adulto, la guida. Il bambino, il figlio simbolico, il giovane tifoso.

Un’immagine che racchiude il senso più profondo dell’amore sportivo: non soltanto condividere una passione, ma imparare ad amare con tutte le proprie energie.

Intervengo oggi perché molti tifosi, soprattutto quelli più accesi e più impegnati nelle analisi tecniche del giorno dopo, dopo aver celebrato quel pianto come la dimostrazione di un amore autentico per Catanzaro, oggi sembrano accusare Aquilani di tradimento e persino di vigliaccheria.

La colpa? Aver deciso di interrompere un rapporto che lo avrebbe legato ancora per un anno al Catanzaro per inseguire il sogno di ogni allenatore: guidare una squadra di Serie A.

Ma come lo si può considerare un tradimento?

Dovremmo piuttosto ringraziarlo e augurargli i maggiori successi. Anche perché va ricordato che è il Catanzaro, con la sua storia, il suo ambiente e soprattutto con questo presidente, a rendere più forti tutti coloro che indossano la maglia giallorossa.

Lasciamo dunque lavorare il presidente. Ancora una volta potrebbe accadere ciò che è già accaduto in passato: il nuovo allenatore potrebbe rivelarsi persino migliore del precedente e i giocatori chiamati a sostituire i nostri campioni potrebbero diventare, a loro volta, protagonisti di nuove imprese. Magari di quella che oggi appare il miracolo dei miracoli: portare il Catanzaro in Serie A.

Qualcuno sostiene che una persona leale e corretta avrebbe dovuto rispettare il contratto firmato.

A parte il fatto che nessuno di noi conosce i reali accordi tra le parti, e che tra persone serie e perbene possono esistere anche intese fondate sul reciproco rispetto e sulla libertà di scelta, bisogna ricordare che il calcio professionistico moderno vive secondo regole diverse.

La maglia più desiderata è quasi sempre quella successiva, se offre maggiori prospettive e opportunità.

Perché dunque scandalizzarsi se Aquilani, come tanti altri allenatori e calciatori, cerca di realizzare al meglio le proprie aspirazioni professionali?

Non accade forse continuamente in questo calcio dominato dagli interessi economici e sempre meno attento ai sentimenti dei tifosi?

Per parlare direttamente a chi oggi si sente tradito, ricordo l’inizio del campionato. Dopo le prime cinque partite concluse con altrettanti pareggi e con un gioco giudicato da molti brutto e inconcludente, cresceva di settimana in settimana la richiesta di esonerare l’allenatore.

«È la legge del calcio», si diceva.

Se Aquilani è rimasto sulla panchina giallorossa, dimostrando poi tutto il proprio valore, lo si deve soprattutto all’intelligenza, alla pazienza e alla competenza del presidente. Non mancava chi lo accusava di non intervenire soltanto per risparmiare il costo di un nuovo ingaggio.

Se allora avessimo davvero “cacciato” Aquilani dopo poche giornate, come saremmo stati giudicati noi?

Vigliacchi? Traditori? Persone incapaci di rispettare la parola data?

No. Saremmo stati semplicemente una società che esercita il diritto di cercare la soluzione che ritiene migliore.

Per questo motivo invito tutti alla calma.

Lasciamo lavorare il presidente, che ha già dimostrato di saper scegliere bene.

Godiamoci l’estate, le nostre splendide spiagge e il nostro magnifico mare. Tra un bagno, un libro, una chiacchierata e una birra serale, proviamo anche a rivolgere lo sguardo verso la città.

Perché Catanzaro, come realtà sociale e politica, ha bisogno dello stesso entusiasmo che riserviamo alla squadra. Ha bisogno di partecipazione, di impegno e di amore concreto da parte dei catanzaresi.

Per affrontare quella che resta la più grande delle questioni: la questione Catanzaro, capoluogo in ginocchio di una Calabria che continua a crescere a velocità diverse.

Franco Cimino


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