
di FRANCO CIMINO
La sentenza è arrivata, finalmente, dicono.
È arrivata dopo dieci anni di un dolore inenarrabile, quello dei genitori. Dopo dieci anni da un atto tanto assurdo quanto crudele, tanto violento quanto disumano. Dopo dieci anni da una delle più gravi offese alla vita, al senso umano del vivere, al diritto di ciascun essere umano alla vita: quella vita carica di dignità e di libertà, elementi costitutivi della persona. E di chiunque desideri essere cittadino del mondo prima ancora che del proprio Paese.
Così sentiva e pensava di dover essere Giulio Regeni: cittadino del pianeta, figlio di quella prima verità umana e della ragione che in lui trovavano piena testimonianza.
Dieci anni sono passati da quell’assassinio che potrebbe configurarsi come un omicidio di Stato, tale essendo, al di là delle furbizie diplomatiche, quando a compierlo sono uomini dei servizi segreti insieme a uomini della polizia di un Paese nel quale un giovane libero, educato, onesto, sincero, pulito, democratico — anche per quell’ansia di libertà che gli batteva nel petto, come i battiti veloci del cuore — cercava verità e giustizia. Un giovane nel quale gli ideali venivano prima delle convenienze e delle idee astratte.
Omicidio di Stato, specialmente se lo Stato non appare o non è uno Stato democratico. Perché democratico è quel sistema politico che mette al centro la persona e ne difende e valorizza la libertà, insieme ai diritti politici e umani di tutti.
È anche omicidio di Stato, a mio avviso, quando il potere non aiuta la ricerca della verità. Specialmente quando a essere barbaramente uccisi sono giovani liberi di un Paese libero che, nel Paese in cui lavorano, cercano verità e giustizia per chi non ne ha; giovani che cercano di comprendere condizioni di sfruttamento e di ingiustizia, anche là dove il lavoro e le capacità delle persone vengono svenduti.
Ed è sempre un fatto gravissimo quando il governo del Paese nel quale è avvenuto il delitto si rifiuta di collaborare con le autorità del Paese di cui la persona trucidata è cittadino; quando, addirittura, si rifiuta di consegnare alla giustizia gli eventuali responsabili di quell’atroce delitto, proteggendoli.
Lo è anche quando,secondo il mio sentire, le autorità di quello Stato, che si dichiara convenientemente alleato del Paese che cerca verità e giustizia, non chiedono perdono — perdono, non semplici scuse — per quanto è accaduto; non ne piangono quella morte; non si offrono neppure a una pur parzialissima riparazione del danno arrecato alla famiglia, all’università presso la quale la persona uccisa lavorava e all’intero Paese di origine.
Questo, comunque lo si voglia vedere, anche quando si tenti di strumentalizzarlo senza limiti di pudore, rimane.
Si potrebbero elencare ancora a lungo i motivi giuridici, etici e politici. Ma qui mi fermo.
Credo che basti anche per il ministro degli Esteri italiano, che ormai parla con parole spesso disconnesse dal senso politico e, soprattutto, da quello umano. Parole disturbanti anche rispetto alle regole della diplomazia, allo stesso modo in cui rischiano di danneggiare il buon nome che ancora mantiene il nostro Paese nel mondo.
Credo che queste mie modeste osservazioni bastino anche a rompere il più grave silenzio del governo italiano. Un silenzio che rischia ancora di nascondere, dietro la formula — qui davvero risibile — «con l’Egitto siamo alleati e amici», il dovere di dirsi indignato e offeso per l’uccisione di un suo giovane cittadino che stava svolgendo in Egitto il suo dovere di cittadino del mondo.
E lo faceva con quell’educazione civile e personale che aveva formato dentro di sé attraverso i principi ricevuti dalla democrazia italiana, oltre che attraverso i valori appresi dai suoi genitori.
Se non ci fosse anche il mio dolore personale di padre e di docente, per quella barbara uccisione che ha devastato, con una tortura disumana, il corpo bellissimo di Giulio, avrei quasi riso ascoltando dichiarazioni pubbliche davvero difficili da conciliare, a mio giudizio, con la responsabilità di chi governa.
Penso, in particolare, a quelle dichiarazioni nelle quali si distingue ciò che è barbaramente accaduto per mano di funzionari dello Stato egiziano dal governo di quel Paese. Con l’aggiunta, tra l’altro, che siamo ancora al primo grado di giudizio e che, dunque, noi italiani non potremmo emettere una valutazione chiara di natura politica e morale perché mancherebbe ancora quello definitivo del terzo grado. Assurdo!
Attendiamo che il presidente del Consiglio parli e dica parole chiare su questa tragedia infinita. E speriamo che siano quelle giuste.
Intanto vorrei soffermarmi ancora sulla sentenza, che rispetto ma che, tuttavia, non condivido.
Penso al faticoso lavoro dei giudici e, prima ancora, a quello della Procura che ha seguito le indagini, coraggiosamente chiedendo l’estradizione degli indagati.
A una prima, rapida ed elementare lettura di ciò che è stato reso noto della sentenza, rilevo una contraddizione che mi interroga: tre cittadini egiziani sono stati condannati a dieci anni per il sequestro di Giulio, mentre è caduta l’accusa di omicidio. Il quarto imputato è stato assolto.
Forse mi sbaglio. La mia grande lacuna giuridica potrebbe portarmi a interpretare erroneamente questo aspetto della sentenza. Ma questo interrogativo mi resta.
Giulio Regeni non è morto per un colpo di pistola alla testa. È morto dopo le insopportabili conseguenze di una lunga e orribile tortura alla quale è stato sottoposto per giorni. Il suo corpo ha raccontato quella violenza.
E allora la battaglia per la verità su Giulio continua.
I giudici, nei prossimi gradi di giudizio, sapranno eventualmente completare il quadro processuale e le Procure potranno portare nuovi elementi di prova a sostegno dell’accertamento delle responsabilità. La sentenza di primo grado non è la fine del percorso giudiziario.
Ma Giulio non deve essere morto invano.
E non deve essere lasciato, in qualche modo, riposare dopo questa prima sentenza.
Lui avrebbe continuato la battaglia per la verità. Sarebbe stato in prima fila se fosse toccato a un altro ragazzo.
Noi dobbiamo continuare questa battaglia.
Che non è più soltanto la battaglia per Giulio, ma è la battaglia di Giulio: a difesa e a sostegno dei tanti giovani, delle tante persone, delle tante donne che nel mondo lottano per la libertà, per la democrazia e per la difesa dei diritti umani.
Lottano per l’uguaglianza e per la giustizia.
Lottano per la difesa della propria terra dai ladri di terre e per quei territori che ancora attendono di potersi organizzare in Stati liberi e indipendenti, nel principio inalienabile che la terra dei padri debba restare ai figli.
Da dove riprendere questa lotta?
Una lotta che, per quanto spinta da idee e ideali universali, non deve essere confinata dentro i perimetri delle forze politiche e dei partiti, se ancora i partiti esistessero come tali e non soltanto come occasionali comitati elettorali.
GIULIO A SCUOLA
Io, da padre e da docente, direi che bisogna riprenderla dalla scuola.
Non il caso Regeni soltanto, ma Giulio Regeni: quello della sua vita prima ancora che quello della sua morte. Lo si porti in classe, in tutte le classi, in ogni scuola, di ogni ordine e grado, fino alle università.
Lo si racconti ai nostri ragazzi attraverso ciò che ha fatto prima di essere assassinato, anche per le ragioni per le quali è stato assassinato. E lo si racconti attraverso ciò che egli ancora potrebbe dire a tutti noi.
Anche alle famiglie dei nostri ragazzi.
È appena iniziato l’anno scolastico. Si faccia di questa storia un’occasione per muovere la scuola nella direzione della formazione di una coscienza civile e democratica dei ragazzi. Si cominci da questa prima lezione e la si lasci vivere per tutti i giorni che seguiranno.
Lo dico e lo chiedo ai miei colleghi docenti, maestri o professori che siano, delle scuole superiori e delle università: se non farete di Giulio una delle più belle vostre lezioni, che cosa vorrete farne dei programmi che avete stampato, messo in buona forma e poi letto nei consigli di classe, nei collegi spesso distratti e rumorosi, come i vostri dirigenti vi chiedono?
La cattedra oggi ha un significato diverso, se recupera quello antico.
La cattedra è responsabilità. È testimonianza. È incontro.
Altrimenti non ci sarà da lamentarsi se, come alibi dei nostri insuccessi, porteremo l’invadenza nell’insegnamento dell’intelligenza artificiale.
Perché la scuola è vita che incontra la vita.
E Giulio, attraverso la sua vita e attraverso la sua morte, può ancora incontrare la nostra.
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