
di FRANCO CIMINO
La notizia, arrivata nelle prime ore di questo mattino, ha fatto in pochi minuti il giro del mondo. Anch’io, incollato davanti alla TV dalle sette, l’ho appresa quasi in diretta: Luiz Inácio Lula da Silva ha vinto le elezioni presidenziali in Brasile. Per la quarta volta nella sua vita politica, torna alla guida del Paese più importante del Sudamerica e di uno dei più importanti dell’intero pianeta.
Il risultato è sorprendente. Alla vigilia, pochi sembravano ritenerlo davvero possibile. Lula si conferma alla guida del Paese contro le previsioni di tanti osservatori. Opinionisti, sondaggisti, l’ampio sistema dell’informazione, nazionale e internazionale, e i potenti social di Musk sembravano tutti inchinarsi davanti al figlio di Bolsonaro, sostenuto da un sistema di potere che appariva convinto di averne già decretato la vittoria. Un sistema che aveva puntato sull’erede politico di un uomo che ha mal governato quel Paese, assoggettandolo agli interessi economici di pochi privati e agli affari della propria famiglia con ricchi e potenti signori americani.
Da più di un anno in carcere per diversi reati, a cominciare dalla corruzione, Bolsonaro pensava di poter tornare al potere attraverso quel figlio che, quanto a politica, sembrava avere lo stesso rapporto problematico del padre con la democrazia, con il rispetto delle regole e con quello delle leggi. Padre e figlio, del resto, apparivano accomunati dalla medesima concezione del potere e da una visione delle istituzioni profondamente distante dai principi democratici.
Per questo, le elezioni brasiliane non erano semplicemente una competizione tra un candidato sostenuto dalla destra e il presidente uscente, il vecchio combattente per i diritti e la democrazia. Da una parte c’era l’uomo che da bambino ha conosciuto la fame, che crescendo ha fatto tutti i lavori possibili per non morirne e che, da autodidatta, ha continuato a studiare per portare avanti le sue battaglie in difesa del popolo degli oppressi. Un uomo impegnato nella lotta per la sconfitta definitiva delle dittature, aperte o striscianti, che per decenni avevano bloccato ogni processo di crescita di quella nazione e ogni aspirazione di quel popolo a vivere in un Paese libero, progredito e moderno, capace di costruire, attraverso le proprie risorse, una ricchezza autentica e, se posso forzare il linguaggio, democratica.
Ricchezza democratica è quella che chiama tutti i cittadini a contribuire alla sua costruzione, affinché possano conquistare il diritto a una sua equa distribuzione: non soltanto secondo le possibilità di ciascuno, ma anche in rapporto ai bisogni di tutti. Soprattutto di chi non ce la fa, per mancanza di opportunità, di mezzi o di forze personali.
Era evidente, dunque, che il giovane Bolsonaro non potesse essere il vero antagonista del vecchio combattente. Ma il vero avversario non era neppure suo padre. La questione andava ben oltre i singoli protagonisti e le loro vicende personali.
In queste elezioni brasiliane, dopo il secondo avvento al potere di Trump negli Stati Uniti, la vera posta in gioco era un’altra: lo scontro fra due culture opposte, due visioni contrastanti della vita e della società.
La vera sfida era tra una destra internazionale che attendeva un capo forte e autoritario, arrivato dall’America, e un mondo intero che, pur disordinato e privo di una guida riconosciuta, cerca ancora una strada. Un mondo rimasto senza il suo leader carismatico, da quando ci ha lasciati Francesco, il Papa, che ha saputo parlare ai poveri, agli esclusi e a quanti chiedevano alla politica di ritrovare la propria anima.
Questo mondo possiamo chiamarlo il mondo del progresso, senza ricorrere all’etichetta di progressisti, che francamente non porta tanta fortuna in politica. È il mondo di quanti credono che il cambiamento sia possibile e necessario, che la società non debba rassegnarsi alle disuguaglianze e che il potere debba rispondere ai bisogni delle persone, anziché servirsene.
È la sfida tra reazione e innovazione, tra reazionari e innovatori.
La sfida è fra due visioni del mondo, anche se la prima appare molto ben definita. È quella di un mondo fondato sul nuovo ordine mondiale, nel quale la forza fisica — e quindi anche militare, economica e tecnologica — pretende di prevalere sulla ragione e sulla responsabilità che la ragione impone al potere, prima ancora che esso si manifesti attraverso le mani di chi lo detiene.
È una concezione nella quale il potere usa strumentalmente la democrazia per legittimarsi, anziché riconoscere nella democrazia il limite necessario alla propria autorità. Un potere che non si sente responsabile davanti ai cittadini, ma pretende che siano i cittadini a riconoscersi nella volontà di chi governa.
È questa la cultura del potere che, attraverso una miscela di paternalismo, vittimismo e autoritarismo nell’azione di governo, unisce un vetero-nazionalismo a un sovranismo ancora più becero: un nazionalismo confuso, senza anima, senza politica e senza morale.
Dalla parte opposta c’è un’altra visione del mondo: quella in cui i popoli sono i soggetti della democrazia e la democrazia è il sistema politico capace di garantire la libertà delle persone, dei popoli e dei Paesi di cui essi fanno parte. Una democrazia concepita alla luce della tradizione cristiana della vita e dell’Illuminismo, attraverso un lungo cammino storico e politico che ha posto al centro la dignità della persona, i suoi diritti e la sua libertà.
Una democrazia nella quale i popoli siano capaci di agire garantendo la piena libertà a se stessi e alle proprie comunità nazionali, valorizzando pienamente la persona umana e riconoscendo che la libertà appartiene alla sua stessa natura.
Perché democrazia e libertà sono, per loro natura, l’anima e il motore di una nuova visione internazionale della politica: una visione secondo la quale non c’è libertà individuale se non c’è libertà per tutti, così come non c’è libertà per un Paese se non c’è libertà anche per gli altri Paesi.
Questa visione del mondo, che con la parola più semplice chiamiamo democratica, concepisce la democrazia non soltanto come il migliore sistema politico possibile, ma come il luogo nel quale ogni persona può realizzare pienamente le proprie capacità e dare forza al proprio animo. È insieme alle altre persone che ciascuno può contribuire a creare le condizioni dell’uguaglianza e della giustizia.
Quelle autentiche, che nascono dalla fatica comune di abbattere le povertà, soddisfare i bisogni e fare dell’uguaglianza la strada per la giustizia, e di questa la via più sicura per costruire la pace nel mondo.
Non sembri esagerato, ma ieri, in Brasile — il Brasile dei nostri sogni e delle nostre utopie giovanili, il Brasile del nostro amore per il calcio, della gioia del carnevale, della forza con cui si affronta il dolore e della dignità con cui si sopportano ancora le umiliazioni della povertà e dell’emarginazione — la vera partita si è giocata proprio su questo campo.
E ha vinto la democrazia. Ha vinto la fede nella libertà. Ha vinto la fiducia negli esseri umani.
Ha vinto il potere inteso come strumento della democrazia, non come forza esibita violentemente da un singolo uomo che lo personalizza e lo estende a campi diversi e lontani dalle istituzioni e dalla politica. Ha vinto l’idea che il potere non appartenga a chi lo esercita, ma debba essere sempre restituito alla sua funzione originaria: servire i cittadini e rendere possibile la loro piena partecipazione alla vita pubblica.
Ha vinto l’idea, fortemente sostenuta da Francesco, il Papa, che la politica debba essere principalmente al servizio di chi non ha potere: degli uomini e delle donne esposti al rischio dell’emarginazione o già emarginati, che rialzano la testa e si mettono alla guida dei nuovi processi produttivi. Processi nei quali sia l’uomo a servirsi della tecnologia, e non la tecnologia a dominare l’uomo. L’idea che la Natura é sacra e perciò inviolabile per quel che della sua bellezza incontaminata ancora resta.
Ha vinto l’idea che un mondo migliore, fatto di uomini e donne migliori, sia davvero possibile.
Un risultato sorprendente e clamoroso per i professionisti dell’opinione pubblica, per gli «scienziati» dei numeri, delle statistiche e dei sondaggi. Clamoroso e imprevisto anche per quei teorici della politica da salotto che, troppo spesso, finiscono per confondere le proprie convinzioni con la realtà e le proprie previsioni con i sentimenti dei cittadini.
E per quegli ambienti politici e intellettuali che hanno finito per allontanarsi dalla vita reale del Paese, occupando posizioni istituzionali senza riuscire a interpretare le inquietudini e le speranze della gente. Ambienti che hanno dimenticato come il Parlamento, per essere davvero democratico, debba mantenere un legame vivo e costante con il popolo che rappresenta.
Soltanto quanti consideravano ormai inevitabile la vittoria del candidato della destra, fortemente sostenuto da Trump, e ritenevano impossibile ribaltare il risultato del primo turno sono rimasti stupefatti e forse, in gran parte, anche delusi.
La gente di buon senso, invece, quella fatta di donne e uomini capaci di ragione e di sentimenti, nutriti di ideali e di sogni, è felice di aver sentito muovere il vento di questa vittoria. Lo ha sentito scorrere nel sangue e lo ha riconosciuto nel pensiero.
Una vittoria che era nell’aria e sulle strade. Specialmente in quella immensa piazza di Rio de Janeiro dove, alla vigilia del voto, durante l’ultimo comizio di Lula, si sono radunate, strette le une alle altre, più di un milione di persone.
Quelle immagini di un fiume lunghissimo di brasiliani, soprattutto giovani, hanno riaffermato un principio che abbiamo conosciuto anche noi, in Italia e in Europa: quando il popolo scende in piazza, è perché vuole conquistare o difendere la democrazia.
I brasiliani hanno avvertito il pericolo di perderla definitivamente e hanno detto no. Con forza. Un no che, sulla scheda elettorale, ha scritto il nome di Lula.
Lo stesso sentimento è racchiuso nella vittoria del movimento degli studenti in Serbia: una vittoria contro il presidente uscente Vučić, leader della destra del Paese. Anche questa, per molti, una sorpresa. E che bella sorpresa!
Due vicende diverse, quelle del Brasile e della Serbia, ma unite da un medesimo sentimento: la volontà di non consegnare il proprio futuro a un potere che si considera insostituibile. La convinzione che la democrazia non sia una conquista definitiva, ma un bene da difendere ogni giorno, anche quando farlo costa fatica, espone al rischio di delusioni e impone di ricominciare.
Adesso non ci resta che attendere poche ore per conoscere i risultati delle elezioni in Israele.
La speranza è che Netanyahu, che promette altri due anni di fuoco per completare il proprio disegno, magari attraverso la distruzione totale dell’Iran, venga finalmente chiamato a rispondere davanti alla giustizia. Sono due le sedi giudiziarie interessate alle vicende che lo riguardano: la Corte penale internazionale, per le accuse relative a crimini di guerra, e la giustizia israeliana, per le contestazioni di corruzione e altri reati analoghi.
Chi ha fiducia nella giustizia e fede nel diritto attenderà che questi procedimenti facciano il loro corso e che si arrivi alle necessarie decisioni giudiziarie. Perché nessuno, qualunque sia il potere che esercita o la posizione che occupa, può considerarsi al di sopra della legge.
Il mondo intero, invece, attenderà che il risultato auspicato in Israele possa far cessare immediatamente lo sterminio di un popolo e apra finalmente le porte al patto antico, più volte richiamato e sottoscritto dalle autorità palestinesi e da quelle israeliane, con la piena condivisione degli USA: due popoli e due Stati, entro territori definiti e resi sicuri dal riconoscimento reciproco.
Due Stati nei quali entrambi i popoli possano riconoscere le terre dei propri padri, le terre alle quali sono legati da una storia e per le quali rivendicano un diritto storico e politico. Due popoli che, pur nella diversità delle proprie memorie, delle proprie identità e delle proprie aspirazioni, possano finalmente riconoscere l’uno all’altro il diritto di esistere, di vivere in sicurezza e di costruire liberamente il proprio futuro.
Perché non ci può essere pace senza giustizia, non ci può essere giustizia senza il riconoscimento dei diritti e non ci può essere libertà per un popolo se questa libertà viene negata a un altro.
È questa, in fondo, la stessa idea di democrazia che abbiamo visto riaffermarsi in Brasile e che speriamo possa trovare nuova forza in Serbia e in Israele: la convinzione che il potere debba appartenere ai popoli, che la libertà non possa essere il privilegio di pochi e che la pace sia possibile soltanto quando la dignità di ogni essere umano viene riconosciuta e rispettata.
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