
di FRANCO CIMINO
Aquilani al Catanzaro. Ma scusatemi: questo calcio, diventato ormai prevalentemente business, nel quale le imprese sportive vengono costantemente piegate agli interessi economici che ruotano loro attorno, vi piace o no?
Abbiamo tutti accettato che il calcio abbandonasse, come quasi tutte le attività sportive e artistiche, lo spirito romantico di un tempo. Quello che legava per sempre i calciatori a una maglia e i tifosi ai suoi colori. Lo abbiamo accettato oppure no? Abbiamo accettato che miliardi di euro e di dollari corressero fuori dal perimetro del campo più velocemente delle gambe dei calciatori.
E allora mi chiedo: perché stracciarsi le vesti? Perché strapparsi i capelli, protestare contro chi se ne va, urlare rabbia, lanciare anatemi e persino le classiche bestemmie da stadio contro chi viene accusato di tradimento?
Tradimento di chi? E di cosa?
Di una città che molti professionisti del calcio non hanno neppure il tempo di vivere davvero, divisi tra campi di allenamento, partite, conferenze stampa e spostamenti quotidiani? Tradimento della società che li ha ingaggiati, magari dopo che avevano lasciato o erano stati lasciati da un’altra squadra e da un’altra città? Tradimento di una maglia e dei suoi colori, dopo averne indossate decine nel corso della propria carriera, da calciatori o da allenatori?
Ci siamo commossi davanti alle lacrime sincere e copiose dei nostri valorosi protagonisti. Abbiamo pianto con loro, illudendoci forse che quelle lacrime fossero fatte della nostra stessa sostanza. In realtà erano lacrime diverse, pur autentiche e rispettabili.
Le nostre, quelle dei tifosi e dei catanzaresi sparsi nel mondo e nel resto d’Italia — probabilmente più numerosi di quanti oggi risiedano nella città — sono lacrime di nostalgia e di amore. Amore per ciò che il Catanzaro rappresenta nella storia personale di ciascuno di noi e in quella collettiva, nella quale continua a sopravvivere una parte importante dell’identità della nostra città.
Sono le lacrime della memoria. Quelle dei nostri padri che, attaccati a una radiolina, hanno sofferto e gioito per il CZ. Sono le lacrime che scorrono pensando ai nostri figli, piccoli o grandi che siano, che hanno esultato, sofferto e sognato per questa squadra, per questi colori, per questa bandiera.
Una bandiera che li ha fatti sentire parte di qualcosa di più grande; partecipi, anche da giovanissimi, di una storia comune e della costruzione di un futuro che passa anche attraverso uno stadio, una speranza, un’impresa sportiva.
Sono le lacrime dei nostri figli, che hanno liberato un sentimento che noi stessi, forse colpevolmente ma anche orgogliosamente, abbiamo trasmesso loro.
Per questo le loro partenze ci feriscono. Non perché tradiscano davvero qualcuno, ma perché ci ricordano che il nostro legame con il Catanzaro non è professionale, non è contrattuale e non è negoziabile. È un legame affettivo. Ed è proprio questa differenza tra il sentimento del tifoso e quello del professionista a generare, ogni volta, il dolore dell’addio.
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