
di FRANCO CIMINO
Ieri è morto Fabio Mussi, un comunista, rimasto tale fino all’ultimo suo giorno.
Io non sono comunista e non lo sono mai stato, neppure nelle sue scolorenti varianti. Sono democristiano. Da sempre, e non ho mai cambiato indirizzo. Che è rimasto sempre quello: piazza San Gesù e via San Nicola, con l’aggiunta del primo, rimasto nella mia memoria di ragazzo, pur se via Trieste 6, la sede della mia prima sezione, è stata seppellita da tonnellate di cemento e ferro.
Sono rimasto democristiano senza sbagli di casacca e confusioni di inni e di bandiere, quel “Biancofiore” che da un vecchio giradischi suonava allo sventolio della bandiera bianca con al centro lo scudo crociato rosso.
Sono rimasto fermamente democristiano anche perché c’era qualche comunista sulla sua vecchia trincea. Pugno chiuso, “Avanti, o popolo, alla riscossa” e la bandiera rossa con falce e martello a sventolare sotto il mio stesso cielo.
Fabio Mussi è quel comunista rimasto. Per fortuna, anche. A mio personale avviso, non è l’ultimo. Di comunisti come lui ce ne sono ancora, anche se i migliori, per rabbia mia, siedono nel privato senza riposare tra rimpianti e nostalgie impotenti.
Fabio Mussi l’ho seguito sempre da lontano e conosciuto, senza confidenziare neppure un poco, da vicino.
Fu Enrico Berlinguer a inviarlo in Calabria per risollevare, o rilanciare, secondo altri, le sorti del PCI calabrese. A quel tempo io ero delegato provinciale del Movimento Giovanile della DC.
Siccome lo accompagnava una buona fama, irrobustita dalla mia lettura dei suoi lunghi articoli — allora si chiamavano rapporti o interventi o analisi propositive e in altro modo che non rammento — andai ad ascoltarlo alla prima assemblea aperta — così le chiamavano allora quelle in cui invitavano i rappresentanti degli altri partiti — quelli “dell’arco costituzionale”, come si diceva in quella stagione.
I comunisti erano tornati più numerosi di prima e quella sala dell’Hotel Guglielmo quasi allargava le sue pareti fino alla via, anch’essa strapiena.
Il nuovo responsabile regionale aveva un titolo culturale che, in un partito di massa prevalentemente operaio, in cui il quadro dirigente — così lo chiamavano loro stessi — era nella maggior parte fermo davanti alle università, non varcate per gli studi, perché i militanti — così venivano definiti i comunisti — erano tutti dediti alla vita di partito, cui sacrificavano la spensieratezza giovanile e anche gli affetti familiari.
E, poi, la vera università, nella quale si formarono con buona preparazione anche quelli che non avevano studiato affatto o si erano fermati alle elementari, il PCI ce l’aveva. Era lì. In quella scuola di robusta formazione, Le Frattochie, la sede appena fuori Roma lungo la via che porta ai Castelli Romani.
Da lì uscivano, sia pure con pensiero schematico, fior fiore di dirigenti e personale di alta formazione culturale e politica, pur se troppo rigidamente chiusi nella cosiddetta disciplina di partito, altra denominazione identitaria in quegli anni.
Fabio Mussi era laureato alla gloriosa e ambita Normale di Pisa.
Questo faceva la differenza, anche se volutamente nascosta, per rispetto forse dei più alti dirigenti e leader nazionali, da Berlinguer stesso a Occhetto, da D’Alema a Veltroni…che non erano laureti.
Lì, da Botteghe Oscure fino all’ultima sezione di campagna, si studiava sodo, anche di notte. Perché di giorno si lavorava o nelle fabbriche o nella fatica ancora più grossa del partito. In piazza a lottare, a casa a studiare.
I libri erano già bell’e pronti, freschi freschi, arrivati da Roma e stampati o editi dalle case editrici “rosse”. In particolare la Editori Riuniti. Non c’era uno che non avesse studiato, se non direttamente letto, “Il Capitale” di Marx, oppure non si fosse ben istruito nelle sintesi propagandistiche preparate dal centro, con gli argomenti ben selezionati per affrontare dialetticamente e sconfiggere i democristiani, che avevano pure “l’Università della Camilluccia”e i due giornali di partito, o i libri pubblicati dalla casa editrice interna “Le Cinque Lune”.
Anche noi studiavamo, ma in spazi più ampi e molteplici e ci formavamo un pensiero più libero, da cui la partecipazione alle tante correnti interne, un difetto per i nostri avversari, un pregio straordinario invece, come storia e democrazia hanno documentato.
Fabio Mussi colpiva per tutto ciò che poteva contrastare con quella rigida schematizzazione omologante e totalizzante, almeno pubblicamente. Aveva una struttura culturale e una cultura propria. Forte la prima, vasta la seconda.
Aveva studiato filosofia e ne conosceva tanta.
Con quella sua voce abbastanza tonica, spinta dalla dizione toscana e dall’ironia insita proprio in quella parlata, esponeva, dico proprio esponeva, ragionamenti semplici ed insieme complessi. Ovvero rappresentava in modo semplice un pensiero complesso.
Che di certo si muoveva sulla linea del partito, ma era un pensiero suo. Ricco di idee e anche di immagini, pure letterarie, a conferma anche di quella che appariva la sua passione per la lettura e la lettura dei classici della nostra letteratura.
Il suo linguaggio, in effetti, era classico, però non ridondante, non retorico, ma netto e chiaro. Comprensibile a tutti.
Mi ricordo bene quel suo primo discorso ai calabresi. Un discorso che mi colpì tantissimo, appassionato come sono sempre stato della parola e della retorica, ovvero dell’eloquio portato sul piatto d’argento dell’oratoria più affascinante.
Lo introdusse con un ritmo inizialmente lento e un tono pacato, utilizzando una frase di un famoso classico della letteratura italiana. Non ricordo il libro da cui fu tratta, forse “Il commesso viaggiatore”, per descrivere il suo arrivo alla stazione di Lamezia, porta d’accesso di una Calabria che già lo affascinava, mentre la stazione e il treno che lì si ferma già narrano la vita di un popolo. Infatti, nulla più di un treno e una stazione sa parlare di un popolo, della sua storia, della sua vita e delle sue possibilità.
Da quella frase un crescendo logico-oratorio, in una forza concettuale e politica travolgente.
Dissi a me stesso, prima, e poi al mio segretario di allora, Franco Fiorita, che iniziava una bella lotta con questo PCI, con il quale ci saremmo dovuti misurare anche sul livello culturale del nuovo responsabile regionale.
Ricordo anche che Fiorita, uomo di cultura profonda e dalla forza oratoria leonina, e che di Mussi possedeva molte caratteristiche, invece che preoccuparsi si esaltò, recuperando anche dal suo carattere un po’ di vanità e di orgoglio politico e personale, che felicemente lo portarono a interloquire subito con Mussi.
Che, in verità, non gli risparmiò repliche piccate e piccanti, ma sempre corrette e leali.
Era un uomo di cultura vera, Fabio Mussi, un pensatore profondo, un critico coraggioso e un politico coerente e, in contraddizione solo apparente, un innovatore della politica.
Era per genetica toscana e per cultura aperto al dialogo e alla ricerca della sintesi più unificante e propositiva.
Era persona gentile e raffinata, elegante nonostante quel suo vestire monotono e impiegatizio, e quel corpo un po’ piccolo e rotondo che si scioglieva quasi dentro quelle camicie sempre strasudate, anche in inverno.
Solo i baffi folti erano asciutti e lucidi, pur dopo ogni accorato parlare. Grande, davvero grande Fabio Mussi, politico onesto e sincero, coerente alla sua fede ideologica e coraggiosamente libero nel pensiero. Da lui c’era da imparare. E io qualcosa credo di averla appresa. Una di certo, che pure da tanti altri nel mio partito e nel mio mondo ho mutuato: il dovere della responsabilità in politica. Responsabilità verso il partito e le istituzioni. Io l’ho esteso per la mia educazione democratica e Cristiana al punto in cui se i due momenti partito e istituzioni non coincidessero, la scelta deve essere sempre l’istituzione. E la persona sempre prima di ogni altra cosa, anche comunitaria. E la vita, forse anche questo principio, un po’ più distante dal suo, viene sempre prima della Politica. Ma il principio del dovere e della responsabilità, questo, l’avevo forte visto pure in lui. Quanto mancherà alla politica italiana, non saprei dire per come essa oggi si trova. Forse, come l’aria. Ma l’aria della politica, cos’é? Vai a dirlo! Lui ce l’avrebbe spiegato.
Ho voluto mancare alla mia promessa di rallentare la mia foga di scrivere a getto continuo del mio pensare, sempre più acceso e prolifico, perché quando scompare un politico come Mussi lo si deve onorare da ogni parte della cultura e della politica.
Specialmente in un tempo assai grigio per la politica e le istituzioni, sempre più minacciate dalla bassa politica.
Ai tempi della sua dura malattia si sentiva la sua mancanza. Ma adesso, lo ripeto, il vuoto già si allarga.
Che tristezza!
Segui La Nuova Calabria sui social

Testata giornalistica registrata presso il tribunale di Catanzaro n. 4 del Registro Stampa del 05/07/2019
Direttore responsabile: Enzo Cosentino
Direttore editoriale: Stefania Papaleo
Redazione centrale: Vico dell'Onda 5
88100 Catanzaro (CZ)
LaNuovaCalabria | P.Iva 03698240797
Service Provider Sirinfo Srl
Contattaci: redazione@lanuovacalabria.it
Tel. 3508267797