
di FRANCO CIMINO
L’Italia ha pianto. Per un’intera settimana. Tutta l’Italia. Quella delle casalinghe e delle persone normali. Quella della informazione pubblica e privata. L’Italia della cultura e l’Italia della politica. Del governo e del potere. Attaccata ai social e alle televisioni, non ha perso una parola e un minuto delle notizie che arrivavano dall’ospedale di Napoli, il più importante del Sud, sullo sfortunato bambino, ucciso dalla mala sanità. Aveva due anni e mezzo e un cuore ballerino.
Aveva la speranza e un futuro quasi assicurato, se quella speranza avesse incontrato la buona volontà degli uomini di buona volontà. L’avrebbe salvato un cuore nuovo, che nelle mani di quella sanità è diventato più vecchio e malato del suo, che urgeva essere sostituito. L’hanno chiamato il muscolo bruciato. E da quel mattoncino di ghiaccio che in altre situazioni salva e custodisce organi e speranze. Il cuore gli è arrivato, purtroppo da un altro bambino come lui, che non ce l’aveva fatta a vivere. E a continuare a sognare, a giocare per il lungo tempo della sua fanciullezza. Anch’io mi sono incollato sui miei strumenti social e al televisore.
Anch’io ho pianto. Specialmente dinanzi al coraggio e alla dignità di quella madre. Che ha lottato fino in fondo per salvare il bambino. E che, invece di piangere disperata su quella morte assurda, ha creato una fondazione per rinnovare la sua memoria in nome dei tanti bambini, che, attraverso le donazioni, possono essere aiutati ad essere salvati. E a guarire. Donna di dignità, onore, fierezza. Una mamma e una donna che si è rivelata gigante su quella personale bassa statura, che si perdeva sotto le braccia del suo avvocato. Una donna semplice. Di pochi studi. Ma che parlava come una letterata di saggezza antica. Una donna povera. Ma solo di soldi e di mezzi. Non certo di spirito e di umanità. Da quell’ospedale napoletano è arrivata a tutti noi una grande lezione di umanità. E da parte, addirittura , di chi soffre e ha sofferto per l’indifferenza della gente e l’egoismo dei soliti noi.
È stato tutto bello questo strano intreccio di mille emozioni nell’unico dramma. Ma ancora una volta sarà come quella tempesta, che, dalla poesia del poeta “passata é la tempesta odo augelli far festa e la gallina…”. E tutto passa nel dimenticatoio. Riprende la vita quotidiana con gli affanni, i problemi, i drammi, le gioie, le ambizioni, le speranze della gente. Gente in quanto singole persone e in quanto famiglie o gruppi da associazioni. Tutti stretti nel proprio particolare.
Tutti a confliggere quotidianamente con sé stessi e con il proprio vicino. Di banco. Di casa. Di lavoro. Di partito. Di scranno. Di politica. Di gioco. Compagno del tifo per la squadra. Tutti contro tutti. Ogni giorno che neppure la bandiera e l’inno nazionale nelle vittorie dei nostri solitari atleti, riesce a fermare. O almeno a sospendere per un poco, il tempo del pianto per un bambino morto. Quel bambino. E sopra tutto impera la nostra indifferenza. Sul dolore e il dramma degli altri. In particolare, quelli che facciamo finta di non vedere.
Ci ha commosso fino alle lacrime il bambino di Napoli. Nelle stesse giornate e nelle stesse ore morivano in mare pure decine di altri bambini, in quella traversata della disumana fatica per la disumana reiezione. E non abbiamo pianto. Madri giganti morte con i figli in braccio. Madri bellissime che non li hanno visti arrivare. O tornare. Madri dai bambini caduti dalle loro braccia . In quel mare che si vuole considerare nemico ma che ha restituito con i corpi sulla riva l’umanità che abbiamo perduto. E insieme la denuncia delle nostre responsabilità. E non abbiamo pianto, non li abbiamo neppure visti. Abbiamo cambiato canale. Abbiamo saltato le ripetute notizie dei social.
Abbiamo, indignati, incolpati, e giustamente, tutti gli operatori sanitari che avevano in mano la vita del piccolo napoletano, il cui nome non dico per senso di inadeguatezza e di vergogna e anche perché un bambino che muore ha il nome di tutti i bambini che muoiono. E i responsabili di quella morte hanno i nomi di tutti i responsabili delle morti dei bambini nel mondo. Lo dice la poesia, la retorica, la Convenienza anche. E lo dice anche il Vangelo e le costituzioni democratiche di ogni paese.
Soprattutto la costituzione umana, quella che ha leggi universali che valgono per tutti: un bambino che muore è un fiore strappato al prato più verde. Un bambino che muore e muore ucciso è la colpa più grave che ci si porta dietro e non ci lascerà mai. Perché colpa più grande di questa non c’è. Non è il bambino che muore, ma è la vita che se ne va. Con la speranza di un’umanità nuova. E quella di un mondo bello. Il mondo dei bambini.
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