
di FRANCO CIMINO
Oggi la nostra città rende onore a due donne straordinarie. La prima, attraverso l’ultimo saluto che, di ritorno dal suo “esilio” romano, riceverà alle 15:30 nella chiesa del Rosario. La seconda, nel ricordo del primo anniversario della sua prematura dipartita, alle ore 18:30 nella basilica dell’Immacolata.
Sono due Signore, davvero con la maiuscola, che nella loro storia personale recano innanzitutto i segni distintivi di un’altissima nobiltà umana e quelli dell’umile fierezza con la quale l’hanno portata, con l’eleganza di un abito di seta nero e la bellezza femminile propria delle sere di particolare eleganza in cui lo si indossa. Quella bellezza che, sotto il cielo nero stellato e accanto al mare la sera, si muove quasi danzando tra magnificenza e stupore.
Due donne con la D maiuscola, che al solo vederle passare incantavano gli occhi, anche per la forza della dignità che camminava con loro. Due donne diverse in tutto, ma eguali in molte qualità. E in un unico valore unificante: il culto della Bellezza e l’elegante insistenza con la quale la cercavano, la trovavano, la sostenevano, la proteggevano, la diffondevano.
Come fanno i veri cultori della bellezza, che, quando la trovano — compresa la propria personale — non la trattengono per sé, ma la portano agli altri affinché ne godano, avendone la stessa cura. E la cerchino negli spazi della propria quotidianità. Perché la bellezza è ovunque — loro ci insegnano — se noi cittadini non l’avremo coperta con ciò che la nega.
Due Signore autentiche. Diverse e uguali. Eleganti. Di un’eleganza vera, diversa ma propria di ciascuna. Anche nel vestire quegli abiti che indossavano con una grazia che quasi intimidiva.
Vestire classico, nella più fine tradizione dell’eleganza classica, quello di Luisa Scambia, per più di vent’anni presidente e animatrice dell’associazione culturale “Amici della Musica”, di cui altri hanno ben detto in questi giorni e sulla quale non mi ripeto, anche perché il suo nome per i catanzaresi si abbinava sempre con quello dell’associazione.
Lei, la nobile signora anche nella sua personale eleganza abbinata alla bellezza. Negli abiti: colori quasi sempre scuri, preferibilmente sul blu cangiante fino a quello della notte di cui parlavo prima. Nella persona: capelli sempre neri, lunghi fino alla spalla, ben pettinati, lisci. Su quella pelle scura su cui splendevano i suoi occhi scuri.
E poi, il fine ingioiellare il suo collo e le sue mani, quasi a ornare l’abito più che ad arricchire la sua bellezza. Uno spettacolo aperto, che rendeva più belli i posti che frequentava: i salotti. Quello della sua casa, sempre aperta e ospitale, in cui intratteneva i suoi ospiti con quella convivialità antica nella quale il buon vino o l’ottimo brandy si accompagnavano all’ascolto di un pianoforte o a una approfondita discussione intorno a grandi questioni, non soltanto di densità culturale quasi elitaria, ma comuni a questa società che, dal suo antico fermento, si è fatta sofferente, anche di mille solitudini.
E i salotti ai quali veniva invitata, quasi contesa per la ricchezza che vi apportava, in cultura, eleganza e finezza dei modi. Chi ha avuto anche un fuggevole contatto con la sua persona può portare testimonianza di quella finezza espressiva nella sua parola piana e delicata. E trattenerla nel cuore.
Luisa Scambia, la dotta, persona colma di letture — di libri e di vite — e piena di sguardi sul mondo e sulla vita. Torna oggi in città per la sua ultima dimora.
Più avanti, di 700 metri, a seguire i passi sul corso, due ore dopo, in basilica, il ricordo dell’anniversario dell’altra grande Donna con la maiuscola, l’altra grande Signora: Adriana Lopez.
Persona intensa, per descrivere la quale basterebbero soltanto due parole: coraggio e dignità. Il coraggio con il quale lei, giovanissima, nella città di quel tempo bigotto e ipocrita, ha saputo difendere tre vite insieme: quella del figlio, quella sua e quella di tutte le donne che in città e nel mondo avrebbero incontrato l’arretratezza culturale, il pregiudizio, la solitudine dell’isolamento, la chiusura assurda degli affetti amicali e familiari, ovvero quelli che tali avrebbero dovuto essere.
E il processo pubblico di un pubblico ignorante e pettegolo che trova sempre l’errore nei giovani e, in particolare, nelle donne. E le condanna.
Dignità. Ah, la sua dignità! Esemplare, quasi educante. Anche lei la indossava come un abito elegante. Come quelli che la vestivano, attraverso un’originalità particolare e uno stile tutto proprio, considerato che quasi tutti i suoi abiti li disegnava e li faceva cucire dalla sua sarta, anche perché i suoi tessuti dovevano essere sempre leggeri, svolazzanti e di colori accesi.
Come i cappelli eccentrici che indossava, anch’essi con modelli originali, posati su quella chioma sempre bionda e folta, i cui riccioli le scendevano sul collo. A ornare un viso particolare, anch’esso da profilo greco, oserei dire, su quel collo lungo come nelle statue greche e delle donne romane.
Eleganza diversa quella di Adriana, di uno stile imprecisabile e modernissimo, rispetto a quello classico della Signora Luisa. I colori sgargianti, sempre accesi, erano dettati da quei suoi occhi luminosi sulla bellezza della natura.
I libri di Adriana, quelli che studiava da sempre, erano i prati verdi, le valli, le montagne, i colori del cielo e del mare. E quelli dei fiori, specialmente di primavera, che non mancavano mai nei suoi tessuti.
Ecco, la primavera, la stagione preferita da lei, anche per i colori e per quel tepore che il sole chiaro portava nell’aria, per riscaldarsi dall’inverno, sempre freddo, di quella sofferenza sempre in agguato. La primavera della luce che era nel suo cuore e che dai suoi occhi dava agli altri.
Scriveva, Adriana, con la sua scrittura semplice. Scriveva di cose assai complesse, sempre alla ricerca, anche lei, della bellezza, che disegnava attraverso i suoi racconti dopo averla rubata alla natura e alle persone.
Si somigliavano molto queste due donne profondamente diverse. Si somigliavano, per esempio, nell’amore per il teatro: in quelle sale, quando entravano, erano una luce, in quell’ora in cui si cede alla poltrona da autentiche principesse.
E l’amore: ciò che le legava era l’amore. Per la vita, ovunque questa si manifestasse. Amore grande per la cultura. Amore ancora più grande per la città nella quale hanno deciso, in qualche modo, di vivere e di restare per sempre: Catanzaro, la città curata dai loro sentimenti e accarezzata continuamente dai loro occhi e dalle loro parole.
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