Cimino: "La guerra che è finita e continua senza fermarsi: la guerra e l’acqua"

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  16 agosto 2026 09:37

di FRANCO CIMINO

La guerra è finita. È finita la guerra. Anche se si spara ancora. E ancora si uccide. Non ne parlano più i giornali. È sparita dai telegiornali, sia che fosse la prima sia che fosse l’ultima notizia. È scomparsa dai salotti televisivi, quelli dei soloni che discettano sulle morti e sulle rovine che non hanno mai visto e delle quali non si importano nulla.

La morte è quella degli altri. E i palazzi che cadono sulle strade asfaltate, come i missili sulle terre fertili, sono degli altri.

E sono lontane. La guerra è finita perché nessuno ne parla. Non ne parlano quelli che non ne parlavano prima. Quelli che non la vedevano proprio. Non ne parlano quelli che la inondavano di fiumi di parole inutili e vuote. La guerra è finita perché, probabilmente, non c’è mai stata. Quella che abbiamo visto tambureggiare dentro le nostre case attraverso commenti, video e foto trasmesse non era la guerra. Erano prove generali di qualche film colossal di quelli americani che fanno vendere molto e incassare denari a palate.

La guerra è finita. E, se ne è rimasta ancora un poco, essa è solo quella dei missili e delle armi che sono rimasti nei magazzini e che devono essere subito liquidati, perché si svuotino gli arsenali. Ma non per metterci il grano di cui parlavano Pertini e papa Francesco, e di cui parla oggi anche Prevost. Solo per lasciarli liberi di essere occupati da nuovi missili, da nuove armi, da nuovi carri armati.

Insomma, da tutto quell’armamentario che, mentre fa riposare le fabbriche che lo producono, sarà presto ricostruito, rifabbricato. La guerra è finita perché la guerra ha sconfitto se stessa. Non la pace l’ha sconfitta. Ma la guerra, perché non ha più nulla da distruggere. Lascia intanto il tempo di ricostruire ciò che tra qualche mese dovrà essere distrutto. Cosicché non si fermi quel processo che muove il denaro, riciclandolo sempre nelle stesse mani. Quelle lorde di sangue. Quelle sporche di guerra.

Soldi che faranno sempre lo stesso giro e mica si fermano alla stazione principale, quella che genera il potere, corrompe la coscienza delle persone, altera la volontà popolare e costituisce il più colossale imbroglio. Quello nei confronti della democrazia attraverso il voto ingannevole. La volontà bugiarda. L’intelligenza obnubilata. Come le coscienze. Delle persone. E dell’intera società.

Quella che nella stupidità e nell’assenza di coscienza, quella dell’amoralità, è unica. Questa sì che non ha confini. La guerra è finita perché stanno morendo i reduci delle generazioni che dalla fine della guerra sono nate, che la guerra hanno combattuto anche idealmente e che della guerra hanno formato una coscienza pacifista e libertaria. Ed è finita perché la guerra, come assenza di pace e di cultura della pace, vive nell’indifferenza delle nuove generazioni, nate durante queste guerre, che solo di guerre hanno sentito parlare e solo immagini di guerre hanno visto nei film, nei cartoni animati di quando erano bambini e nelle fotografie di ogni giornale che presenta il disprezzo della vita e la violenza come mezzo non solo di risoluzione dei conflitti, ma di affermazione di sé. Di sé Paese. Nazione. Di sé, padroni di Stato e capi delle dittature. Di sé nei confronti di altri sé, quali membri della propria famiglia, della propria comunità, del proprio Paese, e anche come compagni di lavoro e degli stessi che consideriamo amici, senza conoscere più il valore dell’amicizia, che è soprattutto amore.

E di sé, infine, come persona, come soggetto individuale all’interno del quale si muovono tanti conflitti che, non riuscendo a superare, proiettiamo all’esterno e carichiamo come rancore, odio o semplice avversione nei confronti degli altri. Specialmente se più deboli. Più fragili. Specialmente se considerati diversi da noi. La guerra è finita. Questa guerra è finita. Per riposare un poco. O farsi soltanto intervallo fra le due guerre. Attesa di quella successiva. Ma non finisce la guerra laddove insiste la violenza disumana, più disumana di quella insita nella guerra guerreggiata. La guerra nei campi cosiddetti profughi, quelle enormi distese di deserto morale oltre che fisico, in cui da anni vengono stipate famiglie e persone sempre più numerose, scampate fisicamente alla guerra. Ma che ogni giorno muoiono per mancanza dei beni più essenziali soltanto al vivere fisico.

È una guerra ancora più dura di quella che chiamiamo in inverno, nelle stesse praterie della disumanità. Quando le tende vengono bucate dalla pioggia e schiacciate dalla neve. È lì, dentro o fuori, tra l’acqua sporca che scorre a fiumi tra le gambe, che muoiono di freddo e di malattie a centinaia, centinaia al giorno. Soprattutto i vecchi e i bambini. Questa guerra d’agosto è ancora più dura. Sotto cinquanta gradi all’ombra, dove davvero l’ombra ci fosse, è come mettere un cuscino sul viso di una persona e tenerlo schiacciato con una forza incontenibile. È la guerra di questa strage, del genocidio programmato a tavolino, perché solo con un poco di risorse e di umanità si potrebbero evitare le conseguenze più tragiche. È la guerra dell’acqua. Sì, proprio dell’acqua. Non c’è un elemento che più caratterizzi la guerra, anche oltre gli stessi missili e i droni, che possa rappresentare l’orrore della guerra più dell’acqua.

L’acqua che manca. Totalmente. In quegli accampamenti bruciati e nei territori dei Paesi abbattuti. L’acqua da bere, innanzitutto. L’acqua per lavarsi, al minimo reclamo gridato dalla nostra pelle. L’acqua per cucinare, una qualsiasi pietanza che fosse anche della residua erba che ancora ci fosse. E l’acqua per rinfrescarsi e dare respiro al corpo, spegnendo le fiamme che questo calore assurdo gli sta bruciando addosso. La guerra che è finita, invece, continua. E non si ferma.