
di FRANCO CIMINO
Anche se andrebbe definita attraverso una codificazione giuridica più precisa, tutte le Costituzioni dei Paesi democratici — compresa quella italiana e, nello spirito, quella della nuova Europa — considerano la guerra incompatibile con i principi fondamentali della convivenza civile.
La Costituzione italiana, nata dalla lotta antifascista e dalla guerra di Liberazione, ma soprattutto dall’esperienza drammatica di due guerre mondiali che hanno coinvolto pesantemente il nostro Paese, contiene già questo principio nella sua ispirazione più profonda.
La guerra è un crimine.
Un crimine contro la vita, innanzitutto. Contro la vita delle singole persone. Ma poiché la guerra è uno strumento di distruzione di massa, capace di sopprimere un numero incalcolabile di vite umane, essa è anche un crimine contro l’umanità.
In qualsiasi parte del mondo si combatta, la guerra colpisce l’intera umanità, che per sua stessa definizione costituisce una comunità indivisibile di esseri umani.
Non vi sarebbe neppure bisogno di richiamare l’antico insegnamento della tradizione ebraica secondo cui «chi uccide una vita uccide l’intera umanità», tanto evidente appare questa verità.
La guerra è un crimine contro la vita umana anche perché distrugge l’habitat fisico, sia naturale sia costruito dall’uomo, indispensabile allo svolgimento pieno dell’esistenza, dal concepimento fino alla sua conclusione.
È un crimine ancora più profondo perché nasce dalla più terribile delle violenze: quella che genera la guerra stessa nella sua forma armata. L’odio. L’egoismo. La concezione miserabile della divisione degli esseri umani fondata sull’affermazione, tanto assurda quanto stupida, della presunta superiorità di un popolo, di un’etnia, di una razza, di una cultura o di una religione sulle altre.
Ovvero sulla convinzione speculare dell’inferiorità di altri popoli, etnie, culture o religioni.
La guerra è un crimine contro l’umanità. Dovrebbe essere scritto a chiare lettere tra i principi fondamentali delle Costituzioni democratiche per essere poi recepito con altrettanta chiarezza nei codici penali dei singoli Stati.
Oggi il diritto internazionale riconosce, persegue e giudica, attraverso tribunali e corti internazionali, i crimini di guerra, riferiti ad atti specifici che violano le convenzioni elaborate nel corso del Novecento, in particolare quelle poste a tutela delle popolazioni civili.
Ma questo non basta più.
Dopo due guerre mondiali, dopo l’Olocausto degli ebrei e dopo le persecuzioni e le distruzioni che hanno colpito popoli interi — dagli armeni ai curdi fino ai palestinesi, il cui dramma umano appare oggi sotto gli occhi del mondo in tutta la sua terribile evidenza — continuiamo ad assistere a uccisioni e devastazioni indiscriminate.
Il dolore dei padri e delle madri che stringono tra le braccia i corpi dei figli uccisi, gridando al cielo la propria disperazione, è una visione che nessuna coscienza umana dovrebbe riuscire ad accettare.
Per questo occorre rafforzare la definizione stessa del crimine di guerra e, insieme, dotare gli Stati democratici e le istituzioni internazionali — a partire da una profonda riforma delle Nazioni Unite — di strumenti più efficaci.
Non soltanto per condannare senza ambiguità la guerra come crimine assoluto, ma anche per perseguire concretamente i suoi principali responsabili e assicurarli alla giustizia internazionale.
Occorrerebbe una sorta di Norimberga permanente. Un tribunale ordinario, non straordinario, capace di operare in modo continuo e indipendente, senza subire pressioni politiche che troppo spesso finiscono per trasformarsi in forme di complicità con i crimini commessi.
Molti Stati che si dichiarano democratici sono in realtà fortemente condizionati, quando non dominati, dal potere economico.
Ed è proprio il potere economico a rappresentare oggi una delle principali cause delle guerre contemporanee.
Le guerre sono sempre più l’affare più redditizio per i signori della guerra e per quei pochi ultraricchi che accrescono in modo scandaloso le proprie fortune.
Attraverso il controllo dei nuovi mezzi di produzione — per usare una categoria cara a Karl Marx, filosofo che certamente sbagliò molte previsioni ma ne intuì anche alcune fondamentali — essi esercitano il proprio dominio attraverso le tecnologie avanzate, la finanza globale e, sempre più, l’intelligenza artificiale.
Questa è la vera globalizzazione compiuta.
Dei suoi pericoli, pur denunciati da filosofi, pensatori, uomini politici lungimiranti e figure religiose profondamente ispirate — tra le quali Papa Francesco occupa un posto significativo — l’umanità non ha saputo difendersi.
Oggi resta una sola strada.
Per quanto possa apparire difficile o perfino impraticabile, i pochi uomini e donne di buona volontà ancora presenti e attivi nel mondo devono percorrerla con coraggio, pur sapendo di rischiare anche la propria vita.
Perché la vita di ciascuno di loro, pur preziosa come ogni vita umana, vale quanto la vittoria sulla guerra.
E quanto la condanna di coloro che la provocano, la alimentano e la trasformano in strumento di dominio.
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