Cimino: "La sentenza per Giulio Regeni: una parte di giustizia, non ancora tutta la giustizia"

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  29 settembre 2026 09:49

di  FRANCO CIMINO

 
Finalmente è arrivata la sentenza di condanna per alcuni responsabili della vicenda di Giulio Regeni. Ma la giustizia non è ancora completa. È Giulio, ancora una volta, a chiederci di cercarla. Anche attraverso la politica. Sono passati dieci anni. Dieci anni da quando Giulio Regeni è stato sequestrato, torturato e ucciso in Egitto. Dieci anni durante i quali la ricerca della verità e della giustizia si è scontrata con resistenze, silenzi, depistaggi e ostacoli che hanno reso difficilissimo arrivare a un processo e a una sentenza. Oggi, finalmente, una sentenza è arrivata.

È un momento importante. Lo è innanzitutto per i genitori di Giulio, che per dieci anni hanno combattuto una battaglia durissima senza mai arrendersi. Lo è per la magistratura italiana, che ha continuato a cercare la verità nonostante le difficoltà. Lo è per tutti coloro che, in Italia e nel mondo, non hanno accettato che la morte di un giovane ricercatore potesse essere consegnata al silenzio.

Eppure, proprio perché sono passati dieci anni, non possiamo limitarci a dire che finalmente è stata fatta giustizia. È stata compiuta una parte importante del cammino verso la giustizia.  Ma il cammino non è ancora terminato. Giulio era un giovane italiano di straordinaria cultura e sensibilità. Si era formato in Italia e in Inghilterra e aveva scelto di dedicare i suoi studi alle grandi questioni sociali, al lavoro, alle condizioni delle persone più vulnerabili, alle realtà nelle quali i diritti vengono compressi o negati. Era un giovane curioso, appassionato, coraggioso.E proprio il coraggio, insieme alla cultura e alla passione civile, deve essere ricordato quando parliamo di lui.Giulio non era soltanto un ricercatore. Era un giovane europeo che aveva scelto di conoscere il mondo, di studiarlo, di comprenderne le contraddizioni. Aveva scelto di occuparsi degli altri, soprattutto di coloro che avevano meno voce e meno possibilità di difendersi.Per questo la sua morte riguarda tutti noi.

Riguarda l’Italia, certamente. Ma riguarda anche l’Europa e, più in generale, quella comunità umana senza confini alla quale Giulio apparteneva e nella quale voleva continuare a vivere.

La sua vicenda ci obbliga anche a riflettere sul rapporto tra gli Stati democratici e i governi autoritari. Ci obbliga a chiederci fino a che punto gli interessi economici, commerciali e geopolitici possano condizionare le relazioni internazionali.

L’Egitto è un Paese con il quale l’Italia intrattiene importanti rapporti diplomatici ed economici. Ma questo non può significare che la ricerca della verità e la tutela dei diritti umani debbano diventare secondarie.

Un Paese democratico non può difendere i diritti soltanto quando è conveniente farlo.La democrazia non è una parola da utilizzare nei momenti solenni. È una responsabilità quotidiana. E comprende anche il dovere di chiedere verità e giustizia quando un proprio cittadino viene sequestrato, torturato e ucciso.La sentenza arrivata oggi rappresenta, dunque, un passaggio importante.E dobbiamo rispettarla.Dobbiamo rispettare i giudici che l’hanno emessa e dobbiamo avere rispetto per la magistratura, che costituisce uno dei pilastri dello Stato democratico.Proprio per questo, però, possiamo e dobbiamo dire che questa sentenza non esaurisce la domanda di giustizia che da dieci anni accompagna la famiglia Regeni e l’intero Paese.

I genitori di Giulio possono e devono essere soddisfatti per questo risultato.

Hanno lottato tenacemente, senza mai arrendersi. Hanno trasformato il loro dolore privato in una battaglia pubblica per la verità. Hanno continuato a chiedere giustizia quando sarebbe stato molto più facile, per chiunque, lasciarsi sopraffare dalla disperazione.

Da padre e da docente, sento di dovermi mettere al loro fianco. E insieme a loro posso provare a gioire per questo passo avanti. Ma non riesco ancora a sentirmi pienamente soddisfatto. Perché dieci anni sono troppi.E perché la condanna di alcuni responsabili non può farci dimenticare la domanda fondamentale: chi ha voluto, organizzato, consentito o coperto ciò che è accaduto a Giulio?

La magistratura farà il proprio lavoro e sarà il processo, con le sue regole e le sue garanzie, a stabilire le responsabilità individuali.  A noi spetta invece non smettere di chiedere che quella ricerca continui.

Perché la morte di Giulio non è stata soltanto una tragedia privata. È diventata una ferita della Repubblica italiana. È diventata una questione che riguarda la dignità del nostro Paese e la credibilità dei suoi rapporti internazionali.Nel corso di questi dieci anni abbiamo assistito alle difficoltà incontrate dalla magistratura italiana nelle indagini, alle resistenze delle autorità egiziane, alle ricostruzioni contraddittorie, ai tentativi di allontanare la verità.Abbiamo visto quanto sia stato difficile ottenere piena collaborazione. equesto non può essere dimenticato.

Oggi una parte di quella verità giudiziaria è finalmente arrivata. Ma la verità non può fermarsi qui. Giulio apparteneva a quel mondo senza confini nel quale la giustizia, la libertà, l’uguaglianza e la pace non sono privilegi di alcuni popoli, ma diritti di ogni persona. Per questo la sua storia continua a parlare.Parla ai giovani.Parla all’Europa.Parla alla politica.Parla alle istituzioni.E parla soprattutto alla nostra coscienza.La sentenza ha dunque anche una dimensione politica.

Non perché la politica debba sostituirsi alla magistratura, ma perché dopo una sentenza di questo rilievo il Governo italiano ha il dovere di interrogarsi sulle conseguenze che essa deve produrre nei rapporti con l’Egitto.Non basta esprimere soddisfazione.Non basta ricordare Giulio nelle commemorazioni.Non basta dire che la verità è un valore.La verità deve avere conseguenze nelle scelte politiche.E qui si apre una questione che riguarda tutti i governi che si sono succeduti in questi dieci anni. Quanto siamo stati davvero capaci di mettere la ricerca della verità e la difesa dei diritti umani al centro della nostra politica estera? Quanto hanno pesato, invece, gli interessi economici e strategici? Sono domande alle quali la politica deve rispondere.

Perché nessun interesse economico, nessun contratto commerciale, nessun grande affare può valere quanto una vita umana. Una sola vita umana non può avere un prezzo. E la vita di Giulio non può essere considerata meno importante degli interessi economici che l’Italia intrattiene con qualsiasi altro Paese. Vale di più. Questo non significa ignorare la complessità delle relazioni internazionali. Significa, al contrario, ricordare che una politica estera degna di una democrazia deve avere dei principi.

E tra questi principi devono esserci la dignità della persona, la libertà, i diritti umani e la giustizia. Dieci anni sono il tempo di un’intera generazione. Sono il tempo nel quale un giovane può diventare adulto, costruire una famiglia, cambiare lavoro, viaggiare, amare, sbagliare, ricominciare. Giulio non ha avuto nulla di tutto questo. La sua vita è stata spezzata. E la sua famiglia ha dovuto trasformare il dolore di una perdita inconcepibile in una battaglia lunga dieci anni. Per questo oggi possiamo dire che una porta si è aperta. Ma non possiamo ancora dire che il viaggio sia finito. La sentenza è importante. La sentenza va rispettata. La sentenza va accolta come un passo avanti. Ma la giustizia, per Giulio, ha ancora bisogno di essere cercata. Anche dalla politica.

Il Governo italiano dica con chiarezza che Giulio Regeni non è soltanto un nome appartenente al passato. È il simbolo di tutti quei giovani che, nel mondo, studiano, ricercano, viaggiano, conoscono culture diverse e cercano di costruire un mondo più libero, più giusto e più umano. Giulio vale più di qualsiasi interesse economico. Vale più di qualsiasi accordo. Vale più di qualsiasi rapporto diplomatico.

Non perché fosse italiano soltanto, ma perché era un essere umano. Era di più: l’essere umano che usa la forza della sua giovinezza, gli ideali e i sogni in essa, per combattere le ingiustizie e le violenze del potere per contribuire a costruire un mondo di pace vera. Questa dovrebbe essere la lezione più importante che possiamo trarre dalla sua storia.  Una lezione per l’Italia. Una lezione per l’Europa.  Una lezione per tutti i Paesi democratici.  Perché la giustizia non è completa quando finalmente arriva una sentenza.  La giustizia è completa quando nessuno può più nascondersi dietro il potere, quando la verità non viene sacrificata agli interessi e quando la vita di una persona non viene considerata meno importante degli affari di uno Stato. Per questo continueremo a cercare la verità. Per questo continueremo a chiedere giustizia. Per Giulio. Per i suoi genitori.

E per tutti i giovani del mondo che, come lui, credono ancora che conoscere, capire e impegnarsi per gli altri possa contribuire a rendere il mondo un luogo migliore.